Il cibo per gli animali domestici

Scritto da Letizia Coppetti |    Aprile 2002    |    Pag.

Giornalista Fiorentina, laureata in lingue e letterature straniere, ha lavorato per tredici anni alla redazione di Firenze dell'Agenzia Ansa, occupandosi sia di cronaca nera che di bianca. Collabora dal 1990 con l'Informatore e dal giugno 2001 a dicembre 2002 si è occupata dei contenuti del sito di Unicoop Firenze. E' stata anche direttore del periodico Celiachia Notizie, house organ dell'Associazione Italiana Celiachia. E' stata coordinatore redazionale dell'Informatore fino al giugno 2006, la rivista dedicata ai soci.

Era il cibo tradizionale destinato ai gatti. Chiedetelo ai più anziani, e vi risponderanno che ai loro mici davano il polmone. Invece questo organo contiene sostanze che non sono le più adatte all'alimentazione dei felini, come pure la milza e alcune parti dell'intestino. E oggi cosa diamo da mangiare agli animali domestici? In Italia, il 40% del fabbisogno è ormai coperto dai cibi industriali, ma secondo gli analisti il segmento ha ancora margini di crescita, perché in altri paesi, come Gran Bretagna e Francia, è già rispettivamente all'80 e al 60%. Si stima che nella penisola esistano 7 milioni 200 mila gatti, 6 milioni 800 mila cani, 13 milioni di uccellini, 1 milione 800 mila piccoli mammiferi, 1 milione di animali da terrario e 29 milioni di pesci ornamentali. E in una società che non fa più figli, sempre più spesso sia giovani coppie che anziani rivolgono il loro bisogno di affetto verso gli animali domestici.

Meglio secco
Non c'è trippa per gatti
E' meglio dunque il pastone fatto in casa o il cibo industriale? L'importante è assicurare all'animale un'alimentazione bilanciata, in cui siano compresi tutti i componenti di cui ha bisogno. In questo senso, alimentare il cane e il gatto esclusivamente con gli scarti dell'alimentazione umana è sbagliato. Il veterinario saprà invece indicare quale sono le giusti proporzioni dei singoli cibi di cui l'animale ha bisogno. E per quanto riguarda i cibi industriali? «I più equilibrati e completi - afferma Paride Zaganelli di Coop Italia - sono sicuramente gli alimenti secchi, generalmente generosi di informazioni nutrizionali. Sugli alimenti umidi invece, le cosiddette scatolette, le etichette in genere riportano solo le informazioni basilari previste dalla legge».
Ma quali sono le informazioni presenti sulle etichette che ci fanno capire se un alimento, al di là del prezzo (che pure è un buon indicatore in questo senso, a meno che dietro non ci siano solo alti costi dovuti al marketing), sia di qualità? «La prima cosa da fare è valutare la percentuale delle proteine: tanto più il prodotto è ricco di proteine tanto più si presuppone che l'alimento sia nobile. Questo però entro un certo limite: è infatti il valore biologico che a parità di contenuto proteico dà il valore di qualità del prodotto. Oltre una certa soglia, quel prodotto potrebbe addirittura essere dannoso per l'animale: per il gatto il valore proteico ottimale dovrebbe essere fino al 28-33%, nel cane inferiore. Per quanto riguarda i grassi, un loro eccesso non è positivo (esattamente come nell'alimentazione umana), ma ci sono da valutare molti fattori: ad esempio se il cane è in accrescimento o in lattazione, e se fa molto o poco movimento. Anche il contenuto di ceneri e fibra è un indicatore di qualità: se è troppo elevato, è sinonimo di prodotto povero».

Occhio alle proteine
Non c'è trippa per gatti
Confrontando questi tre elementi nei diversi prodotti sembrerebbe possibile intuire, quindi, quali siano i migliori. Ma non è così semplice, invece. Perché il contenuto proteico potrebbe essere ottenuto con l'apporto di proteine che con quelle nobili della carne hanno poco a che fare. Ad esempio con la soia o con altre proteine di tipo vegetale, che se possono andare bene per il cane, che può nutrirsi anche di carboidrati, meno bene vanno per il gatto, che è sostanzialmente un carnivoro. E poche certezze derivano anche dalla lettura degli ingredienti: sotto la dicitura "carni e derivati" può nascondersi infatti di tutto. Il produttore che utilizza tagli di carne di qualità, adatte al consumo umano, ha comunque tutto l'interesse a dichiararlo in etichetta. Una lettura attenta dovrebbe quindi essere di aiuto: meno informazioni trovate in etichetta e più dubbi dovrebbero nascervi sulla reale qualità di quel prodotto. Ma finiamo con una nota positiva: le farine animali usate nel "pet food", dopo lo scandalo "mucca pazza", sono ricavate da carni che hanno ricevuto l'autorizzazione anche per l'alimentazione umana e che quindi, se non ci troviamo di fronte a casi di frode, sono esenti dalla minaccia Bse.

Il prodotto Coop
L'apporto proteico deriva da carni congelate di buona qualità. L'umido a marchio Coop rappresenta un alimento completo, è privo di coloranti e conservanti ed è arricchito con vitamine E e B1. Gli alimenti secchi, oltre ad essere completi e bilanciati in termini nutrizionali (non necessitano quindi di essere integrati con altri alimenti), sono privi di coloranti, a differenza di altre marche in cui il colore viene aggiunto, ma solo per rendere visivamente l'idea (ai padroni, naturalmente!) della presenza di carote o altre verdure. Sono sempre presenti, infine, i gruppi vitaminici necessari per l'ottimale funzionamento delle attività metaboliche.
Si sta lavorando per migliorare ulteriormente l'appetibilità del prodotto da parte dell'animale, intervenendo su quelle sostanze (polipeptidi) che rendono il prodotto gradevole per l'olfatto e il gusto, specialmente del gatto.


Crescita dei consumi:
in valore +6,7% e in volume +4,3%



Pet food quanto
Percentuale di cibo industriale nell'alimentazione degli animali domestici
Nord-Ovest 41,3%
Nord-Est 24,0%
Centro 25,3%
Sud 9,3%

Pet food dove
Ipermercati 21,9%
Supermercati 63,4%
Superette 14,8%