La sensibilità al glutine non celiaca

Scritto da Alma Valente |    Febbraio 2014    |    Pag. 44

Giornalista Nata a Roma.

Dopo la laurea in Filosofia ha insegnato per due anni. Successivamente ha lavorato presso l'Ufficio Stampa della Presidenza dei Gruppi Parlamentari della Camera dei Deputati, collaborando in particolare con Giorgio Napolitano.

Trasferitasi a Firenze, ha iniziato a scrivere l'Informatore, con articoli inerenti la di medicina.

Dal '97 ha cominciato a fare televisione: prima come inviata per la trasmissione Informacoop e poi curando una rubrica dedicata alla salute all'interno di Liberetà (trasmissione dello Spi-CGIL).

Quando si parla di una dieta drastica si dice “a pane e acqua”, quando si nomina una ricetta che tutti sanno fare viene subito in mente “spaghetti aglio, olio e peperoncino”. Purtroppo esistono alcune persone che non potrebbero sopravvivere a diete così minimali, può sembrare strano, ma è vero.

Nel vasto panorama delle intolleranze alimentari, oltre che della ben nota celiachia, si parla spesso di sensibilità al glutine non celiaca, ma è ancora più inquietante che esistano sempre più casi di intolleranza a tutti i tipi di amidi.

L’esperto in questo settore è il professor Antonino Calabrò, direttore della Scuola di specializzazione in Gastroenterologia dell’Università di Firenze. Dobbiamo capire cosa si intende per sensibilità al glutine non celiaca e per intolleranza agli amidi in genere.

Facciamo alcune precisazioni: è evidente che anche i pazienti affetti da celiachia o da allergia al grano sono sensibili al glutine. La diagnosi di “sensibilità al glutine non celiaca” presuppone quindi che sia stata preventivamente esclusa non solo la celiachia, ma anche una eventuale allergia al grano.

«Riguardo all’intolleranza agli amidi – precisa il professor Calabrò - non è chiaro se questa esista come entità separata dalla prima, dato che sulla base delle ricerche più recenti l’intolleranza al glutine non celiaca sembrerebbe essere in realtà legata più che al glutine, all’amido di frumento e, più in generale, a sostanze fermentabili.

Ciò detto, questo tipo di sensibilità al glutine non celiaca si potrebbe definire come una sindrome clinica caratterizzata da un insieme di sintomi, variabili fra di loro, in parte o del tutto simili a quelli osservabili in pazienti affetti da celiachia, in soggetti che non siano celiaci, né allergici al grano».

Dovremmo, però, capire quali sono le attuali conoscenze sulla prevalenza di queste condizioni morbose. «Allo stato attuale non esistono dati precisi sulla prevalenza della sensibilità al glutine non celiaca e ancor meno su una eventuale intolleranza agli amidi distinta da quest'ultima - ci dice il professor Calabrò -.

Non è poi noto se queste condizioni, al contrario della celiachia che è una intolleranza permanente al glutine di frumento ed alle proteine correlate presenti nell’orzo e nella segale, rappresentino dei fenomeni transitori o se, una volta insorte durino per tutta la vita.

Per parlare della frequenza, è certo che un numero sempre maggiore di persone riferisce disturbi dopo ingestione di pane, pasta e, soprattutto, pizza. Sebbene casi di intolleranza al glutine in assenza di celiachia fossero stati descritti fin dall’inizio degli anni ‘80, il fenomeno è esploso negli ultimi 3-4 anni, specie dopo che personaggi molto noti quali Oprah Winfrey, Gwyneth Paltrow e Russell Crowe hanno pubblicamente dichiarato che la loro vita è totalmente cambiata da quando, pur non essendo celiaci, non consumano più alimenti contenenti glutine. Dati iniziali, ancora argomento di discussione, indicherebbero che il 5-8% della popolazione possa, almeno negli Stati Uniti, essere affetta da tale condizione.

Per fare chiarezza su questo argomento, l’Associazione italiana celiachia ha promosso un ampio studio volto a definire la prevalenza e le modalità di presentazione clinica della sensibilità al glutine non celiaca i cui risultati non sono ancora definitivi».

Ma cosa ci induce a sospettare la presenza di questi fenomeni? «I sintomi più frequentemente riferiti in soggetti non celiaci sensibili al glutine - prosegue il nostro esperto - sono, almeno nella mia vasta esperienza, gonfiore e/o dolore addominale, alterazioni della funzione intestinale (diarrea, stipsi o l’alternanza dei due), stanchezza cronica, facile affaticabilità, difficoltà di concentrazione e/o sonnolenza dopi i pasti (la cosiddetta mente annebbiata o “alloppiata”), cefalea, eruzioni cutanee, prurito senza altra causa, dolori articolari e/o muscolari, formicolii specie all’estremità di mani e piedi, talora bruciore e/o dolore alla bocca dello stomaco o dietro allo sterno.

Si tratta di sintomi non specifici, che potrebbero essere in prima battuta attribuiti ad altre patologie, ad esempio alla “colite” di cui si è parlato in un numero precedente. Occorre precisare che una percentuale rilevante di pazienti affetti da vera sindrome dell’intestino irritabile, diagnosticata attraverso i criteri riconosciuti a livello internazionale, risponde positivamente alla dieta priva di glutine».

Esistono dei test specifici per fare la diagnosi? «A differenza della celiachia e dell’allergia al grano - conclude Calabrò -, per la sensibilità al glutine non celiaca e per l’intolleranza agli amidi, non sono disponibili esami di laboratorio e/o strumentali che permettano di fare con certezza la diagnosi.

Questa si basa su due osservazioni: a) l’evidenza di un chiaro miglioramento o addirittura della scomparsa dei sintomi dopo eliminazione del glutine dalla dieta e, b) la ricomparsa dei disturbi, spesso in modo ancor più accentuato, alla sua successiva reintroduzione.

Entrambi i criteri sono ritenuti necessari; anzi sarebbe opportuno che le due fasi fossero effettuate all’insaputa del paziente e del medico (in termini scientifici si direbbe in “doppio cieco”) per evitare l’influenza di fenomeni di suggestione o, come sarebbe più corretto dire, per escludere non solo un effetto “placebo” (il paziente dichiara di sentirsi meglio perché sa di non assumere glutine), ma anche l’effetto “nocebo” (il paziente riferisce di peggiorare quando sa di riassumere il glutine). Fare uno studio in doppio cieco però è oltremodo difficile, se non impossibile, perché la presenza/assenza del glutine negli alimenti è facilmente riconoscibile.

Per questo motivo, presso il Centro di riferimento regionale toscano per la celiachia dell’adulto è in corso uno studio, in collaborazione con il Centro europeo di risonanza magnetica di Sesto Fiorentino, volto a identificare, attraverso l’analisi di una minima quantità di siero e urine, eventuali marcatori biologici che possano in futuro permettere di porre una più precisa diagnosi di sensibilità al glutine non celiaca».

L’intervistato: professor Antonino Calabrò, direttore della Scuola di specializzazione in Gastroenterologia dell’Università di Firenze

Attenti alla dieta

La terapia si basa sull’esclusione del glutine dalla dieta che deve essere rigorosa, perlomeno per tutto il periodo di valutazione clinica (in media 3 mesi); tuttavia, spesso questo non è sufficiente, ed è necessario eliminare dalla dieta o quantomeno ridurre drasticamente, altri alimenti fermentabili quali lattosio, fruttosio, sorbitolo e, più in generale, amidi.

Non è raro che un soggetto che pensi di essere affetto da sensibilità al glutine non celiaca, possa star male quando consuma latte o latticini o quantità abbondanti di riso, patate, castagne o frutta ricca di zuccheri; da qui la convinzione, a volte erronea, di essere affetto da intolleranza agli amidi o ai “lieviti”.

Data la difficoltà della diagnosi, prima di sottoporsi a diete che talora potrebbero risultare troppo restrittive, è sempre consigliabile che il paziente si rivolga a personale medico sufficientemente specializzato sull’argomento.

Immagine in alto di L. Contemori


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