Una patologia infiammatoria intestinale che crea molti problemi. Cause e terapie

Scritto da Alma Valente |    Novembre 2013    |    Pag. 44

Giornalista Nata a Roma.

Dopo la laurea in Filosofia ha insegnato per due anni. Successivamente ha lavorato presso l'Ufficio Stampa della Presidenza dei Gruppi Parlamentari della Camera dei Deputati, collaborando in particolare con Giorgio Napolitano.

Trasferitasi a Firenze, ha iniziato a scrivere l'Informatore, con articoli inerenti la di medicina.

Dal '97 ha cominciato a fare televisione: prima come inviata per la trasmissione Informacoop e poi curando una rubrica dedicata alla salute all'interno di Liberetà (trasmissione dello Spi-CGIL).

Nel linguaggio comune c’è sicuramente un abuso della parola colite. Basta infatti una piccola colica addominale, la presenza di aria in pancia con gonfiore o un episodio di diarrea di scarsa rilevanza per parlare di questa patologia. Nulla di più sbagliato, perché questo termine può essere indice di varie malattie.

Cerchiamo di passare in rassegna quelle più importanti e la loro prevalenza nella popolazione. «In generale il suffisso -ite implica l’esistenza di un quadro infiammatorio a carico di un determinato organo: a esempio gastrite significa infiammazione dello stomaco, epatite infiammazione a carico del fegato e così via. L’infiammazione dovrebbe essere documentata, attraverso l’esecuzione di prelievi bioptici e non semplicemente supposta.

Dal punto di vista strettamente medico, dunque, il termine colite dovrebbe essere usato solo nei casi in cui è documentata una infiammazione a carico del colon. In presenza di disturbi generici, molto spesso di natura funzionale, in genere è probabile possa trattarsi di una sindrome da intestino irritabile, un tempo comunemente denominata colite spastica, o di intolleranze alimentari».

Così esordisce il professor Antonino Calabrò, direttore della Scuola di specializzazione in Gastroenterologia dell’Università di Firenze. Le coliti “vere” invece possono essere distinte in acute o croniche.

Le prime sono spesso di natura infettiva e di breve durata, mentre le seconde sono più importanti, in particolare quella ulcerosa e la malattia di Crohn.

Si tratta di patologie non sempre facilmente distinguibili fra di loro, fondamentalmente legate ad una anomala interazione fra fattori genetici e ambientali, la cui frequenza è progressivamente aumentata nel corso degli ultimi anni. La prevalenza complessiva della colite ulcerosa e della malattia di Crohn è dello 0,5 – 0,8 %, quindi lievemente inferiore a quella della celiachia, stimata nell’ordine dell’1%. Oltre a queste esistono altre forme di coliti, decisamente meno frequenti, che è inutile menzionare.

Ma adesso vediamo quali sono i sintomi più rilevanti che meritano un approfondimento diagnostico. «In presenza di sangue evidente nelle feci - precisa Calabrò - e di sintomi cosiddetti generali (febbre, malessere, dimagrimento...) si consiglia di rivolgersi ad uno specialista gastroenterologo per eseguire i necessari accertamenti laboratoristici (esami del sangue e delle feci) e strumentali (colonscopia, ecografia dell’addome, Tac)».

Ma la colite può essere di base psicosomatica?

«L’influenza della psiche sulla percezione dei sintomi addominali è indiscutibile e svolge un ruolo rilevante nei disturbi di natura funzionale, come nella cosiddetta sindrome del colon irritabile.

Per quanto riguarda le malattie infiammatorie croniche intestinali, mentre un tempo si riteneva che Crohn e colite ulcerosa avessero un’origine psicosomatica, oggi sappiamo con certezza che entrambe le malattie sono dovute a una alterazione dei meccanismi di regolazione della risposta immunitaria».

I cambi di stagione possono riacutizzare la sintomatologia?

«Sebbene alcune malattie gastroenterologiche tendano decisamente a peggiorare in concomitanza con i cambiamenti stagionali - dice il nostro esperto -, specie in primavera e autunno (a esempio la malattia da reflusso gastro-esofageo), questo non sembra essere il caso  delle malattie infiammatorie croniche intestinali.

In quest’ultime esiste in realtà un aumentato rischio di riacutizzazione in determinati periodi dell’anno, ma questo sembra più che altro legarsi a una maggiore frequenza di infezioni, specie di natura virale, in grado di determinare una recidiva infiammatoria».

Qual è la terapia?

«Nelle forme funzionali (colon irritabile) - conclude Calabrò -, possono essere utilizzati farmaci spasmolitici naturali (derivati della menta piperita) o di sintesi, eventualmente associati a piccole quantità di ansiolitici, volti a minimizzare il ruolo dello stress. Anche gli accorgimenti dietetici possono essere di aiuto in questi soggetti.

Un aspetto interessante è che un 15-20% di queste forme possono essere legate ad una sindrome da una anomala crescita batterica intestinale, che richiede una specifica terapia (antibiotici non assorbibili associati a probiotici).

Una percentuale forse addirittura superiore di soggetti con sindrome da intestino irritabile è in realtà affetta da sensibilità al glutine non celiaca, e risponde in maniera positiva alla sospensione del glutine dalla dieta.

Una precisa diagnosi di quest’ultima condizione è tuttavia particolarmente impegnativa; a questo scopo  è utile rivolgersi a centri veramente specializzati. Da ultimo, ma non certo in ordine di importanza, il trattamento delle malattie infiammatorie croniche intestinali presuppone l’impiego di farmaci che sopprimono la risposta immunitaria.

Da diversi anni sono tuttavia disponibili farmaci biologici, mirati a neutralizzare il ruolo di molecole specifiche, le così dette citochine, prodotte in eccesso nei tessuti intestinali in preda al processo infiammatorio.

Questi ultimi vanno tuttavia usati con estrema cautela, non solo per il costo elevato, ma anche per i possibili effetti collaterali; è quindi necessario rivolgersi ai centri che hanno la necessaria esperienza».

L’intervistato: professor Antonino Calabrò, direttore della Scuola di specializzazione in Gastroenterologia dell’Università di Firenze

Alimentazione e intestino

Sensibilità al glutine

Il ruolo dell’alimentazione nelle genesi di vari disturbi funzionali è decisamente molto importante, specie, ovviamente, in caso di particolari intolleranze alimentari.

A questo proposito, basti pensare alla intolleranza al lattosio, la più comune fra tutte le intolleranze alimentari, o alla celiachia. I sintomi legati a queste due frequenti intolleranze sono spesso sovrapponibili a quelli del colon irritabile, con cui peraltro possono realmente coesistere.

Un problema emergente è tuttavia rappresentato dalla cosiddetta “sensibilità al glutine”, una condizione caratterizzata da sintomi in parte o del tutto simili a quelli della celiachia, in soggetti che non presentano tuttavia i tipici markers sierologici di questa particolare intolleranza alimentare (anticorpi anti-endomisio e anti-transglutaminasi) né le alterazioni della mucosa intestinale (atrofia dei villi), rilevabile tramite biopsia.

Sebbene non esista una stima accurata circa la reale prevalenza della sensibilità al glutine non celiaca, dati iniziali suggeriscono che questa particolare condizione possa interessare fino al 6% della popolazione generale.

Scarse informazioni sono invece disponibili per quanto riguarda il ruolo dell’alimentazione nella genesi delle malattie infiammatorie croniche intestinali, sebbene esse siano meno frequenti in ambienti rurali, e quindi probabilmente correlate con un diverso tipo di alimentazione.

Per quanto riguarda il loro trattamento, una intolleranza al lattosio è talora presente anche in questi pazienti, mentre una dieta povera di fibre è certamente consigliabile in soggetti con malattia di Crohn, con restringimento infiammatorio-cicatriziale del lume intestinale.

Disegno di L. Cortemori

I cibi giusti per chi soffre di colite

Da Rai Due – Trasmissione “I fatti vostri” - durata 10’ 50’ – 22.01.13


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