Il palio dell'oca e la festa della palombella a Orvieto e la processione dei serpari a Cocullo

Scritto da Matilde Jonas |    Maggio 2005    |    Pag.

Giornalista Fiorentina, laureata in pedagogia con indirizzo psicologico, vive a Vejano (Viterbo), in piena Tuscia. Collaboratrice di numerose riviste letterarie, di quotidiani e mensili, a cui alterna l'attività di ufficio stampa per manifestazioni artistiche, ha anche pubblicato libri di poesie e narrativa (La lunga notte dei nove sentieri, Ed. Quaderni di Hellas; Tra silenzio e parole, Nardini Editore; Venerdì, MCS). Per la collana 900 di Mondadori/De Agostini ha curato le prefazioni di autori del Novecento. Direttore responsabile fino al giugno 1995 del mensile della Newton Periodici Firenze ieri, oggi, domani, ha progettato e realizzato il mensile Firenze Toscana, per il gruppo editoriale Olimpia, di cui ha assunto anche la direzione.

Oche e serpenti
Tra sacro e profano

Di certo gli orvietani devono averlo ereditato dai progenitori etruschi - un popolo che la vita se la sapeva godere - quel gusto per il gioco che nel corso dei secoli ha riempito la loro vita di una fitta schiera di feste da consegnare alla tradizione. Già nel medioevo si correva un palio, ma anche la corsa all'anello, la quintana, l'assalto al castello.
Le prime notizie riguardanti il Palio dell'oca risalgono al 1494. La gara veniva disputata tra i cavalieri delle opposte fazioni di Cava (con i quartieri di Olmo e Serancia) e di Piastrella (con i quartieri di Stella e Corsica) e consisteva in una corsa durante la quale si dovevano afferrare per il collo due oche penzolanti da una corda, fino a spiccarne la testa e a depositarla in una cesta.

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Oggi il palio
- che si corre in Piazza del Popolo a partire dalle 21 della sera della vigilia di Pentecoste (quest'anno il 14 maggio) e apre il lungo ciclo di feste della primavera orvietana, vero e proprio viaggio a ritroso nella storia - ha perso il carattere cruento di un tempo; ma se le oche, sostituite da un panno bianco, non perdono più la testa, ci lasciano comunque le penne, in quanto protagoniste assolute - assieme ai famosi vini di Orvieto - del faraonico menu della Gran Cena dell'Oca, una delle iniziative collaterali organizzata in collaborazione con il Palazzo del Gusto, che si tiene la sera della vigilia del palio.

Migliore sorte tocca invece alla colomba, destinata a rappresentare lo Spirito Santo durante la Festa della Palombella, con la quale Orvieto celebra la Pentecoste e dalla quale gli orvietani da sette secoli traggono auspici sul futuro raccolto. Spicca il suo volo a mezzogiorno in punto dal tetto della Chiesa di S. Francesco, legata da nastri rossi alla raggiera che scende lungo un cavo d'acciaio, fino a raggiungere il Cenacolo di legno eretto sul sagrato del Duomo e ad accenderne i mortaretti.
Presumibilmente traumatizzata dai "mille botti", dal tripudio della folla e dagli omaggi delle autorità ricevuti all'interno della Cattedrale, ma viva e vegeta, la colomba viene affidata all'ultima coppia di sposi che hanno celebrato le nozze in questo gioiello dell'architettura romanico-gotica. A loro il compito di custodire amorosamente la bestiola fino alla fine naturale dei suoi giorni: come dire che le sventure non vengono mai sole!

Foto: Massimo Roncella - Archivio STA dell'Orvietano

Info: Servizio Turistico dell'Orvietano, tel. 0763341772

I serpenti del Santo

Un pugno di case in cima a una roccia circondata da una corona di monti. Un gomitolo di vicoli e archi affacciato sulla valle del Flaturno, contiguo alle spettacolari Gole del Sagittario.
Cocullo, provincia dell'Aquila, ex feudo dei Conti di Celano a ridosso del Gran Sasso, appena 500 abitanti: un puntino sulla carta geografica che si stenterebbe a trovare, non fosse per il casello autostradale della A 25 che ne evidenzia il nome.

Posizione defilata e isolamento sono le cause fondamentali della sopravvivenza presso questa minuscola comunità pastorale di un rito - la Processione dei Serpari - che ricalca il modello arcaico della devozione al serpente, signore della fecondità e della forza della natura, simbolo di morte e rinascita, dio detronizzato che incarna la psiche inferiore, ciò che è oscuro, incomprensibile e misterioso: sicuramente la più antica e universale forma religiosa della storia dell'uomo.

Il primo giovedì di maggio Cocullo festeggia San Domenico, patrono del paese, dove si conservano due sue reliquie: un dente molare e il ferro della sua mula.
Le popolazioni pastorali dell'Italia centrale attribuiscono al monaco benedettino, vissuto a cavallo dell'anno Mille, il potere di proteggere uomini e animali domestici dai morsi di serpenti, cani e lupi, ma anche da tempeste, febbri e mal di denti.

A mezzogiorno, finita la funzione religiosa, i devoti - convenuti da Campania, Molise e Lazio - portano in processione la statua del santo; sul sagrato della chiesa i serpari - maestri nel catturare e maneggiare serpenti vivi, arte antica quanto difficile che si tramanda da padre in figlio - la rivestono di serpi.
Un gesto che evidenzia l'attribuzione a San Domenico della capacità di conciliare due mondi contrapposti: quello della natura e quello dello spirito.
E - guarda caso - l'antico dio serpente incarnava proprio quella figura in cui gli opposti convivevano integrati, prima che il cattolicesimo, con la netta contrapposizione tra Bene e Male, lo relegasse all'Inferno.

Comune di Cocullo, tel. 086449117
APT dell'Aquila, tel. 0862410340