Trenta pannelli in ceramica di Eugenio Taccini a Collodi

Scritto da Riccardo Gatteschi |    Maggio 2000    |    Pag.

giornalista e scrittore. Ha iniziato nel 1968 come cronista a Nazione Sera. Ha collaborato, nel corso dei decenni, a molti quotidiani, periodici, riviste. Ha pubblicato il primo libro nel 1971: "Toscana in festa". Sono seguiti alcuni volumi scritti a quattro mani con l'amico Piero Pieroni: "Vento del Nord, vento del Sud" (1972), "Indiani maledetti Indiani" (1973), "Ad ovest della legge" (1975), "Pirati all'arrembaggio" (1977). Ha curato alcune voci delle enciclopedie "Toscana, paese per paese" (1980) e "Costumi e tradizioni popolari" (1995). In anni più recenti ha pubblicato: "Con la croce o con la spada" (1990), "Baccio da Montelupo" (1995), "Donne di Toscana" (1996), Raffaello da Montelupo" (1998), "Feste per un anno" (2000), "Diavoli, santi e bonagente" (2002), "Un uomo contro" (2003). Ha tre passioni confessabili: viaggiare, conoscere la Toscana, guidare la motocicletta. Collabora all'Informatore dell'Unicoop dal 1995.

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Mille colori per Pinocchio
C'era una volta...un re! Diranno subito i miei piccoli lettori. No ragazzi, avete sbagliato; non era un re. C'era una volta un bravo ceramista, che nel corso della sua carriera di artigiano-artista ha voluto rendere omaggio anche al burattino più celebre del mondo. E lo ha fatto alla sua maniera: rivisitando la storia di Pinocchio in trenta atti, o meglio in trenta pannelli di ceramica nei quali ha cercato di interpretare gli episodi più significativi della breve, movimentata, fantastica esistenza di quel pezzo di legno con un'anima.
L'autore è Eugenio Taccini, che vive e lavora a Montelupo, terra di antica e nobile tradizione ceramica; sulla sua opera è stata organizzata, per iniziativa della Fondazione Carlo Collodi, una mostra personale, "Dagli Arlecchini di Montelupo a Pinocchio", allestita fino al 15 maggio nei locali del "Laboratorio delle Parole e delle Figure", all'interno del parco collodiano.
Ma qual è il rapporto che unisce gli ormai famosi Arlecchini a Pinocchio? Eugenio Taccini lo spiega con una punta d'orgoglio. "Sul finire degli anni '60 entrò nel mio laboratorio un signore di bell'aspetto ma piuttosto trasandato. Si aggirò con calma fra i miei oggetti e infine mostrò un evidente interesse per un Arlecchino a cavallo che da poco avevo cominciato a creare. Soltanto qualche settimana più tardi, guardando una trasmissione televisiva, capii chi fosse quello strano personaggio. Si trattava del musicista, poeta e scrittore Leò Ferrè, che di lì a poco avrebbe scelto la Toscana come sua seconda patria. Fu quella la molla che mi ha spinto a mettere l'Arlecchino al centro della mia produzione di ceramica".
La tecnica usata rientra nel canone degli ultimi lavori di Taccini: grandi pannelli formati da più formelle accostate e incorniciate. Sono composizioni dai colori vivacissimi; così come appaiono i personaggi, mai statici ma, al contrario, carichi di una vitalità prorompente; e sullo sfondo, immancabili, grandi girasoli per rendere omaggio al pittore - Van Gogh - al quale Taccini più volentieri si ispira.
E via, allora, quasi in forma di fumetto, a ripercorrere visivamente l'epopea collodiana: la nascita di Pinocchio nella bottega di Geppetto, il suo brusco risveglio mentre i piedi gli stanno andando a fuoco, gli incontri, più o meno piacevoli, con Mangiafuoco e con il Gatto e la Volpe, lo struggente abbraccio con la Fatina (che potrebbe essere la madre); e avanti con le avventure, fino alla drammatica esperienza dell'incontro con la balena.
Il pannello finale costituisce una liberissima interpretazione dell'epilogo della storia, com'è vista dal suo autore: il Pinocchio-burattino muore e dalle sue ceneri emerge il Pinocchio-ceramista, colto mentre ritrae il suo alter-ego disteso in un campo di girasoli. E nell'osservare quel pannello tornano alla mente le ultime parole di Pinocchio che potrebbero essere così riadattate alla circostanza: "Com'ero buffo, quand'ero burattino! E come son contento ora di essere diventato un ceramista perbene!".