Come e perché gli animali fanno musica. Il successo delle megattere

Scritto da Silvia Amodio |    Aprile 2016    |    Pag. 43

Giornalista e fotografa Milanese, laureata in filosofia con una tesi svolta alle isole Hawaii sulle competenze linguistiche dei delfini. Ha collaborato come giornalista free-lance con settimanali e mensili (Famiglia Cristiana, Airone, D la Repubblica delle Donne, l'Espresso, Mondo Sommerso, New Age), scrivendo sempre di animali e accompagnando gli articoli con le sue foto. Ha lavorato anche all'enciclopedia sul gatto della De Agostini. Negli ultimi tempi la fotografia d'autore è divenuta la sua occupazione principale.

Dario Martinelli è uno dei numerosi intellettuali di casa nostra che, dopo essersi laureato al Dams (Discipline dell’arte, della musica e dello spettacolo) di Bologna, ha trovato, ahimè, all’estero terreno fertile per esprimere il suo talento e fare strada.

Vive e lavora in Lituania dove è docente universitario alla Kaunas University of Technology e direttore dell’International Semiotics Institute.

Musicista, musicologo e semiologo, è riuscito a unire le sue passioni alla scienza, esplorando un campo tanto affascinante quanto sconosciuto: la zoomusicologia, diventandone uno dei massimi esperti mondiali.

Il professore ci spiega che «la zoomusicologia nasce dall’ipotesi, oggi una realtà empirica, che non sia solo l’essere umano a cantare e a fare musica, ma che questa prerogativa appartenga anche ad altri animali. La zoomusicologia, dunque, studia il modo in cui altre specie cantano e fanno musica. Come la fanno, con chi la fanno, perché, con quali intenzioni, quali scopi e quali risultati».

Da sempre e in tutto il mondo, l’uomo prova piacere in questa forma di espressione.

«Il professor Keating del film L’attimo fuggente - ci ricorda Martinelli - diceva ai suoi studenti che la poesia nasce con uno scopo ben preciso: rimorchiare le donne. Diciamo che questo è un buon punto di partenza anche per la musica, nel senso che il corteggiamento è uno dei motivi principali per cui si organizzano i suoni in modo piacevole all’udito. Oltre a questo ci sono tanti altri motivi: piacere personale, rilassamento, marcatura del territorio, gestione delle proprie emozioni, bisogno di comunicare cose che altri canali comunicativi fanno fatica a esprimere, le emozioni, ad esempio».

Anche gli animali, e alcuni sono predisposti più di altri, si cimentano con successo in questa attività, basti pensare alla varietà del canto degli uccelli. Per certe specie si tratta di un talento innato, per altri è una capacità che viene imparata.

«Per alcuni uccelli, per esempio, - ci spiega Martinelli - esiste una predisposizione genetica che porta un individuo a sviluppare una forma primordiale di canto anche senza ricevere alcun tipo di educazione o trasmissione da altri. Poi però, quando queste avvengono, è raggiunta una forma molto più specializzata e complessa. E, cosa forse ancora più interessante, i canti sono soggetti a variazioni culturali, per cui individui di una certa zona cantano in un certo modo, mentre quelli di un’altra zona cantano in un altro e così via, scambiandosi spesso le informazioni e influenzandosi a vicenda».

Il canto delle balene megattere è forse quello più studiato, complesso e affascinante. Non a caso è stato inserito nelle sonde spaziali del Programma Voyager, lanciato nel 1977, insieme ad altri suoni e immagini del nostro pianeta, nella speranza che qualche forma di vita extraterrestre lo possa trovare.

Ma le megattere sono anche il primo amore del nostro scienziato che le descrive come «talentuose per antonomasia, per via della varietà e ricchezza dei canti. La loro produzione è sorprendente, questi cetacei sono degli autentici jazzisti: le loro melodie si fondano sull’improvvisazione, la variazione e la rielaborazione dei temi. Solo i maschi cantano nel periodo dell’accoppiamento, e poiché le femmine non amano annoiarsi e tendono a preferire i soggetti più creativi e innovatori, il repertorio cambia completamente nel giro di alcuni anni. La chicca è questa: se una canzone riscuote più successo di altre tra le femmine, questa diventa oggetto di un vero e proprio fenomeno imitativo fra i maschi di una comunità, esattamente come nel panorama della musica pop i cantanti di successo influenzano gli altri con il loro carisma e stile. Ecco che gli altri maschi cominciano a incorporare elementi della canzone di successo all’interno della loro, e nascono una serie di surrogati. Un po’ come negli anni ’60, quando tutti i gruppi cominciarono a fare pezzi alla Beatles, a vestirsi come loro, pettinarsi con la frangetta, e così via».

Questi studi ci fanno capire ancora una volta la vicinanza fra noi e gli altri animali. E non solo ci fanno scoprire un mondo affascinante, ma ci invitano a guardare “l’altro” con umiltà.

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