Un ricordo del comico a pochi mesi dalla scomparsa

Scritto da Stefano Giraldi |    Settembre 2017    |    Pag. 38, 39

Giornalista e fotografo Specializzato in arte ed architettura. Ha realizzato un gran numero di cataloghi per artisti contemporanei italiani e stranieri. È stato a capo di campagne fotografiche per la realizzazione di numerosi volumi sui palazzi e chiese di Firenze per importanti case editrici con le quali collabora tuttora.

vignetta paolo villaggio

Disegno di Gianni Audisio

Due o tre cose che so di...

Come definire Paolo Villaggio? Un grande attore e scrittore satirico! Satirico nel significato più vero del termine. I suoi lavori provocatori sono sempre in rapporto con la sfera sociale, morale, culturale. Alle volte si manifestano come sofferenza, polemica o provocazione, altre volte sono il segno di una profonda sfiducia, espressa con un linguaggio totalmente negatore del reale.

Ci ha lasciati il 3 luglio di quest’anno, e mi è venuto in mente il nostro primo incontro. Ho conosciuto Paolo Villaggio sul set della lavorazione del film Cari fottuttissimi amici a Firenze, e poi a cena dopo la prima del film, invitato da Mario Monicelli, il regista, che conoscevo.

Capitai vicino a Villaggio in una trattoria tipica fiorentina, dove i commensali stavano seduti attorno a lunghi tavoli. Arrivavano grandi vassoi con le specialità della casa. Villaggio si serviva abbondantemente, quando a un certo momento cominciò a lamentarsi di forti dolori addominali: io che ero vicino mi preoccupai del suo stato e mi offrii di portarlo in ospedale, visto che avevo la macchina vicino alla trattoria. Lui rifiutò continuando a lamentarsi e, mentre si lamentava, continuava a pescare con la mano nel vassoio il cibo per seguitare a mangiare. Ero perplesso e confuso, non sapevo cosa fare, finché sua moglie mi disse: «Fotografo lascialo fare, non dargli retta, ti sta provocando per prenderti in giro e vedere la tua reazione».

Ecco, questo è Villaggio, che cerca di manifestarsi attraverso l’azione e la parola del proprio manichino che ne riflette le fattezze fino a identificarsi completamente in lui. Forse all’interno del suo frenetico virtuosistico gioco scenico c’è una drammatica interrogazione esistenziale.