Ancora sconosciuto il responsabile e il movente dell'omicidio di Giusy Romeo

Scritto da Mario Spezi |    Giugno 2005    |    Pag.

Scrittore, giornalista, collaboratore del New Yorker, di Panorama, di Gente, è stato per oltre vent'anni cronista giudiziario de La Nazione di Firenze occupandosi dei principali casi di "nera" del nostro Paese, dall'omicidio Moro alla "saga" dei sequestri di persona in Toscana, dalle stragi impunite al Mostro di Firenze. Su quest'ultimo "giallo" ha scritto il libro inchiesta 'Il Mostro di Firenze' (Sonzogno, 1983). Spezi ha pubblicato anche i romanzi 'Il violinista verde' (Marco Tropea, 1996), 'Il passo dell'orco' (Hobby & Work, 2003), 'Le sette di Satana' (Sonzogno, 2004) e numerosi racconti.

Mistero a San Salvi
Se uno prende via di San Salvi
venendo da via Aretina, dietro l'angolo segnato dall'enorme tabernacolo del Madonnone, quello con la copia dell'affresco di Lorenzo Bicci, ché l'originale hanno pensato bene di metterlo in salvo una quarantina di anni fa, si trova di fronte una corta strada in leggera salita. Sulla sinistra, un po' più su della metà andando verso il sottopassaggio della ferrovia, tra i portoni segnati con i numeri 3 e 5, lasciando cadere lo sguardo a terra vedrà ancora oggi, legati alle corte sbarre di una finestrella a livello del suolo, due mazzetti di fiori finti e ormai sudici. Stanno lì dal 12 febbraio 2004, quando proprio in quel punto, alle sette e venti del mattino, cadde ammazzata, le braccia in croce, il viso rivolto verso il cielo grigio e gelido, una donna piccola, elegante, piacevole e più giovane dei cinquant'anni dichiarati: Giusy Romeo.

Delitto insoluto, ma delitto "aperto", l'indagine continua. Delitto, quindi, con un movente, con qualcosa, cioè, che consente di risalire, con la logica e con gli indizi, a delle trame, anche se non è detto che l'assassino conoscesse la vittima. Omicidio freddo, senza passioni, senza contatto fisico, probabilmente senza parole. Potrebbe essere stato un killer a pagamento spedito da chissà dove da un mandante. Se l'assassino, invece, fosse stato qualcuno legato alla vittima, la scena del crimine si sarebbe presentata diversa, più confusa, più disordinata, i sentimenti avrebbero lasciato le loro tracce. Ma comunque, in entrambi i casi, "movente passionale": Giusy Romeo era "pulita", non frequentava giri strani, non aveva amicizie pericolose, non viveva una seconda vita, non poteva avere fatto "sgarri" a nessuno.

Nessuno ha visto niente, nessuno ha sentito niente, forse la pistola aveva un silenziatore, un elemento che farebbe pendere ancora di più la bilancia dalla parte dell'assassino prezzolato, del professionista. Però aveva pallottole vecchie, tenute male, un po' arrugginite. E, soprattutto, ha sparato male, al corpo, non alla testa. Cinque colpi, troppi, uno andato perso, anche se la bocca della sua pistola 7,65 era a poche decine di centimetri da Giusy Romeo. Un professionista vero non fa così. Poi però è stato freddo, rapido, sicuro, neanche fosse uno dell'"Anonima omicidi": ha raccolto da terra la borsa della sua vittima ed è riuscito a sparire portandosela via, senza farsi notare da nessuno. C'era qualcosa di importante per lui lì dentro, certo non i soldi, forse il suo nome. «Ha avuto - commenta ancora oggi un investigatore - una fortuna sfacciata».

Mistero a San Salvi 2
Forse da qualche giorno
prima di morire Giusy Romeo aveva paura. Aveva tolto la targhetta d'ottone con il nome a destra del portone della palazzina a tre piani, l'ultima di quel tratto di via di San Salvi, quella che fa angolo con via Chiarugi, in cui abitava l'appartamento più alto. Come se non volesse essere individuata. Forse Giusy Romeo aveva ricevuto delle minacce, forse aveva archiviato in uno dei suoi due cellulari il numero di chi le aveva fatto paura. Forse da qualche giorno, quando la mattina alle 7 usciva di casa per andare a lavorare come centralinista in una fabbrica di lampadari a Campi Bisenzio, la "Duralamp", si guardava attorno.

Non era stato sempre il suo lavoro, quello di rispondere al telefono. Fino a quattro anni prima Giusy faceva l'avvocato, viveva a Milano e lavorava in uno studio legale. Era stata un'altra vita, il matrimonio, la famiglia, gli agi della borghesia. Anni prima si era separata dal marito, un dirigente d'azienda di origini calabresi come lei, che non l'aveva presa molto bene. Lei, nel 2000, aveva tagliato corto e se ne era venuta a Firenze. Meno anni addosso che sulla carta d'identità, carina, estroversa, aveva avuto un paio di storie sentimentali. Due storie tranquille, normali, e tutte e due finite.

Pochi minuti dopo le 7 del 12 febbraio Giusy Romeo aprì il portoncino della palazzina al numero 5 per cominciare la sua ultima, brevissima giornata. Alla sua sinistra, superata la rete verdolina che delimita la ferrovia, la scura collina di Vincigliata leggermente spruzzata di neve. Di fronte il bandone ancora abbassato della rilegatoria dei libri, a destra la strada che scende verso via Aretina segnata a metà dal blocco dei cassonetti. Forse non vide nessuno. Certo che, a parte l'assassino, nessuno vide lei. La strada era deserta. Il killer, forse, si era nascosto dietro lo spigolo della palazzina, dove comincia via Chiarugi, con alle spalle, ancora lontana, la sagoma grigia del Cupolone. Di lì, sporgendo la testa, avrebbe visto la donna uscire in strada una mezza dozzina di metri davanti a lui. Giusy Romeo, la borsetta sotto il braccio, piegò verso destra, verso via Aretina, per prendere l'autobus che l'avrebbe portata a Campi Bisenzio. Tra il portone al numero 5 e il punto dove ancora oggi ci sono i due mazzetti di fiori finti e sudici, accanto al numero 3, ci sono diciannove passi: furono gli ultimi di Giusy Romeo. L'assassino la raggiunse stando alla sua sinistra, forse giù dal marciapiede. Tirò fuori dalla tasca la semiautomatica ed esplose il primo colpo contro il fianco. Giusy crollò sull'asfalto, un lamento che fu sentito dall'anziana signora Olga dietro la finestra ancora chiusa al pian terreno. Poi, di seguito, gli altri quattro proiettili.

«Pensavo fosse un motorino», disse più tardi un'altra signora che abita lì vicino. La signora Olga chiamò la figlia, le disse di affacciarsi per vedere che cosa fosse successo e quella vide un uomo chino su una donna stesa a terra. Non era l'assassino, ma il primo soccorritore, per caso un medico. La donna non vide nessun altro. Nessuno vide altre persone, a parte Caterina, una giovane commessa che proprio in quel momento sbucava dal sottopassaggio ferroviario proveniente dall'altro troncone di via di San Salvi, quello più lungo, quello dove c'era il manicomio e, più in là, lo splendido affresco dell'Ultima Cena di Andrea del Sarto. Un tipo in bicicletta si era buttato a tutta velocità nel sottopasso andando in senso inverso, venendo dalla scena del delitto: «Era uno non tanto giovane. Aveva una borsa di pelle nel cestino e un berretto verde. Per poco non mi veniva addosso», raccontò più tardi Caterina. Forse era l'assassino, forse no.

Quel delitto si presentò come un autentico rompicapo all'allora capo della Mobile Gianfranco Bernabei. L'assassino aveva preso la borsa di Giusy Romeo e i suoi due cellulari. Bernabei provò a chiamare i numeri della vittima e per tutta la giornata i telefonini risposero. Fino a quando la batteria si scaricò.
Pochi giorni e il rompicapo si complicò ancora. Il 24 febbraio qualcuno trovò in una sperduta cassetta postale attaccata al muro di una casa isolata di via della Valle, isolato sentiero che dopo Fiesole si arrampica su per Monteloro, i documenti di Giusy Romeo, carta d'identità, patente e due biglietti dell'Ataf. I documenti non erano né sgualciti né bagnati, segno che prima non erano stati gettati a terra. Forse a imbucarli fu l'assassino. Perché?
Ancora pochi giorni e all'ufficio oggetti smarriti della Posta di via Circondaria qualcuno si accorse che in mezzo all'altra roba c'era anche il portafogli di Giusy Romeo. Era lì dalla mattina del 12 febbraio, la mattina dell'omicidio. Un uomo, che non volle lasciare il proprio nome, era passato alle Poste e senza neanche entrare, ma solo parlando attraverso la finestra, aveva detto di averlo trovato la sera prima davanti al supermercato del Gignoro. Possibile che Giusy Romeo avesse perso il portafoglio proprio la sera prima di essere ammazzata? Possibile che l'assassino prendesse il rischio di farsi riconoscere consegnandolo all'ufficio oggetti smarriti?

Un rebus, ma un rebus che qualcuno spera ancora di risolvere.

SAN SALVI
Il parco e l'affresco

L'area di San Salvi, posta nella zona orientale della città di Firenze, è costituita da un ex complesso manicomiale di notevole pregio architettonico, con i suoi 32 ettari secondo solo al parco delle Cascine per estensione. Inaugurato ufficialmente nel 1891 e intitolato a Vincenzo Chiarugi, l'ospedale psichiatrico di San Salvi sostituì le storiche ma ormai inadeguate strutture fiorentine.
Il nuovo complesso fu progettato come luogo in grado di rispondere alle tendenze che emergevano nella psichiatria del tempo.
Ne derivò una struttura a villaggio, costituita cioè da vari padiglioni funzionali alle esigenze amministrative e mediche.
I pazienti, ripartiti per sesso, erano ospitati in padiglioni chiamati dei Tranquilli, degli Infermi e Paralitici, dei Semiagitati, dei Sudici ed Epilettici, degli Agitati, dei Piccoli Paganti.

Ma, indubbiamente, la più celebre opera d'arte della zona è il Cenacolo, opera di Andrea del Sarto.
L'affresco, benché commissionato agli inizi della carriera dell'artista, fu maturato lentamente e fu completato tra il 1520 e il 1525, momento particolarmente felice nella produzione di Andrea del Sarto (1486-1530).
Salvatosi miracolosamente dall'assedio di Firenze del 1529-'30, l'affresco (m. 5,25 x 8,71) è inserito sotto un grande arco dove sono dipinti medaglioni con la Trinità e i quattro Santi protettori dell'ordine vallombrosano.
Alcune novità di impostazione evidenziano la personalità e la cultura dell'artista, che appare influenzato da Leonardo, da Dürer e dalle opere romane di Michelangelo e Raffaello, risolte in una composizione di grandiosità e immediatezza pre-barocca.

Cenacolo di Andrea del Sarto
Via di San Salvi 16, Firenze
Ingresso gratuito
Da martedì a domenica 8,15-13,50
Chiuso il lunedì
Info: tel. 0552388603