I percorsi per sconfiggere l'agorafobia

Scritto da Alma Valente |    Marzo 2003    |    Pag.

Giornalista Nata a Roma.

Dopo la laurea in Filosofia ha insegnato per due anni. Successivamente ha lavorato presso l'Ufficio Stampa della Presidenza dei Gruppi Parlamentari della Camera dei Deputati, collaborando in particolare con Giorgio Napolitano.

Trasferitasi a Firenze, ha iniziato a scrivere l'Informatore, con articoli inerenti la di medicina.

Dal '97 ha cominciato a fare televisione: prima come inviata per la trasmissione Informacoop e poi curando una rubrica dedicata alla salute all'interno di Liberetà (trasmissione dello Spi-CGIL).

Paura di se stessi
Consultando un qualsiasi vocabolario della lingua italiana, al sostantivo paura troviamo "reazione spontanea ad un pericolo" come, per esempio, può accadere di fronte ad una aggressione o attraversando da soli di notte, magari con un gioiello importante, una strada isolata. In questo caso il sentirsi tesi ed avere paura è giustificato da una condizione oggettiva che, anzi, aiuta a prendere delle precauzioni. Esistono però delle paure più "sottili", e solo apparentemente immotivate, perché il pericolo non è né visibile e né definibile. Situazioni che, per motivi del tutto interni, generano un'ansia difficilmente controllabile, che può manifestarsi in quello che gli addetti ai lavori, psicologi e psichiatri, definiscono "disturbo d'ansia generalizzata con attacchi di panico o fobie". Un fenomeno che, purtroppo, è molto più frequente di quanto si pensi ed è in costante aumento; per rendersi conto dell'entità del problema, si calcola che il 15-20% della popolazione adulta soffra di disturbo d'ansia generalizzata, il 5-7% di attacchi di panico e il 3-7% di fobie, «creando - come ci conferma il dottor Valdo Ricca, psichiatra presso l'unità operativa di psichiatria dell'università degli studi di Firenze - una notevole mole di lavoro nei servizi ambulatoriali territoriali, con un importante aumento dei costi sanitari e sociali sia diretti che indiretti». Capita, infatti, che dopo un attacco di panico, che è in pratica una crisi d'ansia dove i sintomi sono così violenti da creare la paura di morire, la persona interessata, temendo una "ricaduta", tenda a limitare i propri movimenti e le sue attività lavorative e sociali. Non tutti, però, si rendono conto di quanto sia difficile convivere con questo problema. «Anzi - sottolinea Ricca - chi soffre di questo tipo di disturbi alcune volte deve anche subire i pistolotti di chi crede che con la sola volontà si possa risolvere tutto. Niente di più sbagliato. La buona volontà non serve né a far guarire più rapidamente da una polmonite né a far passare le crisi di panico». E allora come uscire da queste situazioni che, in alcuni casi, rischiano di diventare invalidanti? Attraverso un percorso che, partendo dalla consapevolezza del problema, conduca (attraverso contributi terapeutici sia farmacologici che di sostegno psicologico) alla progressiva liberazione dalla paura. Vediamo come.

Contributo farmacologico. La terapia delle forme croniche, così come la prevenzione delle crisi d'ansia, si basa sull'impiego di farmaci che appartengono alla categoria degli SSRI (Inibitori della ricaptazione della serotonina). Questi farmaci sono in grado, a un dosaggio inferiore a quello necessario perché possano svolgere un'azione antidepressiva, di ridurre sensibilmente la sintomatologia ansiosa, aumentando la soglia oltre la quale il soggetto percepisce l'apprensione, la paura e un insieme di sintomi fisici quali tachicardia, sudorazione, tremore ecc. Molecole quali il citalopram, la sertralina, la paroxetina e la fluvoxamina sono quindi da considerarsi il presidio terapeutico di prima scelta per questi disturbi. Da preferirsi alle benzodiazepine, molecole sicuramente capaci di ridurre la sintomatologia ansiosa ma al tempo stesso soggette ai fenomeni di dipendenza fisica, dipendenza psichica e abuso. La somministrazione di benzodiazepine dovrebbe essere riservata a quelle crisi d'ansia che richiedono un intervento tempestivo e non procrastinabile. In questo caso molecole quali il lorazepam, il diazepam o l'alprazolam sono da considerarsi efficaci e il loro uso, limitato alle situazioni di crisi, è di solito tale da impedire lo sviluppo di una vera e propria dipendenza psicofisica.

Gruppi di auto-aiuto. Sono gruppi di sostegno (molto attivi sono quelli organizzati dalla Lidap Onlus, Lega italiana contro i disturbi d'ansia, da agorafobia e da attacchi di panico) formati da persone che soffrendo dello stesso problema in un confronto orizzontale (cioè tra pari) da bisognose d'aiuto sperimentano e divengono in grado di dare aiuto, passando cioè dalla dipendenza all'interdipendenza. La Lidap ha sedi in tutta Italia ed è operativa da 12 anni. I gruppi di auto-aiuto prevedono la collaborazione e la consulenza di psichiatri e psicoterapeuti. A Firenze la Lidap è presente da otto anni e si avvale della collaborazione di medici del Centro di terapia cognitivo-comportamentale di Careggi, coordinati dal dottor Ferdinando Galassi.

Psicoterapia. In questo caso l'aiuto viene fornito da un mediatore qualificato, lo psicologo, che attraverso vari approcci metodologici (esistono varie scuole in proposito) aiutano i pazienti a capire le ragioni del proprio disagio e soprattutto se stessi. Perché, per dirla con Cesare Musatti, padre della psicoanalisi italiana, "l'agorafobia non è la paura degli spazi aperti. E' la paura della libertà, paura di se medesimi".

Per saperne di più sui gruppi di auto-aiuto e su tutte le iniziative della Lidap Onlus basta consultare il sito www.lidap.it. A Firenze, Anna Bellini tel. 055607069 o 3337464798 dalle 14 alle 19