Cambiano i tempi, cambiano le mode: e le parole "perdute" non ritornano più...

Scritto da Pier Francesco Listri |    Novembre 2004    |    Pag.

Giornalista e scrittore Caporedattore per oltre un ventennio del quotidiano "La Nazione", è stato collaboratore del "Ponte" e de "L'Espresso". Profondo conoscitore della storia fiorentina e toscana, alla quale ha dedicato numerosi volumi. Ha curato a lungo i problemi della scuola, redigendo manuali e fondando le riviste "Tuttoscuola" e "Palomar". Ha diretto a Firenze l'emittente televisiva Rete A, al suo attivo ha anche una collaborazione trentennale con la RAI.

Nostalgia dell'uscio
Ben ordinate dentro il vocabolario,
nella realtà della vita le parole partecipano del caos che ora le esalta, ora le maltratta, ora le uccide. Perché dunque non provare a recuperare, ogni tanto, qualche parola dimenticata o scomparsa ingiustamente dal nostro parlar quotidiano? Scegliamone due bellissime che non sono in realtà scomparse, ma sempre meno sono usate dalla stampa e molto di rado pronunciate alla radio e alla televisione.

Le due parole sono "malinconia" e "nostalgia". I buoni dizionari dicono che malinconia indica "stato d'animo di vaga tristezza" fino a giungere a "sconsolato e pessimistico abbandono". Viviamo tempi tecnologici e salutistici, dove l'aggressività è premiata e il suo opposto ignorato o disprezzato. Sicché in luogo della nostra bella parola si vede usare molto spesso, a seconda delle situazioni, "depressione", "frustrazione", "astenia", secondo quel sommario processo semplificatorio per cui - attingendo ad un esempio ben diverso - ormai ogni "rimorso" si traduce eufemisticamente in "senso di colpa".
Sebbene uno dei più bei sonetti italiani cominci col verso "Malinconia dolcissima che ognora", la malinconia, delicato e particolare stato d'animo che accompagnava i poeti, non è di moda nella società del Duemila.

Diverso è il destino della parola "nostalgia" (fugacemente tornato di recente alla ribalta per il bel film Nostalghja del regista russo Tarkovski). Questa bellissima parola è formata a sua volta da due parole del greco antico: nostos (ritorno in patria) e algos (dolore); equivale dunque a "dolore per il mancato ritorno". Tale la si lesse a scuola nel personaggio di Ulisse nell'Odissea.
La civiltà nostra, frenetica e proiettata verso la continua mobilità, dà al viaggio un valore positivo, sicché il "dolore del ritorno" non è più di moda. Eppure ognuno di noi prova ancora "nostalgia", se non altro come figurato ritorno alla propria giovinezza. Basta del resto guardarsi attorno, osservando nelle nostre città i visi di tanti extracomunitari, per cogliere cosa significhi la "nostalgia" della propria terra e casa.
Però, quante volte avete sentito la parola "nostalgia" alla televisione?

Altre parole sono scomparse dal nostro orizzonte per morte naturale: perché sono scomparsi gli oggetti cui si riferivano.
Nell'ambito domestico nessuno usa più la parola "macinino", perché l'attrezzo con cui si macinavano i chicchi di caffè è del tutto fuori uso (anche se ne sopravvive l'uso metaforico quando si dice: "la tua automobile è un macinino").
Lo stesso vale per la parola "scaldino", con la variante "gegia", che qualche nonna di certo ben ricorda. Nella nomenclatura domestica molte cose hanno, se non altro, cambiato nome.
Chi ancora, se non un toscano doc, usa la parola "uscio" in luogo di "porta"? Perfino le stanze hanno cambiato nome. Appena ieri l'altro nella casa borghese c'era il "salotto", che oggi è indicato nelle due versioni di "sala da pranzo" (però si mangia in cucina) o "tinello".

Così, almeno da noi, si chiamava "galleria" quello che oggi tutti chiamano "corridoio" (spesso sostituito dal cosiddetto "ingresso"). Chi non ha sentito sua nonna dire "per piacere accendimi il lume", parola oggi decaduta, sostituita da attrezzi diversi come "torcera", "lampadario", "applique".
La bellissima parola "lume" indicava la fonte luminosa e la luce stessa, oggi sopravvissuta nel "lume degli occhi" e nel semplice e bellissimo "luce".
Quanto a "uscio", derivante dal latino tardo "ostium" che significava "porta", è parola che ha grandissima tradizione anche poetica se Petrarca poteva cantare, a proposito degli occhi, "di che lacrime son fatti uscio e varco" e, ben più tardi, Leopardi dice dell'artigiano "con l'opra in man cantando fassi in sul uscio". Solo in Toscana è rimasto il bel detto "uscio e bottega", che significa, ognun sa, due cose tra loro molto vicine.

Restando ancora attorno ai nomi domestici, anche il bel termine "pigione", di lunghissima durata, pare oggi totalmente sostituito dalla parola, peraltro non meno antica, "affitto" (dalla radice teutonica di "feudo" detto "fio"). "Pigione" invece ha la stessa radice del termine "pensione", che deriva dal latino "pensionem" che significa "pesatura" e che poi è divenuto "pagamento" (l'importo da versare per vitto e alloggio). Nel linguaggio della burocrazia "pigione" si è trasformato infine nella parola "canone d'affitto".
Per chiudere sulle parole della casa, evitate sempre di scrivere quel che si lesse qualche anno fa sulle cronache di un quotidiano, dove di un malcapitato si diceva che aveva "sbattuto la testa nel vano della porta". Al lettore di cogliere il facile equivoco.