Scritto da Matilde Jonas |    Ottobre 2004    |    Pag.

Giornalista Fiorentina, laureata in pedagogia con indirizzo psicologico, vive a Vejano (Viterbo), in piena Tuscia. Collaboratrice di numerose riviste letterarie, di quotidiani e mensili, a cui alterna l'attività di ufficio stampa per manifestazioni artistiche, ha anche pubblicato libri di poesie e narrativa (La lunga notte dei nove sentieri, Ed. Quaderni di Hellas; Tra silenzio e parole, Nardini Editore; Venerdì, MCS). Per la collana 900 di Mondadori/De Agostini ha curato le prefazioni di autori del Novecento. Direttore responsabile fino al giugno 1995 del mensile della Newton Periodici Firenze ieri, oggi, domani, ha progettato e realizzato il mensile Firenze Toscana, per il gruppo editoriale Olimpia, di cui ha assunto anche la direzione.

Mondo sotto terra
L'altopiano carsico:
monotono susseguirsi di rupi, ghiaioni, pareti a strapiombo su forre, vegetazione rara e mai un corso d'acqua. La pioggia sparisce nel sottosuolo, inghiottita dal terreno calcareo: là scorre in fiumi sotterranei ed erode la roccia a scavare architetture sorprendenti. Abbarbicati alla roccia castelli (Rocca di Monrupino, Duino, Prosecco, Silva) e antichi borghi (come Cerolje, Malchina, San Pelagio, Aurisina) dalle tipiche case con le grondaie di pietra a convogliare la pioggia nel pozzo.

Se nella stretta lingua alle spalle di Trieste - tanto del Carso è rimasto italiano dopo l'ultima guerra - la val Rosandra, canale privilegiato di una bora che può toccare i 150 km/h, rappresenta con le sue settanta cavità e l'alta cascata dell'omonimo torrente un tipico esempio di fenomeno carsico, le formazioni più spettacolari si trovano poco distanti in Slovenia.
Meno note di quelle di Postumia, le grotte di San Canziano - dal 1986 riconosciute dall'Unesco patrimonio dell'umanità - costituiscono la più vasta area umida sotterranea del mondo.

Già l'ingresso - il fondo di un'enorme voragine circondata da pareti a strapiombo di 180 metri - preannuncia la grandiosa monumentalità di questo complesso di caverne dalle imponenti formazioni calcaree.
A scavarle il fiume Reka, che si inabissa a 30 km dalla sorgente slovena per poi riapparire come Timavo poco prima della foce nella risorgiva italiana di San Giovanni Duino, dopo chilometri di misterioso percorso sotterraneo.

Terra di memorie
«Il mio Carso è duro e buono. Ogni filo d'erba ha spaccato la roccia per spuntare, ogni suo fiore ha bevuto l'arsura per aprirsi», scriveva lo scrittore triestino Scipio Slataper ne Il mio Carso, diario poetico composto durante gli anni del soggiorno fiorentino, quando a fianco di Prezzolini collaborava attivamente a La Voce.
E sul Carso, precisamente sul Podgora, sarebbe caduto sul finire del primo anno di quella Grande Guerra, voluta soprattutto dagli intellettuali - irredentisti e interventisti in larga misura - a dispetto del governo Giolitti e della maggioranza parlamentare, favorevoli alla neutralità.
Stessa sorte sarebbe toccata l'anno successivo ad Antonio Sant'Elia, l'autore del Manifesto Futurista dell'Architettura, partito anch'egli volontario e caduto su quel monte che oggi porta il suo nome.
Dei 5.600.000 italiani impegnati in più di tre anni di logorante guerra di posizione per strappare all'Impero Centrale i territori promessi - e per lo più non concessi - dall'Intesa (Trentino-Alto Adige, Venezia Giulia, Dalmazia, più territori in Albania, Asia Minore e Africa), 533.000 non tornarono a casa. A ricordarli i numerosi sacrari e ossari che costellano il territorio al di qua e al di là del confine, assieme alle ampie ferite scavate nel terreno dalle trincee, a resti di postazioni, a cippi (Asiago, Nervosa della Battaglia, Pasubio, Redipuglia, San Michele).
Ogni sera al vespero suona in loro memoria la campana votiva del sacrario di Oslavia, le risponde la campana dei Caduti di Rovereto, la più grande del mondo. Chi dal fronte tornò, tornò col peso incancellabile di quegli anni di orrore, durante i quali - per dirla con il soldato semplice Giuseppe Ungaretti - «la morte/ si sconta/ vivendo» perché «si sta come/ d'autunno/ sugli alberi/ le foglie».


GORIZIA
La città divisa Semidistrutta nel corso delle dodici battaglie dell'Isonzo e ricostruita negli anni Trenta, Gorizia - che in slavo significa "monticello" - dopo l'ultima guerra fu divisa a metà dal confine tra Italia e Slovenia.
Della città medievale - passata agli Asburgo in seguito all'estinzione degli Eppenstein, conti di Gorizia, e a lungo contesa a Venezia - rimane il Castello che domina Borgo Castello, il primo nucleo del quale risale all'XI secolo (orario: 9.30-13; 15-19.30) e il Duomo trecentesco, anch'esso più volte rimaneggiato.

Tra i pregevoli edifici di epoche e stili diversi racchiusi dalle mura cinquecentesche del Borgo, le antiche case Dornberg e Tasso, che in dieci sale dei sotterranei ospitano il Museo della Grande Guerra: toccante percorso tra armi, uniformi, documentazioni fotografiche e cimeli vari, a ricostruire lo scenario di un conflitto costato nella sua globalità 10.000.000 di soldati (orario: 10-12,30/15-19; chiuso il lunedì).