Il difficile cammino verso una società multietnica

Nei panni dell'altro
Per un'ora sono stati loro gli altri, i diversi. Giudicati non per quello che erano, ma per quello che rappresentavano. Trattati come criminali solo perché la loro pelle era di un colore diverso e parlavano un'altra lingua.
Un'esperienza per certi versi sconvolgente, vissuta dagli oltre 1500 ragazzi di scuole medie inferiori e superiori che hanno partecipato alla mostra interattiva 'Io non sono razzista ma...'. Una mostra itinerante, nata da un'idea dell'Arci ragazzi di Arezzo e realizzata da Unicoop Firenze, con il contributo dell'Unione europea. Una mostra il cui obiettivo è far riflettere i ragazzi sui pregiudizi più diffusi nei confronti degli immigrati, fino a farglieli sperimentare sulla propria pelle. Un progetto complesso per un obiettivo ambizioso: stimolare i più giovani ad acquisire una capacità di giudizio autonoma, non più condizionata da fuorvianti stereotipi.

Vita da immigrati
Il percorso è costruito attraverso tre itinerari, l'ultimo dei quali, 'Il viaggio', è un vero e proprio gioco di simulazione, con i ragazzi, coinvolti da attori e operatori, costretti a mettersi nei panni degli altri e a provare le situazioni, le difficoltà e le discriminazioni che gli immigrati vivono nei paesi di accoglienza. I controlli alla dogana, i moduli da riempire in una lingua sconosciuta, la diffidenza e il sospetto da combattere, la clandestinità, i falsi amici...
Sensazioni ed emozioni del tutto nuove, e non sempre piacevoli. Scrivono i ragazzi nel loro diario di bordo: «Ci hanno portato a visitare la loro città, dove abbiamo ricevuto commenti poco graditi: 'Sono troppi! Venderanno la droga ai nostri figli! Dobbiamo mandarli via!'. In quel momento ci siamo sentiti umiliati, diversi, trattati come bestie...».
«Nessuno che si interessasse alle motivazioni per cui avevamo deciso di lasciare il nostro paese, le nostre famiglie, per recarci in un paese diverso e accettare, pur di vivere e guadagnare qualche cosa, le situazioni più umilianti...». E ancora: «Siamo cinque ragazze straniere, nel nostro paese c'è la guerra, la gente muore di fame e noi con i nostri risparmi siamo partite per un paese sconosciuto... Alla dogana parlavano in codice e hanno fatto passare solo tre di noi. Ci hanno fatto compilare moduli incomprensibili, ci hanno portato all'ufficio di collocamento e ci hanno trovato un lavoro: dovevamo apparecchiare, sparecchiare, stendere i panni... La gente ci trattava male: è stata un'esperienza sconvolgente...».
«Ci hanno perquisiti, ci hanno portato con forza in un ufficio molto squallido, ci hanno chiesto i passaporti e un traduttore ci ha spiegato che non erano in regola... A un certo punto il traduttore, che era una strana ed eccentrica ragazza, ci ha detto di non preoccuparci, che ci avrebbe aiutato lei a rinnovare i nostri passaporti...».
«Da questa esperienza abbiamo potuto imparare molto: noi l'abbiamo vissuta per 15 minuti e ci siamo trovati molto a disagio, mentre ci sono persone come noi che fanno questo per tutta la vita! Non saprei descrivere le emozioni provate in quei momenti, ma una cosa è certa: ci ha aperto la mente! Penso che questa esperienza dovrebbero viverla molte persone...».
«Alla fine si capiva che nessuno è uguale agli altri, e che tutti siamo diversi...»

Ma i pregiudizi restano...
In generale, però, i giovani italiani non sembrano essere troppo ben disposti nei confronti di chi arriva da lontano.
Un'indagine dell'Istituto nazionale di ricerche sulla popolazione conferma che il cammino verso una società multietnica è ancora lungo e difficile. Questo almeno è quanto emerge dalle risposte date ad un complesso e articolato questionario da 1013 studenti dell'ultimo anno di scuola superiore di 29 istituti (tra licei classici e scientifici, scuole professionali e commerciali) del nord, centro e sud Italia. L'inchiesta, per la verità, non riguardava solo l'immigrazione ma i tanti mutamenti che hanno rivoluzionato la società in questi ultimi anni: la conoscenza dei principali fenomeni demografici nel mondo, la percezione del fenomeno dell'invecchiamento della popolazione europea, e di quella italiana in particolare, l'atteggiamento nei confronti di anziani e immigrati, le trasformazioni che hanno modificato la famiglia e il suo ruolo sociale. E le sorprese non sono certo mancate: il 13.8 per cento degli studenti intervistati è convinto che gli abitanti del pianeta siano più di 25 miliardi e che in Europa (un terzo del campione) vivano 870 milioni di persone, anziché 370. Molto confuse le idee anche sul numero degli immigrati presenti in Italia (1 milione e 200 mila, secondo le ultime stime ufficiali): per uno studente su due, invece, oscillerebbero tra i 3 e i 7 milioni, e per un 6 per cento degli intervistati sarebbero addirittura 12 milioni. E per giunta tutti neri. Pochissimi infatti sanno con esattezza da quale paese provengono i tre principali gruppi etnici presenti in Italia. L'opinione generalizzata è che arrivino dall'Africa, sia dal nord (Marocco, Tunisia) che dal profondo sud. E invece il primato spetta ai paesi balcanici, ex Iugoslavia in testa.
Per molti è ancora valida l'equazione più immigrati, più criminalità. L'idea di una società multiculturale suscita scarsi entusiasmi. Al massimo gli stranieri possono essere tollerati, purché mantengano una certa distanza e si adattino alle regole e ai valori del paese che li ospita. E se le ragazze dimostrano una maggiore sensibilità, assai rigidi si rivelano i maschi, che concedono ben poche possibilità. Ciò nonostante i matrimoni tra italiani e stranieri, anche extracomunitari, sono accettati senza troppe riserve: ben vengano le famiglie miste, purché l'unione sia tra un maschio italiano e una cittadina straniera. Meno gradita l'unione tra un'italiana e uno straniero: un pregiudizio nel pregiudizio ancora fortemente radicato, anche nelle giovanissime generazioni. Come dire: mariti e buoi...

Stranieri di Toscana
In Italia gli immigrati ufficiali, cioè in regola con il permesso di soggiorno, sono 1 milione e 200 mila. Di questi, 88 mila 462 vivono in Toscana (dal rapporto Caritas, dati aggiornati al 30 giugno '97). Gli addetti al settore calcolano però che siano almeno il triplo, anche se non esistono conferme ufficiali. L'85.5 per cento è extracomunitario, ovvero proveniente da paesi che non fanno parte della Comunità europea; il rimanente 14.5 fa invece parte di quell'unica grande nazione a cui stanno dando vita i 15 stati membri dell'Unione europea. Le cifre riservano qualche sorpresa, piazzando al primo posto gli immigrati albanesi (8 mila 985), seguiti dalla folta comunità della Cina popolare (7 mila 781 presenze), del Marocco (6 mila 715) e degli Stati Uniti (5 mila 715, per lo più studenti e militari). E ancora tedeschi, filippini, rumeni, senegalesi e cittadini della ex Iugoslavia, in Toscana solo al nono posto.

Il razzismo in libreria
«Non incontrerai mai due volti assolutamente identici. Non importa la bellezza o la bruttezza: queste sono cose relative. Ciascun volto è il simbolo della vita. E tutta la vita merita rispetto. E' trattando gli altri con dignità che si guadagna il rispetto per se stessi».
Così Tahar Ben Jelloun risponde a Merièm, la più grande dei suoi quattro figli, che vuol sapere che cos'è il razzismo. Merièm ha solo dieci anni e non si può risponderle chiamando in causa la storia o complessi teoremi politici e morali. Ma si può aiutarla a capire facendo esempi concreti, che riguardano la sua vita di tutti i giorni. Ed è quello che Ben Jelloun farà, in un dialogo che è diventato l'anima di un libretto edito in Italia da Bompiani, 'Il razzismo spiegato a mia figlia' (collana pasSaggi, lire 9 mila). Scrive Egi Volterrani nella presentazione: 'Leggerlo può lasciare qualcosa di indelebile nella memoria dei ragazzi e per tutti i genitori piò costituire una traccia utile perché possano, a loro volta, affrontare l'argomento come si deve».

Tahar Ben Jelloun è nato a Fès, in Marocco, 54 anni fa. Poeta, romanziere, giornalista e padre di quattro figli, vive a Parigi ed è noto in Italia per i suoi numerosi romanzi e per i suoi acuti e attenti articoli che appaiono frequentemente su 'la Repubblica'.