Un’idea di Teresa Mattei, partigiana, all’Assemblea Costituente. Consigli per la coltivazione

Scritto da Càrola Ciotti |    Marzo 2013    |    Pag. 6

Fotografa. Collabora dal 1994 con l'Informatore, soprattutto realizzando immagini, ma ultimamente anche scrivendo testi. Ha iniziato a fotografare nel 1979 dedicandosi da subito allo sviluppo e alla stampa delle proprie immagini in bianco e nero. Nel 1987, dopo alcuni anni di collaborazione con professionisti, apre un proprio studio. Portata alla ritrattistica e alla moda, non trascura il reportage e la fotografia naturalistica. In varie esposizioni ha presentato il frutto di una ricerca sul corpo e sul volto femminile.
Ha partecipato come fotografa ufficiale al festival "France Cinéma". Sue fotografie sono apparse su libri, cataloghi e riviste.

L’usanza di regalare alle donne di ogni età un mazzetto di mimosa, l’otto marzo, ha radici nella storia del nostro paese. Fu Teresa Mattei, nata a Genova nel 1921 attualmente residente a Lari, in provincia di Pisa,  straordinaria figura della Resistenza e della successiva nascita della nostra Repubblica, ad avere l’idea di usare questo fiore in occasione della Giornata internazionale della donna.

“Chicchi”, questo il suo nome di battaglia, fu comandante di una formazione garibaldina che operò a Firenze; l’episodio del film di Roberto Rossellini, Paisà, è ispirato alla sua persona. Fu poi membro dell’Assemblea costituente, deputata nelle file del Pci al Parlamento, fondatrice e Presidente dell’Unione donne italiane (Udi).

Il suo impegno sociale e politico fu principalmente dedito alla lotta per i diritti delle donne e dei bambini. Fu, appunto, Teresa Mattei, insieme a Rita Montagnana dell’Udi, a proporre a Luigi Longo, dopo che egli aveva espresso il desiderio di donare violette alle donne – come già si usava in Francia – di optare invece per un fiore più umile, popolare, che si trovasse facilmente anche nelle campagne, come la mimosa. Teresa, col suo spirito pratico, obiettò che anche le orchidee, proposte dalle parlamentari socialiste, erano troppo costose.

Teresa matteiLe tornò allora alla mente una bella leggenda cinese in cui si racconta di una principessa e delle sue mimose, raffigurate come simbolo del calore della famiglia e della gentilezza femminile. Detto, fatto: da quel momento in poi, quegli allegri fiorellini sono entrati a far parte della nostra tradizione. Basti dire che ogni anno, nel nostro Paese, se ne vendono oltre quindici milioni di mazzetti.

Dall’Australia

La mimosa appartiene alla famiglia delle Mimosacee, il suo nome scientifico è Acacia dealbata ed è originaria dell’Australia.

Fu importata in Europa nell’‘800 ed ebbe immediato successo come pianta ornamentale per la bellezza della sua chioma fiorita; gli inconfondibili, piccoli fiori gialli, dalla forma globosa, hanno un delicato e inconfondibile profumo che li rende unici. In molte zone d’Italia, soprattutto nel sud e lungo le fasce costiere di Liguria e Toscana, la mimosa ha trovato l’habitat ideale; si è ormai naturalizzata, tanto che molti credono che le sue origini siano mediterranee.

È una pianta che alle nostre latitudini cresce come un albero – raramente supera gli otto-dieci metri di altezza –; ma nel suo continente di origine si possono trovare esemplari alti fino a trenta metri. Nonostante l’aspetto apparentemente delicato, la mimosa è piuttosto rustica, anche se teme inverni rigidi; perciò, si può coltivare con successo nelle zone con clima mite. La specie più diffusa in Italia è l’Acacia dealbata di cui esistono altre varietà: la Gaulois con fioritura tardiva, la Rustica, mediamente precoce, e la Touraire che fiorisce già intorno a gennaio.

Giardino e balcone

Volendo piantare in giardino una mimosa, è bene esporla in luogo soleggiato, purché ben protetto dal vento; bisogna scegliere un esemplare di almeno due - tre anni d’età, coltivato in vaso.

Pianta mimosaSi prepara una buca un poco più grande del vaso e si pone sul fondo uno strato di sassolini e uno di stallatico. Una volta sistemata la pianta, che deve avere un substrato fresco con ph neutro o leggermente acido, si annaffia bene; ma attenzione, il trapianto va compiuto quando la mimosa è sfiorita e il gelo invernale è cessato.

Se invece si coltiva in terrazzo, si lascia nel suo vaso fino a settembre; poi si sistema in uno poco più grande. Ogni anno o due, sempre in autunno, cambieremo vaso e, quando la pianta sarà cresciuta e solida, la si porrà in un contenitore a forma di cubo di 40 cm di lato per 40 cm di altezza, che non sostituiremo più.

Per quanto riguarda la concimazione, la mimosa coltivata in vaso richiede nutrimento periodico (ogni 12-15 giorni con concime per piante fiorite, diluito nell’acqua delle annaffiature), da marzo fino ad ottobre; per gli esemplari che vivono in piena terra, spargeremo, a fine inverno e dopo aver leggermente zappettato il terreno alla base, un po’ di stallatico maturo o concime granulare a lenta cessione.

Le esigenze idriche di questa pianta sono limitate; se coltivata in piena terra, la mimosa soddisfa in genere i propri bisogni con le piogge ma, se vive in vaso, è opportuno annaffiarla durante i periodi più caldi, purché con moderazione, dato che teme i ristagni idrici; in inverno, conviene sospendere le innaffiature. Se vogliamo mantenere una forma armonica alla nostra mimosa, è necessario, nei primi anni di vita, tenere sotto controllo la crescita dei rami che spesso è piuttosto esuberante.

Quando la chioma ha raggiunto un certo equilibrio nella forma, le potature possono essere drasticamente ridotte; se vogliamo, si può potare la mimosa a fine fioritura per favorire l’emissione dei nuovi getti. La mimosa è specie soggetta ad attacchi di parassiti, tra cui la pulce, che attacca i germogli della pianta, e la cocciniglia che si insedia sui rami formando colonie; si curerà la pianta con antiparassitari, meglio se naturali (vedi articolo “Informatore”, gennaio 2009).

Fra le malattie, la più diffusa è, probabilmente, il marciume radicale: occorre intervenire disinfestando il terreno e drenandolo, in primavera o in autunno.

Con gocce di limone

Per conservare i fiori recisi più a lungo, si consiglia di tagliare subito un pezzetto del ramo, eliminare le foglie basali con un coltellino ben affilato e aggiungere all’acqua del vaso succo di limone – nella misura di dieci gocce per litro – per correggerne l’acidità; l’acqua deve essere tiepida e il vaso posto in prossimità di una finestra, lontano da fonti di calore.

I fiori si prestano bene all’essiccazione; potremo utilizzarli in qualche composizione, per un pot-pourri o semplicemente conservarli come ricordo di un Otto marzo un po’ speciale: si preparano i mazzetti quando l’infiorescenza è al massimo splendore e si appendono a capo all’ingiù in un luogo poco luminoso, ventilato e asciutto. In questo  modo, le palline si manterranno integre, non marciranno e dureranno più a lungo.

Foto di (a partire dall'alto):

  • F. Magonio
  • Teresa Mattei (foto di I. Franciosi)
  • C. Ciotti

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