I parrocchetti dal collare sono una presenza ormai numerosa nelle grandi città

Scritto da Silvia Amodio |    Ottobre 2017    |    Pag. 41

Giornalista e fotografa Milanese, laureata in filosofia con una tesi svolta alle isole Hawaii sulle competenze linguistiche dei delfini. Ha collaborato come giornalista free-lance con settimanali e mensili (Famiglia Cristiana, Airone, D la Repubblica delle Donne, l'Espresso, Mondo Sommerso, New Age), scrivendo sempre di animali e accompagnando gli articoli con le sue foto. Ha lavorato anche all'enciclopedia sul gatto della De Agostini. Negli ultimi tempi la fotografia d'autore è divenuta la sua occupazione principale.

Animali

Se qualche anno fa avvistare una specie aliena, ovvero non originaria del nostro Paese, era una rarità, oggi alcune di esse si sono talmente ambientate da non risultare più una novità. «Certi angoli della città di Firenze sembrano trasformati in ambienti tropicali per la chiassosa presenza di pappagalli – racconta scherzosamente Luca Puglisi, biologo e direttore del Centro ornitologico toscano . Sono parrocchetti dal collare ( Psittacula krameri) che, comparsi sul finire degli anni ‘80, hanno formato nel tempo una popolazione stabile». I pappagalli ovviamente sono estranei alla fauna italiana: nello specifico il parrocchetto dal collare proviene dalle aree tropicali dell’Africa e dell’Asia. Probabilmente qualche individuo tenuto in cattività si è dato alla fuga o è stato intenzionalmente liberato. Circostanze tutt’altro che rare, tanto che popolazioni inselvatichite di questi uccelli si trovano anche in molte zone dell’Europa occidentale e mediterranea, in Medio Oriente, in Nord America oltre che in Africa e in Asia, al di fuori dell’areale originario.


Abitudini metropolitane

«Lungo una quarantina di centimetri, costituiti per più di metà dalla coda, il parrocchetto si riconosce facilmente per la colorazione verde, più scura sulle ali, per il becco rosso, corto e robusto, da pappagallo! Ha zampe piccole e forti, con due dita rivolte in avanti e due all’indietro. Il maschio ha il mento nero e un sottile collare rosa – spiega il ricercatore –. È un agile volatore, si muove con facilità sugli alberi e più goffamente sul terreno, dove però si posa spesso. Si nutre di vegetali: frutti, semi e fiori di varia natura. Dove è molto numeroso, può formare stormi grossi in grado di produrre seri danni alle coltivazioni: si valuta che possa distruggere fino all’80% di coltivazioni di sorgo o mais. Nel suo areale di origine frequenta ambienti alberati di diversa natura, da foreste non troppo fitte ad aree agricole alberate fino ad una quota di 1600-2000 metri. In Europa e Nord America si trova quasi esclusivamente in aree urbane con parchi e giardini e nelle vicinanze: la loro presenza caratterizza ormai i cieli di metropoli come Londra, Amsterdam, Roma e Barcellona. In Italia è ben presente anche a Genova, Trieste (colonizzate sin dagli anni ‘70), Milano e Bologna, oltre che in varie altre città dove il suo insediamento è più limitato o precario. In Toscana viene osservato in diverse località, ma solo a Firenze e Follonica sembra avere popolazioni stabili formate da numerosi individui. Nel capoluogo è il Parco delle Cascine l’area a più alta densità, ma la specie si sta diffondendo».


Colorati ma alieni

Il parrocchetto dal collare è inserito nella lista delle cento specie esotiche più dannose perché per nidificare tende a occupare le cavità degli alberi di una zona, portando all’estinzione locale le specie che le avevano precedentemente occupate, come il picchio muratore, ma anche per i danni in agricoltura. «L’abitudine di riunirsi in stormi numerosi – prosegue Puglisi – allontana le altre specie di uccelli che frequentano la medesima area e il loro chiacchiericcio ne caratterizza la presenza. In Gran Bretagna, dove questa specie ha ormai una popolazione molto numerosa, il suo impatto sulla fauna e sull’agricoltura è divenuto talmente rilevante che è stata inserita tra quelle che possono essere abbattute senza particolari permessi nel momento in cui si alimentano sui raccolti. La situazione da noi è ben lontana da questi livelli. L’invito che comunque possiamo fare è quello di non nutrire questi uccelli».

Sarebbe meglio non cedere alla tentazione di acquistare animali in cattività originari di altri Paesi e se si prende questa decisione bisogna assumersi la responsabilità di custodirli nel migliore dei modi per tutta la durata della loro vita, senza rilasciarli mai.


L’intervistato

Luca Puglisi, biologo e direttore del Centro ornitologico toscano


Notizie correlate

Nina Gallina

Una gallina per amica

L’esperto in processi cognitivi: la gallina è un animale intelligente


Cicogna dopo tre secoli

Il nido di una coppia di cicogne su un traliccio

Video