Le molte passioni e la vita fuori dai canoni di una poetessa del 1800

Scritto da Riccardo Gatteschi |    Settembre 2005    |    Pag.

giornalista e scrittore. Ha iniziato nel 1968 come cronista a Nazione Sera. Ha collaborato, nel corso dei decenni, a molti quotidiani, periodici, riviste. Ha pubblicato il primo libro nel 1971: "Toscana in festa". Sono seguiti alcuni volumi scritti a quattro mani con l'amico Piero Pieroni: "Vento del Nord, vento del Sud" (1972), "Indiani maledetti Indiani" (1973), "Ad ovest della legge" (1975), "Pirati all'arrembaggio" (1977). Ha curato alcune voci delle enciclopedie "Toscana, paese per paese" (1980) e "Costumi e tradizioni popolari" (1995). In anni più recenti ha pubblicato: "Con la croce o con la spada" (1990), "Baccio da Montelupo" (1995), "Donne di Toscana" (1996), Raffaello da Montelupo" (1998), "Feste per un anno" (2000), "Diavoli, santi e bonagente" (2002), "Un uomo contro" (2003). Ha tre passioni confessabili: viaggiare, conoscere la Toscana, guidare la motocicletta. Collabora all'Informatore dell'Unicoop dal 1995.

Malata d'amore
Due morti violente e premature
- un suo amante e, vent'anni dopo, lei stessa - circoscrivono e caratterizzano, in maniera assai drammatica, un'esistenza tutta ispirata, invece, al romanticismo, alla dolcezza dei sentimenti, al perbenismo più accentuato. I suoi quarantasette anni di vita hanno rappresentato il più classico degli esempi di dicotomia esistenziale. Se nei suoi scritti, sia in prosa che in poesia, o anche nei suoi articoli di giornale, Evelina Cattermole - o meglio, la contessa Lara - esprimeva tutto un universo di conformismo e di bon-ton romantico, la sua vita privata era quanto di più trasgressivo e antiborghese si possa immaginare.

Figlia di uno scozzese trapiantato a Firenze (sposato quattro volte con un totale di sei figli), e di una pianista di origine russa, Evelina, nata nel 1849, rivelò fin da piccola un'accentuata propensione per la poesia. Fra mito, leggenda e verità, si dice che a sette anni parlasse già tre o quattro lingue e si dilettasse ad esprimere pensieri in forma poetica. È certo che a diciotto anni pubblicò per il già prestigioso editore Le Monnier il suo primo volume di poesie, "Canti e ghirlande".
Grazie alle vaste amicizie che i genitori avevano nel mondo della nobiltà e dell'alta politica (Firenze era in quel periodo capitale d'Italia), Evelina, che si dice fosse una bellissima fanciulla seppur magra e dai tratti efebici, passava di salotto in salotto sempre accolta con ammirazione - da parte maschile - e invidia da quella femminile.

A venti anni convolò a nozze con il tenente dei bersaglieri Francesco Saverio Mancini, figlio del giurista avellinese Stanislao, deputato al Parlamento e in seguito ministro degli Esteri del giovane governo italiano.
Il matrimonio, voluto da Evelina forse più per emanciparsi dalla stretta disciplina dei genitori che per vero amore:
Oh, verrà il dì che di se stessa ignara
senz'amor fu condotta a nuzial festa,
e rassegnata, genuflessa all'ara,
sotto il suo velo piegherà la testa.
segna l'inizio della sua vita controcorrente.
Qualche anno più tardi - la coppia vive a Milano - il marito sorprende Evelina a letto con un comune amico, il veneziano Giuseppe Bennati de Baylon. Sopraffatto dall'ira, il Mancini si scaglia contro l'amante di sua moglie con l'intenzione di ucciderlo; però il tentativo va a vuoto per il pronto accorrere di persone del vicinato. Ma la sorte del giovane de Baylon è ormai segnata: morirà qualche giorno più tardi in duello, sotto il colpo di pistola del Mancini.
Il matrimonio, ovviamente, naufraga, ed Evelina inizia una vita libera e fuori da ogni schema, esattamente agli antipodi di quello che la famiglia e l'ambiente in cui era cresciuta le avevano insegnato e, forse, imposto. Mentre la sua verve creativa si concretizza nella pubblicazione di romanzi, raccolte di poesie, brevi racconti, la sua esistenza privata è costellata da una serie piuttosto ampia di avventure sentimentali, amori occasionali, convivenze burrascose.

Se qualcuno dei suoi più recenti biografi ha cercato di mettere un certo ordine nella sua vita così ingarbugliata, è certo che nessuno è ancora riuscito nell'intento di tracciare una linea continua dei suoi caotici vent'anni della maturità.
Una delle prime esperienze sentimentali di cui si ha una traccia è quella con il poeta catanese Mario Rapisardi, che aveva incontrato a Roma dove lei si era nel frattempo trasferita. Non è escluso anche un idillio con Gabriele d'Annunzio, il quale le dedicò alcuni scritti peraltro non memorabili: "....ed io vidi alcuni giorni fa passare pe'l Corso la contessa Lara, accompagnata dal suo serpentesco levriere caucaseo, stretta in quel velluto, con un corpetto...".
Si dice anche che il romanzo "Il Piacere", pubblicato da d'Annunzio nel 1889, fosse ispirato proprio alla figura di Evelina, che in quel periodo aveva scelto il sintomatico pseudonimo di contessa Lara, col quale firmava le sue opere letterarie e anche gli articoli per le riviste.

Amava gli animali in maniera quasi maniacale e la sua casa nel quartiere Prati era affollata di cani, gatti, bengalini, passeri e anche di topolini bianchi che scorrazzavano liberi non solo per la casa ma anche sul suo corpo. Non a caso il titolo del suo primo romanzo fu "Una famiglia di topi".
In quella specie di zoo privato riuscì a trovare il suo spazio anche il letterato siciliano Giovanni Alfredo Cesareo (più giovane di lei di undici anni) che convisse con la contessa Lara (e anche, pur senza entusiasmo, con tutti gli animali che si aggiravano per le stanze), per quasi dieci anni, fino a quando altri interessi (leggi: altri amori) portarono i due amanti all'inevitabile separazione.
L'uscita del suo libro di poesie "Versi", nel 1883, ebbe un grande successo di vendite e questo le aprì le porte dei quotidiani e delle riviste più prestigiose del tempo, dall'Illustrazione Italiana alla Tribuna Illustrata, dal Corriere della Sera al Fanfulla della Domenica, al Germinal diretto da Enrico Corradini. Per la Tribuna Illustrata tenne a lungo una rubrica intitolata "Il salotto delle signore" nella quale dettava norme di comportamento (molto seguite dall'alta borghesia femminile) che erano esattamente il contrario del suo stile di vita.

A quarantacinque anni conobbe un giovane pittore di belle speranze ma di non eccelse qualità, Giuseppe Pierantoni (più giovane di lei di tredici anni). Il primo periodo della loro convivenza fu felice (lei stessa riferisce che quando lui le aveva chiesto quando era nata, Evelina aveva risposto: "Quando mi hai baciata la prima volta"). Poi, progressivamente, il rapporto entrò in crisi, sia perché il giovanotto pretendeva di essere mantenuto dall'amante, sia perché nel frattempo Evelina aveva avviato un altro legame con Ferruccio Bottini, ufficiale di marina livornese (e, quando Ferruccio era per mare, non rifiutava le avances del di lui fratello Ezio).
La tragedia divampò una sera di novembre del 1896. Giuseppe aprì un cassetto e vi trovò una lettera di Ezio che terminava così: "Ti bacio con passione immensa". L'esplosione di gelosia fu tremenda, e mentre Evelina cercava di discolparsi o di crearsi un alibi che la potesse in qualche modo scagionare, il giovanotto frugò nella borsetta dell'amante, prese la pistola che Evelina teneva sempre con sé e le sparò un colpo all'addome (poi ne sparò un altro ma solo per ferire se stesso ad una spalla).
I soccorsi furono solleciti, chiamati da lui stesso e dalla cameriera presente al dramma, ma la perdita di sangue fu talmente copiosa e rapida che non consentì alla contessa Lara di sopravvivere più di un paio di giorni. Il tempo per riflettere sulla sua turbinosa esistenza e per pronunciare, fra leggenda e realtà, la celebre frase: "Perdono a tutti. Oh, com'è dolce la morte!".

Per saperne di più:
Gigi Speroni, La Contessa Lara, Breve e scandalosa vita di una poetessa malata d'amore, Libri Scheiwiller, Milano 2003