Il grande umanista fu assassinato? E perché? Interrogativi ancora non sciolti 500 anni dopo...

Scritto da Mario Spezi |    Settembre 2005    |    Pag.

Scrittore, giornalista, collaboratore del New Yorker, di Panorama, di Gente, è stato per oltre vent'anni cronista giudiziario de La Nazione di Firenze occupandosi dei principali casi di "nera" del nostro Paese, dall'omicidio Moro alla "saga" dei sequestri di persona in Toscana, dalle stragi impunite al Mostro di Firenze. Su quest'ultimo "giallo" ha scritto il libro inchiesta 'Il Mostro di Firenze' (Sonzogno, 1983). Spezi ha pubblicato anche i romanzi 'Il violinista verde' (Marco Tropea, 1996), 'Il passo dell'orco' (Hobby & Work, 2003), 'Le sette di Satana' (Sonzogno, 2004) e numerosi racconti.

Mistero al veleno
La data del 17 novembre 1494
è doppiamente storica per Firenze. Quel giorno entrano in città le truppe francesi guidate da re Carlo VIII e quello stesso giorno muore, a soli trentadue anni, forse il più grande umanista del Quattrocento, la "luce d'Italia", il grande amico dello stesso sovrano francese: Giovanni Pico della Mirandola. Avvelenato.
Ben prima, quindi, che si conoscesse il caffé e che se ne facessero versioni adeguatamente "corrette" per i vari Gaspare Pisciotta o Michele Sindona, in Italia era già in voga fabbricare "cadaveri eccellenti" con qualche bevanda speciale.

Perché fu assassinato Pico, il personaggio diventato nei secoli successivi e fino ai giorni nostri sinonimo d'intelligenza e soprattutto di memoria prodigiosa? E da chi? Cinquecento anni dopo, il "giallo" non è stato ancora risolto. La lista dei sospetti è lunga.
Quel 17 novembre, molti di loro erano nascosti nella penombra della stanza dove il bellissimo e biondo Pico della Mirandola combatteva l'ultimo duello con la morte: Savonarola, il "frataccio" di San Marco, il filosofo e rivale Marsilio Ficino, più vecchio di trenta anni, cabalisti ebrei, cardinali, una dama dei Medici...

Per tentare, se non di risolvere, almeno di inquadrare questo antenato dei tanti "misteri d'Italia", è necessario, anche se velocemente, vedere un po' più da vicino chi era la vittima. Faccenda di non poco conto, perché Giovanni Pico della Mirandola, a dispetto della sua breve vita, fu una delle personalità più ricche e complesse dell'Umanesimo.
Pico era nato da famiglia principesca nel castello dei signori di Mirandola e Concordia il 24 febbraio 1463. Rivelò precocemente una straordinaria capacità di apprendere, che gli diede come un'ansia tumultuosa di abbracciare tutto il conoscibile. Nel 1484 è a Firenze, dove stringe rapporti di amicizia con Lorenzo de' Medici, col Poliziano e con Marsilio Ficino.
A 23 anni gli pare di poter trarre il frutto delle sue meditazioni nella proposta di novecento tesi da discutere in un convegno di dotti da radunare a sue spese a Roma il 7 gennaio 1487. Ma il convegno non potrà aver luogo perché la pubblicazione delle sue tesi provoca la condanna da parte di una commissione di teologi e di giuristi, che le giudica eretiche, e l'apertura di un processo a suo carico.
L'atto di sottomissione che fece il 31 luglio dell'87 non gli lasciò tranquilla la coscienza, così si ribellò apertamente e, per sfuggire alla cattura, lasciò Roma, mettendosi in viaggio per la Francia. Il suo arresto, quando era già in territorio francese, vicino a Lione, suscitò clamorose proteste a Parigi, anche alla Sorbona, e Pico fu liberato con l'obbligo di lasciare il suolo francese nell'estate del 1488. Se ne tornò a Firenze, accettando l'invito di Lorenzo, che si adoperò inutilmente fino agli ultimi giorni della sua vita a fargli ottenere il perdono da Innocenzo VIII. L'assoluzione dall'eresia gli verrà il 18 giugno 1493da Alessandro VI, il papa Borgia, padre del famigerato Duca Valentino nonché di Lucrezia, una che di veleni davvero si intendeva.
L'ascesa al soglio pontificio dello spagnolo Alessandro VI fu un fatto estremamente importante per il nostro, perché il nuovo pontefice dette forte impulso a certe pratiche magiche, in particolare alla magia ermetico-cabalistica di Pico. Come si può ben comprendere questo fece crescere enormemente gli influssi in ogni campo della magia ermetico-cabalistica. Ma anche, parallelamente, l'invidia di molti cabalisti nei confronti di Pico. Dopo aver ricevuto la lettera da papa Alessandro VI, Giovanni vivrà ancora poco più di un anno, dedito agli studi e a pratiche religiose col conforto e l'amicizia del Savonarola.

Ma, primo colpo di scena, mentre dopo la sua morte, Matteo Bossi, il superiore dell'abbazia di Fiesole dove il grande umanista spirò, lo lodò come santo e virtuoso, poco dopo fra' Girolamo Savonarola, che pure conosceva molto bene Pico, fece durante una predica una rivelazione che destò scalpore: l'anima di Pico non aveva potuto andare subito in Paradiso, ma era assoggettata per un certo tempo alle fiamme del Purgatorio per certi peccati, che non nominò. Che perciò i presenti pregassero per la sua anima.
La notizia, detta e non detta, fece discutere: alla fine si concluse che Pico aveva avuto un'amante o una concubina segreta. La voce, forse messa in giro ad arte per quello che oggi verrebbe chiamato un tentativo di depistaggio, aveva una sua credibilità, perché il nobile filosofo solo pochi anni prima era stato protagonista di un episodio che definire "boccaccesco" appare riduttivo. Sembra, dunque, che il conte avesse consumato l'amore carnale, accompagnato da cibi semplici ma energetici e gustosi, con la moglie di un droghiere aretino. La storia aveva creato un certo scalpore per l'epoca, perché Pico aveva organizzato il rapimento dell'amante dopo la morte del marito e il conseguente secondo matrimonio di lei con un de' Medici assai povero. L'azione delittuosa era sfociata in un uno scontro armato nel quale persero la vita quindici uomini. Della Mirandola, il suo segretario e l'amante compiacente furono riacchiappati a Marciano in Casentino, e il conte si salvò dal carcere solo perché Lorenzo il Magnifico lo "coprì", stabilendo che il vero organizzatore del complotto era stato il segretario all'insaputa di tutti.

Ma la seconda voce che cominciò a correre per Firenze pochi giorni dopo la sua morte, fu che il conte della Mirandola avesse avuto non un'amante, ma un amante. Senza apostrofo, cioè un uomo. Assai influenzato da Platone, Pico aveva accettato l'ideale dell'amore socratico fra uomini popolarizzato da Marsilio Ficino.
Così egli lo descrive: «Nell'amor celeste (...) tutto tende, e si drizza [dirige] alla bellezza spirituale dell'animo, e dell'intelletto, la quale molto più perfetta si trova ne' maschi, che nelle donne, come d'ogni altra perfezione si vede».
Pico visse questo tipo di "celeste amore" con Girolamo Benivieni (1453-1542), anch'egli fervente cristiano e neoplatonico, che contraccambiò i suoi ardori. Platonicamente?
Certo è che la morte improvvisa di Pico avvenne a soli due mesi dall'altrettanto repentina morte del Poliziano, a sua volta passato ad altra vita poco dopo un giovane prostituto che aveva accusato il grande poeta d'averlo contagiato (anche se forse è più probabile l'opposto), con la sifilide. Insomma, è provata la rilevanza dell'omosessualità nella cerchia degli amici di Pico, come Ficino o Poliziano, ma come, d'altra parte, in quasi tutta la Firenze dell'epoca, anche per questo motivo fustigata dalle prediche infuocate del Savonarola.
Girolamo Benivieni, quando Pico fu ucciso, fu sul punto di suicidarsi e quando, cinquanta anni più tardi, morì, volle essergli sepolto vicino.Insomma, come succede ancora oggi il più delle volte ingiustificatamente, si voleva insinuare che un possibile movente per l'assassinio di Pico fosse da ricercare in relazioni pericolose di tipo omosessuale.

Ben diversa l'ipotesi avanzata recentemente da uno scrittore francese, Jean Claude Lattes, che nel suo romanzo "Marguerite et les enragés", non ancora tradotto in italiano, prospetta il sospetto che il mandante fosse addirittura Marsilio Ficino, l'altro grande umanista al quale Pico avrebbe fatto ombra. Non solo, ma Jean Claude Lattes pone alla base della sua "indagine" una lettera che la vittima avrebbe scritto a Ficino poco prima della morte. In essa Pico accusa il più anziano filosofo di fare uso della magia per trarne vantaggi in termini politici e di potere e lo avverte che, se non si pentirà, lui stesso e Poliziano diventeranno i suoi accusatori.
Il caso volle che di lì a poco Poliziano morisse e, due mesi dopo, anche Pico della Mirandola.

CONVENTO DI SAN MARCO
Un luogo Angelico

Mistero al veleno 2
Il luogo privilegiato dove i massimi spiriti dell'Umanesimo si riunivano, con la partecipazione frequente anche di Lorenzo de' Medici, fu il Convento di San Marco. Il primitivo edificio del 1100, divenuto Chiesa e Convento di San Marco nel 1299, entrò nell'orbita medicea agli inizi del Quattrocento, quando Cosimo il Vecchio ne fece il luogo privilegiato dei suoi ritiri spirituali.
Il complesso era passato da pochi anni all'ordine domenicano e Michelozzo ricevette da Cosimo l'incarico di ristrutturarlo (1436-43), realizzando anche la bella sacrestia e, per il Convento, le splendide soluzioni architettoniche del corridoio delle celle e della biblioteca.

Intanto, dal 1435, il Convento ospitava un frate pittore proveniente come Giotto dal Mugello: il Beato Angelico, che qui avrebbe lasciato le sue opere migliori.
Gli "Orti" di piazza San Marco divennero un'appendice dell'Accademia umanista fiorentina.

Qui predicò anche fra' Girolamo Savonarola, e non è un caso che proprio in questa chiesa siano sepolti Pico della Mirandola e Agnolo Poliziano, morti nel 1494: le loro lastre tombali sono visibili presso il secondo altare a sinistra.