I malesseri che accompagnano il cambio di stagione. Come affrontarli

Scritto da Alma Valente |    Ottobre 2001    |    Pag.

Giornalista Nata a Roma.

Dopo la laurea in Filosofia ha insegnato per due anni. Successivamente ha lavorato presso l'Ufficio Stampa della Presidenza dei Gruppi Parlamentari della Camera dei Deputati, collaborando in particolare con Giorgio Napolitano.

Trasferitasi a Firenze, ha iniziato a scrivere l'Informatore, con articoli inerenti la di medicina.

Dal '97 ha cominciato a fare televisione: prima come inviata per la trasmissione Informacoop e poi curando una rubrica dedicata alla salute all'interno di Liberetà (trasmissione dello Spi-CGIL).

Maledetta primavera? Non solo. Con l'inizio dell'autunno,
Mal d'autunno
nel periodo in cui dovremmo essere più "ricaricati" grazie all'effetto ferie, paradossalmente possono comparire disturbi e fastidi di vario genere. Colpa della stagione che cambia o è il nostro organismo che stenta ad adattarsi alle variazioni ambientali e climatiche?
«Il ritmo biologico all'interno di ciascuno di noi è indubbiamente influenzato dai cicli stagionali — spiega Giampiero Maracchi, professore di Climatologia all'Università degli Studi di Firenze e direttore dell'istituto di Biometeorologia del Cnr —. Soprattutto in autunno, infatti, variazioni climatiche come la temperatura, l'umidità, la pressione e la luce possono interagire negativamente su alcune sostanze chimiche (neurotrasmettitori) presenti nel nostro cervello. In parole semplici queste sostanze, che hanno il compito di trasportare gli impulsi tra una cellula nervosa e l'altra, si "scaricano" temporaneamente causando tutta una serie di sintomi quali depressione, mal di testa, fatica, insonnia ecc. E' noto come proprio la depressione sia maggiormente diffusa tra le popolazioni che vivono nelle regioni nordiche, dove le temperature sono più rigide e le giornate più brevi».
Ma al di là dell'aspetto psicologico a risentire di questo cambiamento di stagione è anche il nostro sistema endocrino. In questo periodo, infatti, anche le nostre ghiandole si attivano per fronteggiare l'arrivo dell'inverno.
«Il nostro organismo è una macchina molto sofisticata, dotata di una serie di meccanismi che le permettono di adeguare le proprie funzioni all'ambiente. Tra questi la funzione endocrina gioca un ruolo rilevante - sottolinea Stefano Del Prato, professore di Endocrinologia e malattie del metabolismo all'Università di Pisa -. Sono numerosi gli ormoni che vengono secreti in modo ciclico. Il cortisolo, ad esempio, ha un ritmo giornaliero: è più alto al risveglio e cala nel pomeriggio. Gli ormoni sessuali femminili, poi, sono un tipico esempio di orologio biologico. La regolare alternanza della loro produzione è la chiave del ciclo ovulatorio».
Ma esistono cicli anche più lunghi: stagionali ed annuali. E' possibile che parte di queste oscillazioni avvengano per effetto dei cambiamenti ambientali?
«Il variare delle ore di esposizione alla luce sicuramente influisce sulla produzione di alcuni ormoni — continua Del Prato —. L'esempio tipico è la melatonina. Ma con il ridursi delle ore di sole anche la temperatura tende ad abbassarsi e nelle stagioni di transizione adattamenti ormonali predispongono il nostro organismo ad affrontare periodi più duri. Gli ormoni tiroidei, deputati, tra le altre cose, a regolare la produzione di energia e di calore dell'organismo, hanno una variazione stagionale essendo più elevati durante l'inverno. L'argomento, comunque, è ancora discusso».
Secondo alcuni esperti, però, oscillazioni climatiche repentine potrebbero far emergere delle patologie latenti...
«In effetti, certe malattie endocrine dimostrano una ciclicità. L'esempio forse più noto è quello del diabete, maggiormente presente nelle stagioni di transizione. Ma più che un'alterazione della funzione endocrina è probabile che queste osservazioni testimonino l'impatto che la condizione ambientale ha sull'organismo. Nelle stagioni di passaggio sono infatti più frequenti le infezioni, soprattutto di origine virale».
E adesso veniamo a una nota dolente, nel senso letterale della parola. Per chi soffre di artrosi e reumatismi umidità e primi freddi sono una vera e propria iattura. Cosa dobbiamo fare per convivere bene anche con l'autunno?
«In questo periodo dell'anno i nostri pazienti affetti da disturbi della funzione delle articolazioni possono andare incontro a modifiche della sensibilità che può giungere fino alla piena percezione del dolore — spiega il professor Marco Matucci Cerinic, della sezione Reumatologia dell'Università degli Studi di Firenze —. L'autunno infatti porta con sé il freddo, che può avere degli effetti, oltre che sulla struttura interna delle articolazioni (osso e cartilagine), soprattutto sulle strutture esterne che le circondano, come tendini, guaine e borse. Sono proprio queste a soffrire maggiormente del calo termico, provocando fastidio in particolare all'inizio del movimento "a freddo", causando un rallentamento dell'attività motoria che in alcuni casi può raggiungere livelli anche notevoli. Un fenomeno che aggrava, soprattutto nei più anziani, uno stato di salute articolare magari già compromesso a causa dell'artrosi, favorendo una tendenza all'immobilità».
Anche la riduzione della pressione atmosferica può contribuire a farci sentire più dolori. Nelle giornate più fredde, umide e piovose, infatti, il risveglio può essere veramente "pesante". Che fare?
«Questa condizione può essere combattuta con rimedi molto semplici - spiega Matucci Cerinic -. Un consiglio che abitualmente viene dato è quello di fare un bagno o una doccia molto calda al mattino per "sciogliere" i muscoli. Inoltre è consigliabile essere sempre ben protetti con indumenti caldi che evitino, durante il giorno, il raffreddamento degli arti, del collo e della zona lombare. Sicuramente uno degli accorgimenti più importanti è quello di mantenersi in moto il più possibile. Non solo passeggiate prolungate nelle ore più calde, ma anche ginnastica leggera, soprattutto nei soggetti più anziani. Ovviamente, oggi sono disponibili anche molte medicine per combattere il dolore ma è sempre preferibile cercare di mantenere un adeguato stato di funzione fisica che permetta la massima efficacia di ogni azione terapeutica».