Alla guida dei fiorentini contro Carlo V

Scritto da Riccardo Gatteschi |    Luglio 2004    |    Pag.

giornalista e scrittore. Ha iniziato nel 1968 come cronista a Nazione Sera. Ha collaborato, nel corso dei decenni, a molti quotidiani, periodici, riviste. Ha pubblicato il primo libro nel 1971: "Toscana in festa". Sono seguiti alcuni volumi scritti a quattro mani con l'amico Piero Pieroni: "Vento del Nord, vento del Sud" (1972), "Indiani maledetti Indiani" (1973), "Ad ovest della legge" (1975), "Pirati all'arrembaggio" (1977). Ha curato alcune voci delle enciclopedie "Toscana, paese per paese" (1980) e "Costumi e tradizioni popolari" (1995). In anni più recenti ha pubblicato: "Con la croce o con la spada" (1990), "Baccio da Montelupo" (1995), "Donne di Toscana" (1996), Raffaello da Montelupo" (1998), "Feste per un anno" (2000), "Diavoli, santi e bonagente" (2002), "Un uomo contro" (2003). Ha tre passioni confessabili: viaggiare, conoscere la Toscana, guidare la motocicletta. Collabora all'Informatore dell'Unicoop dal 1995.

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Strano destino quello
di Francesco Ferrucci: lui, l'ultimo difensore della libertà comunale di Firenze, dell'indipendenza della Toscana e, per esteso, dell'Italia intera dalle minacce esterne di Francia, Spagna e anche Germania, ebbe la carriera stroncata non da uno straniero bensì da forze congiunte di pura matrice italiana.
Fabrizio Maramaldo, colui che materialmente infierì sul suo corpo già martoriato da malattie e ferite, era un calabrese (o napoletano?) che combatteva per chi meglio lo pagava (e in quell'occasione era papa Clemente VII, un fiorentino!); mentre Malatesta Baglioni, capitano di ventura perugino, capo dell'esercito della Repubblica fiorentina, la città che al momento gli dava lavoro e stipendio, non esitò a tradirla sperando di ricevere come premio la sua Perugia.

Come è noto, andò male a Francesco Ferrucci, che morì quell'afoso 3 agosto del 1530 nel centro di Gavinana.
Ma non andò granché meglio ai suoi due nemici: Malatesta Baglioni, accusato apertamente di tradimento, non ebbe alcuna possibilità di rientrare a Perugia ma dovette rifugiarsi nella sua villa in Umbria, dove morì l'anno seguente all'età non vetusta di cinquant'anni.
Di Fabrizio Maramaldo si sa solo che nel 1531 andò a combattere in Ungheria, al soldo dell'imperatore Carlo V, e laggiù si perdono le sue tracce.

Francesco Ferrucci era nato in una buona famiglia del quartiere fiorentino di San Frediano nell'agosto del 1489 e niente, nella sua infanzia e giovinezza, lasciava presagire un futuro da travolgente condottiero.
Sì, è vero, si racconta che negli anni della scuola fosse affascinato dalle gesta dei grandi capitani dell'antichità, che leggesse avidamente i libri di storia dove si parlava soprattutto di battaglie e di scontri cruenti.
Ma tutto questo fa parte più probabilmente dell'agiografia postuma del personaggio che non della realtà storica.
Perché i documenti parlano invece di un giovane che viene messo dal babbo a far pratica da mercante nel banco di un tal Raffaello Girolami; e le cronache continuano a narrarci le non memorabili vicende di un uomo dedito agli affari e ai commerci.
Sul suo aspetto fisico parla Filippo Sacchetti: "Uomo di alta statura, di faccia lunga, naso aquilino, occhi lagrimanti, colore vivo, lieto nell'aspetto, scarzo nelle membra...".
Sulle sue caratteristiche militari si intrattiene Piero Rebora: "Dotato di indubitato genio militare, abilissimo nella strategia, pronto all'offesa, inesauribile d'espedienti, risoluto e tenace nell'azione...".

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Certo, il suo carattere
doveva essere, diciamo così, esuberante; propenso più a far valere la forza dei muscoli che non quella delle parole. Di questo suo aspetto fanno fede svariate controversie - per non chiamarle liti o addirittura risse sanguinose - che lo vedevano spesso protagonista nelle strade di Firenze.
Una volta sfidò a duello, e ferì, addirittura un Medici, e i suoi genitori, per evitare guai peggiori, lo spinsero a rifugiarsi temporaneamente nella casa di campagna che la famiglia possedeva in Casentino.
Che non fosse uno stinco di santo lo dimostra anche il fatto che quando, nel 1519, volle iniziare la carriera politica e si candidò per la carica di podestà di Larciano, vi dovette rinunciare perché si scoprì che era indebitato verso le casse comunali fiorentine.
Riuscì però a sistemare le pendenze di carattere tributario e nel 1523 poté assumere l'incarico di podestà a Campi e, nel 1526, a Radda in Chianti.
Ma il suo spirito bellicoso emergerà del tutto l'anno successivo, quando i Medici vennero cacciati da Firenze e lui, alla non più tenera età di trentotto anni, entra a far parte delle famose "Bande Nere".
Nelle complicate vicende belliche e politiche di quell'arroventato periodo, Firenze si trovò ad essere seriamente minacciata dall'esercito dell'Imperatore Carlo V d'Asburgo, col quale papa Clemente VII aveva creato un'alleanza nella speranza di restaurare nella capitale toscana la sua casata, quella dei Medici.

E a Francesco Ferrucci, che aveva già dato più di una prova di conoscere bene l'arte militare, la Signoria affidò il compito di presidiare Empoli, che nel 1529 - con Firenze ormai assediata da tre lati - costituiva in pratica l'unico sbocco verso Pisa e il mare, le sole fonti di approvvigionamento per i centomila abitanti della città del giglio.
Quando Volterra si ribellò a Firenze, la Signoria impose a Francesco Ferrucci di lasciare momentaneamente il caposaldo empolese per andare a riconquistare quell'importante centro nella Val di Cecina.
Ed è a questo punto che inizia, nella cornice dei grandi combattimenti fra i più forti eserciti d'Europa, la personale guerra fra Ferrucci e Maramaldo. Fu proprio durante l'assedio di Volterra che il capitano di ventura calabrese (o napoletano?) inviò, con una certa aria di sfida, un messo ad intimare al fiorentino di arrendersi.
E il Ferrucci, di rimando, non solo ignorò l'invito ma, per rispondere in maniera provocatoria, fece impiccare l'incolpevole messaggero. Il Maramaldo se la legò al dito e quando, pochi mesi più tardi, le vicende belliche portarono i due soldati ancora una volta uno di fronte all'altro, il dramma si compì.

Francesco era già debilitato da una ferita ad un ginocchio che stentava a rimarginarsi, era convalescente per una febbre presa in Maremma, era reduce da un viaggio sfiancante (seppur a cavallo) che in due giorni lo aveva portato, lui e i suoi tremilacinquecento uomini, da Pisa, via Calamecca (dove si fermò per la notte), fino a Gavinana e, nonostante tutto, fu protagonista di una battaglia che impegnò per alcune ore i suoi uomini contro i circa diecimila del suo avversario.
Quando si sparse la notizia che il principe d'Orange era morto in combattimento, nel campo repubblicano si pensò seriamente che la vittoria sarebbe ancora una volta arrivata. Ma, come si sa, gli eventi andarono diversamente.

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Sopraffatto dalla preponderanza numerica
del nemico, Francesco, con pochi fedelissimi, riuscì ad aprirsi un varco ed a nascondersi in una casetta alla periferia del paese. Avvistato e preso prigioniero, fu portato al cospetto di Maramaldo e a questo punto interviene la leggenda a mettere in bocca ai due protagonisti le frasi che rimarranno come macigni incise nella storia di Firenze e d'Italia.
Disse il Maramaldo: «Ammazzatelo chillo poltrone, per l'anima del tamburino quale impiccò a Volterra!».
Rispose il Ferrucci: «Vile, tu uccidi un uomo morto!».
Rimane solo da aggiungere che, dieci giorni dopo quell'evento, Firenze si arrese agli imperiali e dovette accettare il rientro dei Medici.

Per saperne di più:
Riccardo Cardellicchio, Francesco Ferrucci, Edizioni dell'Erba, 1993

LE CELEBRAZIONI
Dal palio al processo

Si svolgeranno dal 6 all'8 agosto in parte a Gavinana, in parte a Calamecca e a San Marcello.

Venerdì 6, alle ore 21, in piazza Ferrucci a Gavinana, si celebra il "Processo a Ferrucci" con la partecipazione di scrittori, storici, politici.

Sabato 7 a Calamecca viene rappresentata una commedia inedita sul condottiero fiorentino.

Domenica 8 un corteggio storico formato da circa trecento figuranti sfila per le strade di San Marcello.

Si trasferisce poi a Gavinana per la presentazione del "Palio" che si svolge nel pomeriggio.
Alla sfida partecipano quattro cavalieri, uno per ciascun quartiere in cui è diviso il paese: Porta Castello, Aiale, Pievana e Apiciana.
A sera la premiazione del vincitore, al quale viene consegnato il Palio dipinto da un artista pistoiese.