Storia e mito di Sant’Antonio Abate, protettore degli animali

Scritto da Riccardo Gatteschi |    Gennaio 2014    |    Pag. 11

giornalista e scrittore. Ha iniziato nel 1968 come cronista a Nazione Sera. Ha collaborato, nel corso dei decenni, a molti quotidiani, periodici, riviste. Ha pubblicato il primo libro nel 1971: "Toscana in festa". Sono seguiti alcuni volumi scritti a quattro mani con l'amico Piero Pieroni: "Vento del Nord, vento del Sud" (1972), "Indiani maledetti Indiani" (1973), "Ad ovest della legge" (1975), "Pirati all'arrembaggio" (1977). Ha curato alcune voci delle enciclopedie "Toscana, paese per paese" (1980) e "Costumi e tradizioni popolari" (1995). In anni più recenti ha pubblicato: "Con la croce o con la spada" (1990), "Baccio da Montelupo" (1995), "Donne di Toscana" (1996), Raffaello da Montelupo" (1998), "Feste per un anno" (2000), "Diavoli, santi e bonagente" (2002), "Un uomo contro" (2003). Ha tre passioni confessabili: viaggiare, conoscere la Toscana, guidare la motocicletta. Collabora all'Informatore dell'Unicoop dal 1995.

Sant’Antonio abate, nato alla metà del III secolo sulle rive del Nilo e vissuto per oltre cento anni, è conosciuto per molteplici ragioni: come protettore degli animali domestici e come portatore del nome di una malattia – l’Herpes zoster – meglio nota infatti come “fuoco di Sant’Antonio”.

Ma non basta; etichettare i compiti del santo egiziano solo in quell’àmbito sarebbe riduttivo e non gli renderebbe giustizia. Perché il nostro Antonio (da non confondere con quello “da Padova”, in realtà nato a Lisbona e conosciuto anche come “martello degli eretici”), è protettore di un numero davvero alto di categorie di lavoratori.

Eccole, in ordine alfabetico: allevatori, becchini, campanari, commercianti di maiali, droghieri, eremiti, fucilieri, macellai, panierai, pizzicagnoli, salumieri, stoviglieri, tosatori. Ma non basta ancora; è la sentinella di altre svariate malattie: foruncolosi, prurito, disfunzioni veneree, scorbuto, varici, parassiti interni…

Un altro aspetto della sua poliedrica personalità è essere stato vittima, protagonista e infine vincitore di mille tentazioni durante i suoi vent’anni vissuti da anacoreta nel deserto.

Nella Leggenda aurea di Jacopo da Varagine, si legge: “tanto grande era il fervore religioso di Antonio che quando Massimiano (imperatore romano promotore di persecuzioni contro i primi cristiani, n.d.r.), mandava a morte i fedeli della nuova religione, egli li seguiva per essere martirizzato con loro; e molto si rattristava che questo non accadesse”.

A Poggio a Caiano

La sua fama valicò le frontiere africane e l’eco dei suoi prodigi giunse anche in Europa. In Italia, e particolarmente in Toscana, lo si ricorda in vari modi. Se le sue tentazioni sono divenute oggetto di una copiosa produzione pittorica, è stato il suo amore per gli animali a costituire la base per feste, celebrazioni, rievocazioni, riti e folclore in molte località.

Una delle più antiche e genuine, fra le feste commemorative, è quella antichissima di Poggio a Caiano, in provincia di Prato. La sua vetustà è fra l’altro testimoniata da un famoso dipinto, datato 1709 firmato dal pittore bolognese trapiantato a Firenze, Giuseppe Maria Crespi, intitolato per l’appunto La fiera di Poggio a Caiano.

Che la festa sia dedicata a Sant’Antonio Abate lo prova il fatto che da sempre si svolge in gennaio perché, è in quel mese – il giorno è il 17 e l’anno è il 356 – che il sant’uomo trovò la morte.

Uno dei momenti più importanti e significativi della giornata è la benedizione degli animali. Se fino a qualche decennio fa si trattava di un rito, in ottica religiosa, della massima importanza perché con quella benedizione si cercava di dare protezione e salute a mucche, cavalli, pecore, asini, che costituivano un patrimonio fondamentale nell’economia rurale, adesso, con la scomparsa della mezzadria, cosa c’è rimasto da benedire? Gattini, cani al guinzaglio e con la museruola, uccellini in gabbia, pesciolini nell’acquario.

Per quanto riguarda la festa di Poggio a Caiano (che non si tiene più il giorno 17 ma la domenica più vicina), sono anche altri i momenti importanti della giornata: la distribuzione dei “panini benedetti” a base di farina dolce, che costituiscono una specialità locale, oppure, per rimanere in tema faunistico, esercizi di cavalli e cavalieri nell’ambito del 2° trofeo di giochi equestri (non competitivi) aperto a chiunque desideri partecipare. Sono previste anche esibizioni di bambini che frequentano le scuole equestri del circondario.

In Toscana

Come si diceva, sono svariate le località toscane che mantengono viva la memoria del Santo africano. A Buti, in provincia di Pisa, si organizza il “Palio di Sant’Antonio”, mentre a Torrita di Siena si rinnova la tradizionale fiera dedicata soprattutto alla valorizzazione della mucca di razza chianina.

Anche quest’anno, come da tradizione, a Pontremoli, provincia di Massa, va in scena la “Sfida dei fuochi”, una rievocazione che inizia il 17 del mese e continua fino al 31 quando, in onore di San Geminiano, si accenderanno altri fuochi in competizione con quelli di Sant’Antonio.

A Filattiera, nella Lunigiana toscana, la sera del 16 si effettua una processione per le strade del borgo che si conclude con l’accensione di vari fuochi nei rioni che compongono il tessuto comunale.

Info: Pro Loco, 0558798779

Nell'immagine in alto "Sant’Antonio bastonato dai diavoli, Sassetta, Pinacoteca Nazionale Siena"


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