Molte parole italiane derivano da altre lingue. La droga è olandese ma lo spiedo è tedesco

Scritto da Pier Francesco Listri |    Luglio 2004    |    Pag.

Giornalista e scrittore Caporedattore per oltre un ventennio del quotidiano "La Nazione", è stato collaboratore del "Ponte" e de "L'Espresso". Profondo conoscitore della storia fiorentina e toscana, alla quale ha dedicato numerosi volumi. Ha curato a lungo i problemi della scuola, redigendo manuali e fondando le riviste "Tuttoscuola" e "Palomar". Ha diretto a Firenze l'emittente televisiva Rete A, al suo attivo ha anche una collaborazione trentennale con la RAI.

In passato ci siamo soffermati sull'invadenza delle parole e dei modi tratti dall'inglese e dalla variante americana. Sarebbe un errore credere che si tratti di un fenomeno unico.
In realtà l'italiano è nutrito ad esempio da lingue antiche, come il latino e greco, che continuano ad essere vivissime nel nostro parlare quotidiano. Talora, tali e quali come le usavano i latini. Esempi come "bonus-malus", "curriculum", "giudice a latere", "reddito pro capite", "una tantum" (che vuol dire "una volta soltanto" e non "una volta ogni tanto") e infine - ma l'elenco sarebbe infinito - i quotidianissimi "audio" e "video", bastano a darcene la prova.

Il latino dunque, in buona parte estromesso oggi dalla scuola e dalla liturgia della Chiesa, si è vendicato accampandosi nei linguaggi della burocrazia, della politica, dell'economia e dello sport.
Quanto poi all'infinità di parole italiane che derivano dal latino che, come ognuno sa, fu la nostra lingua parlata prima della costruzione (fra il 1100 e il 1200) del "volgare", cioè dell'italiano, l'elenco sarebbe impossibile; ma basti ricordare che il latino usava "homo", "filius", "mater", "manus", "aqua", "panis", "terra", "vita", "novus", "plenus", "rotundus" e quant'altro si vuole.

Altre parole, che noi usiamo quotidianamente, hanno doppia origine greco-latina, adottate dalla civiltà cristiana. Così per esempio: "chiesa", "basilica", "prete", "angelo", "vangelo", "vescovo", "martire".
Inutile ricordare che la lingua greca è alla base della nomenclatura italiana in campo medico. E ancora tutte le parole che terminano con i suffissi -crazia, -grafia -logo, -metro e che iniziano con i prefissi aero-, auto-, elettro-, fono-, foto-, micro-, tele- sono di origine greca.

Torneremo un'altra volta sulle due lingue madri della nostra. Piace qui invece ricordare - anche agli strenui puristi e difensori dell'italiano - che ogni lingua è in parte debitrice di prestiti e assimilazioni da altre lingue. Ad esempio, per quanto poco lo si ricordi, il nostro parlare comune è ricchissimo di germanismi, parole entrate vuoi in epoca imperiale, vuoi attraverso la cultura gotica o quella longobarda (queste ultime sono oltre trecento, nel parlare di tutti i giorni).
Come "spiedo" (che significava "arma"), "sguattero" (che significava "guardia"), e così "zazzera", "zanna", "grinfia" e ancora "stambecco", "taccola", "melma". Sono parole germaniche anche i quotidianissimi "guerra", "sapone", "vanga" e l'aggettivo "bianco". Gotiche sono ancora "banda", "guardia", "elmo", "albergo", "spola", "guercio", "stanga". Potremmo seguitare.
Perfino dall'olandese l'italiano ha acquistato una parola oggi chiave: "droga"; dallo scandinavo "renna"; dallo slavo e dall'ungherese "cocchio", "pistola", "sciabola".

La recente e viva polemica sull'aggressività islamica verso l'Occidente ha fatto dimenticare, anche ad illustri penne italiane di scarsa memoria culturale, quanto non solo la lingua ma la cultura italiana debbano alla civiltà araba.
Restando al lessico di tutti i giorni, arabismi che tuttora usiamo sono le parole "algebra", "alfiere", "darsena", "carciofo", "cotone", "zucchero", oltre alla pianta e fiore della Sicilia che dall'arabo (l'isola fu, come noto, per un paio di secoli prima del Mille occupata dagli arabi) ha preso il nome di zagara.
A differenza dei germani, gli arabi non si fusero con le popolazioni romane vinte, delle quali erano economicamente e culturalmente superiori, e si dimostrarono tolleranti non imponendo né la lingua né la religione, neppure in quella terra di Spagna che dominarono per ben otto secoli.

Al di là degli elenchi, in genere noiosi, sarebbe divertente seguire il viaggio di alcune parole che, ad esempio dal latino, hanno assunto diverso significato nell'uso della cultura e nell'uso popolare.
Così il latino "circulum" ha dato luogo a "circolo", ma nel parlar del popolo anche a "cerchio"; "solidum" è diventato l'aggettivo "solido" ma anche popolarmente "soldo". "Vitium" è divenuto "vizio" ma anche "vezzo"; "exemplum" ha due uscite italiane: "esempio" e "scempio".

Peccato che a scuola poco si scorra (potremmo dire si navighi e ci si perda) in quel grande libro che è il vocabolario. Impareremmo meglio a conoscere ciò che quotidianamente diciamo.
Diceva il grande poeta argentino Borges che a ottant'anni bisogna mettersi a studiare la lingua finnica. Le imprese impossibili sono le migliori.