Antichi riti. Particolari le processioni di Castiglion Fiorentino

Scritto da Riccardo Gatteschi |    Marzo 2016    |    Pag. 41

giornalista e scrittore. Ha iniziato nel 1968 come cronista a Nazione Sera. Ha collaborato, nel corso dei decenni, a molti quotidiani, periodici, riviste. Ha pubblicato il primo libro nel 1971: "Toscana in festa". Sono seguiti alcuni volumi scritti a quattro mani con l'amico Piero Pieroni: "Vento del Nord, vento del Sud" (1972), "Indiani maledetti Indiani" (1973), "Ad ovest della legge" (1975), "Pirati all'arrembaggio" (1977). Ha curato alcune voci delle enciclopedie "Toscana, paese per paese" (1980) e "Costumi e tradizioni popolari" (1995). In anni più recenti ha pubblicato: "Con la croce o con la spada" (1990), "Baccio da Montelupo" (1995), "Donne di Toscana" (1996), Raffaello da Montelupo" (1998), "Feste per un anno" (2000), "Diavoli, santi e bonagente" (2002), "Un uomo contro" (2003). Ha tre passioni confessabili: viaggiare, conoscere la Toscana, guidare la motocicletta. Collabora all'Informatore dell'Unicoop dal 1995.

Lo scoppio del carro a Firenze

Settimana Santa

Non si esagera nell’affermare che quasi ogni località, piccola o grande, della Toscana ha un suo modo di ricordare, rievocare o celebrare quei drammatici ma anche gloriosi episodi che riguardano gli ultimi giorni dell’esistenza terrena di Gesù Cristo. C’è chi lo fa con una processione, chi con una cerimonia particolare, chi in maniera collettiva in una strada o una piazza, chi nel privato della propria casa o chiesa.

Se a Firenze si celebra in modo rumoroso e pirotecnico con lo “Scoppio del carro”, a Calci lo si fa nel silenzio e nell’intimità dell’interno della Certosa con la “Via Crucis”. Se a Prato si coglie l’occasione per mostrare una volta ancora (accade cinque volte ogni anno) dal pulpito donatelliano di Piazza del Duomo, la Sacra Cintola che, secondo un’antica leggenda, cingeva i fianchi della Madonna, a San Casciano in Val di Pesa si rievoca la morte e resurrezione di Cristo con la creazione di composizioni floreali, usando vecce e grano misti a fiori di stagione.

La Processione di Castiglion Fiorentino

Ma c’è un paese in Toscana che vede impegnati i suoi abitanti per quasi ogni giorno della Settimana santa. Si tratta di Castiglion Fiorentino, in provincia di Arezzo. In questa cittadina di poco più di dodicimila abitanti esistono, fino dal XVI secolo, tre confraternite religiose: in una sorta di leale e amichevole competizione, organizzano ognuna una propria processione che, in notturna, si snoda per le strade del centro cittadino.

Quest’anno inizia, martedì 22, la Compagnia di Sant’Antonio i cui confratelli, vestiti con cappa e buffa bianche, e tenendo in mano una torcia accesa, partono dalla chiesa di San Francesco e vi fanno ritorno dopo un lungo giro intorno al cassero sovrastante la cittadina.

In testa al gruppo si erge la statua del Cristo con le mani legate a significare il suo arresto nell’orto degli ulivi che, secondo la tradizione, avvenne proprio la notte del martedì.

Il giorno successivo, sempre in notturna, è organizzata la seconda processione, stavolta promossa dalla Compagnia della buona Morte che ha come simulacro un Cristo ligneo legato alla colonna in ricordo della flagellazione. I suoi adepti vestono cappa e buffa nere e partono – e tornano – dalla Cappella della buona Morte, oggi della Misericordia.

La terza, forse la più importante e sentita dalla popolazione, è quella del venerdì sera, organizzata dai confratelli della Compagnia di Gesù. In questo caso i partecipanti indossano tonache di colore blu e portano una statua che raffigura Gesù dopo la crocifissione.

Secondo un’antica tradizione, tutti i confratelli partecipano alla processione del venerdì e sono presenti anche le donne vestite di nero e con un velo sulla testa. Coloro che sono preposti al trasporto delle statue in genere camminano a piedi nudi, mentre va detto che, ormai da molto tempo, nessuno segue l’antica pratica di procedere a torso nudo flagellandosi con fruste e nerbi.

Ma le celebrazioni non finiscono qui: il sabato successivo, durante la solenne messa di mezzanotte, nella chiesa della Collegiata, si svolge l’ormai famosa cerimonia della “volata”. Mentre sull’altar maggiore il sacerdote intona il Gloria, dal fondo della chiesa scattano alcuni confratelli che portano a spalla la statua del Resurrexit (pesante qualche centinaio di chili), e percorrono di corsa tutta la navata centrale fra due ali di folla, mentre nella piazza antistante è tutto un tripudio di suoni, luci, musica e mortaretti.

Ma non è ancora tutto: il lunedì successivo alla Pasqua - ad anni alterni e quest’anno non è previsto - va in scena nel teatro dei Cipressi in piazza Garibaldi, una Sacra rappresentazione scritta nel 1953 dal sacerdote e storico aretino Angelo Tafi.

Come si diceva all’inizio, tante altre sono le manifestazioni che ravvivano e rammentano gli eventi di quei giorni fatali per la storia del Cristianesimo.  Lasciando da parte il già menzionato e millenario “Scoppio del carro” fiorentino (ma in epoca più recente l’esempio è stato seguito da altre località come Tosi, Rufina, Cascia, Figline Valdarno…), vanno senz’altro menzionate la “Processione dei Crocioni” di Castiglione Garfagnana, la “Giudeata” di Abbadia San Salvatore, la ricostruzione scenica del Venerdì Santo a Grassina, la “Processione del Cristo Morto” a Fivizzano, quella del “Cristo risorto” a Foiano della Chiana, al termine della quale vengono sparate, in piazza Alta, cinquemila castagnole.

La processione della Beata Giovanna a Signa

Non è legata agli eventi pasquali. ma non per questo meno sentita, la celebrazione del culto della Beata Giovanna a Signa, il lunedì dell’Angelo. Se non altro perché la processione e l’esposizione del corpo incontaminato della santa donna si svolgono ininterrottamente, salvo brevi interruzioni dovute a cause estreme, dal 1385.

Santa Maria a Monte (Pi)

Beata il lunedì

“Processione delle paniere” in onore della Beata Diana, il giorno dopo Pasqua

Andrea Marchetti

La processione delle paniere - Foto V. Pagni

Beata a furor di popolo: Diana Giuntini, vissuta a Santa Maria a Monte (Pi) fra il tredicesimo e il quattordicesimo secolo, divenne oggetto di devozione subito dopo la sua morte, anche se la Curia ne ha approvato ufficialmente il culto solo nell’anno giubilare del 2000.

Le sue spoglie, oggi conservate in un’urna nella Collegiata di San Giovanni, hanno infatti subito un processo di mummificazione naturale: segno che il corpo non fu sepolto secondo le usanze dell’epoca, ma immediatamente conservato come reliquia, a testimonianza dell’adorazione che circondava la figura di Diana, subito considerata Beata dagli abitanti di Santa Maria a Monte, di cui è patrona. Ulteriore dimostrazione il fatto che, già nel 1373, è attestato un ospedale dedicato alla Beata Diana in Santa Maria a Monte.

Nata nel 1287 in una famiglia agiata, i Giuntini, Diana morì giovane, fra i 20 e i 30 anni, dopo una vita dedicata alla contemplazione e, soprattutto, alla carità verso i più poveri, tanto da lasciare un segno forte nella comunità di Santa Maria a Monte che ancora oggi la venera.

Ogni anno, il pomeriggio del Lunedì di Pasqua, si svolge infatti la “Processione delle paniere” dedicata alla Beata Diana e ispirata a un fatto della sua vita. Secondo la tradizione, infatti, la beata, per non farsi scoprire, trasformò in fiori il pane che portava con sé nel grembiule. Quindi, quando fu al cospetto dei più bisognosi, tramutò di nuovo i fiori in pane e glielo donò.

Oggi, per celebrare quell’episodio, le ragazze di Santa Maria a Monte, accompagnate da un “cavaliere”, sfilano in processione per le vie del paese, portando sulla testa le “paniere”, ovverosia delle ceste piene di fiori. La processione parte dalla cappella della Beata Diana, nella zona più bassa del paese, e sale fino alla Collegiata, dove il corpo di Diana è custodito in una teca vitrea del 1695 che sostituisce un’urna più semplice del quindicesimo secolo.

In passato le ragazze trasportavano un recipiente per l’olio che serviva ad accendere la lampada di fronte al corpo della beata. La “Processione delle paniere” è l’elemento culminante delle celebrazioni in suo onore, che iniziano con il Vespro della Domenica di Pasqua, cui segue l’apertura dell’urna, e terminano con Te Deum del mercoledì successivo.

Un’altra processione si svolge anche il martedì dopo la Pasqua: stavolta le ragazze portano ceri in onore della beata. Nel 2014 l’amministrazione comunale ha anche creato un museo, vicino alla zona della Rocca, dedicato alla Beata Diana Giuntini e, da tempo immemore, esiste una congregazione che si occupa dei festeggiamenti a lei dedicati.

Nel 2000, la congregazione (che nel 2011 si è trasformata in Confraternita Beata Diana Giuntini) ha avviato una ricerca storica allo scopo di dare una maggiore consistenza scientifica alla figura di Diana e alla sua devozione popolare.

Dagli studi condotti sulle spoglie è emerso, ad esempio, che non aveva avuto figli: nelle ossa del bacino non sono stati trovati, infatti, segni di parto. Inoltre i suoi denti erano molto meno usurati rispetto alla media dell’epoca, segno di un’alimentazione povera nonostante provenisse da famiglia benestante. L’ispessimento della pelle delle ginocchia, poi, ce la fa immaginare spesso genuflessa, in atto di preghiera.

Gli studi, insomma, restituiscono un ritratto di Diana Giuntini conforme a quanto è stato tramandato e testimoniano una vita vissuta in coerenza con i suoi principi di fede.