Non dormire fa male alla salute. Cause, farmaci e cure

Scritto da Alma Valente |    Maggio 2015    |    Pag.

Giornalista Nata a Roma.

Dopo la laurea in Filosofia ha insegnato per due anni. Successivamente ha lavorato presso l'Ufficio Stampa della Presidenza dei Gruppi Parlamentari della Camera dei Deputati, collaborando in particolare con Giorgio Napolitano.

Trasferitasi a Firenze, ha iniziato a scrivere l'Informatore, con articoli inerenti la di medicina.

Dal '97 ha cominciato a fare televisione: prima come inviata per la trasmissione Informacoop e poi curando una rubrica dedicata alla salute all'interno di Liberetà (trasmissione dello Spi-CGIL).

Disegno di L. Contemori

“Fate la nanna coscine di pollo…” questa era la ninna-nanna che ci cantavano le nostre mamme con voce suadente. E sonno era. Ma purtroppo il tempo passa e, tra lavoro, stress quotidiano, malanni e perché no, anche un po’ di amore infelice, il nostro sonno viene disturbato. Si può dire che l’insonnia persistente colpisce circa il 10% della popolazione adulta, è più frequente nelle donne di età superiore ai 45 anni e la presenza del disturbo non sempre viene riferita spontaneamente al medico.

Eppure la carenza cronica di sonno ha un impatto negativo sulla qualità della vita e diminuisce le prestazioni psicofisiche, tanto da rappresentare un vero fenomeno sociale. Cominciamo ad affrontare il tema con il dottor Walter Ingarozza, presidente nazionale Aimef - Associazione italiana medici di famiglia.

Sono frequenti tra i suoi pazienti coloro che parlano con il medico di questo problema?

«Purtroppo non sono molti. La percentuale stimata si aggira intorno al 6-7% per il sesso maschile e al 10% per quello femminile, ma questi dati sono relativi, in quanto alcuni pazienti riferiscono solo sintomi notturni correlati con la quantità e qualità del sonno. Altri, invece, accusano solo sintomi diurni apparentemente legati a patologie diverse, ma in effetti secondari all’insonnia, quali stanchezza, disturbi dell’attenzione, cefalea, ansia e irritabilità, stato depressivo o disturbi dell’umore e vertigini. Pertanto l’insonnia non viene identificata dal medico, perché più della metà dei pazienti tende a non riferire il disturbo».

In quale percentuale propone l’uso di farmaci di sua prescrizione ed in quali casi decide di avvalersi della consulenza di uno specialista?

«L’insonnia può essere gestita dal medico di famiglia e i risultati positivi della terapia sono condizionati dal rapporto di fiducia medico-paziente. Nelle forme più lievi si preferisce non ricorrere ai farmaci ipnotici, che spesso provocano effetti collaterali, suggerendo piuttosto regole generali per una corretta igiene del sonno. Andare a letto solo quando si sente il bisogno di dormire, evitando di guardare la Tv in camera, o di addormentarsi sul divano, non dormire durante la giornata, mangiare poco a cena, evitare fumo, eccesso di alcolici e di caffè, prima di coricarsi cercare forme di rilassamento, un’ora prima di andare a letto smettere di lavorare o svolgere attività impegnative, fare uso di tisane rilassanti, integratori a base di melatonina, valeriana, passiflora.

Nei casi in cui ci sia la necessità di introdurre in terapia un farmaco, bisogna scegliere quello che sia più tollerabile e maneggevole possibilmente con una formulazione in gocce in modo da consentire al paziente una regolazione del dosaggio. Nei casi più resistenti bisogna indirizzare il paziente allo specialista».

Al professor Valdo Ricca, associato di psichiatria dell’Università di Firenze, abbiamo chiesto cosa vuol dire insonnia.

«Si intende “la difficoltà nell’iniziare e/o mantenere il sonno” oppure la “sensazione di sonno non riposante”».

Ma è un disturbo omogeneo nelle sue manifestazioni o ne esistono di vari tipi?

«Può presentarsi a qualunque età, a seguito di cause di natura biologica, psicologica/psichiatrica o ambientale. Può manifestarsi con difficoltà ad addormentarsi, risvegli frequenti durante la notte, risveglio mattutino precoce o con la coesistenza di questi tre aspetti nello stesso soggetto. Inoltre, può aversi un sonno poco ristoratore, nonostante la durata adeguata. Quest’ultima tipologia di insonnia è dovuta alla scarsa presenza delle fasi più profonde del sonno, oppure alla maggior frequenza di microrisvegli».

L’insonnia può essere il sintomo di altri disturbi psichici o di malattie organiche?

«In corso di patologie psichiatriche sono molto diffusi, e spesso fra i primi a comparire. Nei disturbi d’ansia di solito c’è una difficoltà ad addormentarsi. In quelli di panico talvolta sono risvegli improvvisi accompagnati da forte angoscia senso di morte imminente, tachicardia, sudorazione e accelerata frequenza respiratoria. Nella depressione maggiore vi sono risvegli dopo alcune ore di sonno, accompagnati da umore depresso.

I pazienti maniacali possono sentirsi riposati anche solo dopo 2-4 ore di sonno notturno ed a volte hanno anche difficoltà ad addormentarsi. Infine nelle psicosi vi è spesso una riduzione del tempo totale di sonno».

Con quale criterio lo psichiatra effettua la scelta dei farmaci da usare nelle varie evenienze?

«Prima di iniziare una terapia farmacologica è necessario valutare le caratteristiche dell’insonnia, la frequenza e durata dei disturbi, l’eventuale presenza di sintomi associati, come le possibili patologie internistiche (ad esempio cardiocircolatorie, respiratorie, epatiche, renali, neurologiche), gli eventuali eventi o situazioni stressanti che possono favorire o causare l’insonnia, l’ambiente dove il soggetto dorme di notte, le abitudini voluttuarie (caffè, thè, fumo, stupefacenti), l’uso di psicofarmaci pregressi o attuali».

Quale la terapia?

«I farmaci che si possono usare sono molteplici e vanno adattati alle caratteristiche del paziente dietro prescrizione gestita dai soli specialisti».

Infine, al professor Pierangelo Geppetti, ordinario di Farmacologia dell’Università di Firenze abbiamo chiesto: ma le sostanze usate per indurre il sonno possono dare dipendenza?

«Parlando di farmaci comunemente utilizzati per il trattamento dell’insonnia, ci riferiamo essenzialmente alle benzodiazepine. Questi sono in genere efficaci nel favorire il sonno se usati per brevi periodi, mentre non esistono dati sicuri sulla loro efficacia quando vengono impiegati per trattamenti cronici dell’insonnia.

Tuttavia, gli ipnotici attualmente commercializzati sono associati a dipendenza fisica e/o psicologica di vario grado; pertanto il loro utilizzo dovrebbe essere riservato solo ai casi in cui l’insonnia interferisce marcatamente con la salute e con la qualità della vita del paziente, e quando gli altri approcci non sono stati risolutivi. Il farmaco dovrebbe essere impiegato al dosaggio minimo efficace per il più breve tempo possibile, e con somministrazione intermittente piuttosto che continua. Infatti, la maggior parte delle prescrizioni riguarda pazienti con età superiore ai 65 anni, più soggetti a sviluppare eventuali effetti collaterali».

Si può generare assuefazione e quindi inefficacia nel tempo?

«Nel breve periodo, le benzodiazepine sono quasi sempre efficaci. Tuttavia, si può sviluppare una tolleranza all’effetto ipnotico in poche settimane di utilizzo regolare. Perciò, già dopo poco tempo può rendersi necessario un aumento del dosaggio del farmaco allo scopo di ottenere lo stesso effetto terapeutico.

Alcuni studi hanno evidenziato che il fenomeno della tolleranza si sviluppa più raramente con i farmaci benzodiazepino-simili. Tuttavia, anche questi possono far sviluppare tolleranza dopo somministrazioni ripetute per alcune settimane, e nessuno dei farmaci è registrato per un trattamento di durata superiore alle 4 settimane».

L’insonnia. Da Raitre - Geo del 02.03.15 - durata 8’ 24’’