Gli sbocchi professionali per gli scienziati del clima, dall’università alla televisione

Scritto da Francesco Giannoni |    Novembre 2008    |    Pag.

Fiorentino da una vita, anche se con sangue maremmano e lombardo, laureato in lettere, è sposato con due figli. Si occupa di editoria dal 1991, prima come dipendente di una nota casa editrice della sua città, ora come fotografo e articolista free-lance. Collabora a riviste quali Informatore, Toscana Oggi, Calabria7, e a importanti case editrici.

«Tanto non ci azzeccano mai!». Alzi la mano chi non ha mai pronunciato questa fatidica frase dopo avere ascoltato le previsioni del tempo prima di una gita fuori porta.

Giampiero Maracchi, scienziato di fama mondiale, spesso intervistato su problematiche legate al clima e alla meteorologia, acconsente che in periodi di cambiamento di stagione sia più facile sbagliare data la variabilità del tempo, ma difende la categoria snocciolando dati che non lasciano adito a dubbi: «la nostra cattiva fama è un po’ un luogo comune: nelle 24 ore siamo precisi al 94-96%, e nelle 72 ore all’85%». Se si fanno previsioni climatiche stagionali (cioè a uno, due o tre mesi) queste sono ancora “sperimentali e quindi suscettibili di errore”, d’altra parte è un settore nato recentemente, mentre la meteorologia risale alla metà dell’Ottocento.

Con Maracchi abbiamo parlato del corso universitario da seguire per diventare studioso di queste materie la cui conoscenza, battute a parte, è sempre più necessaria non solo per andare in vacanza ma anche e soprattutto per valutare il futuro climatico del pianeta, che secondo l’illustre scienziato gode di una salute “abbastanza cattiva”.

 

Fenomeni a tavolino

Non esiste una laurea in meteorologia o in climatologia. È possibile specializzarsi dopo la laurea in geologia, fisica o agraria: per esempio a Firenze c’è un master universitario in meteorologia e climatologia applicata. I centri che fanno ricerca in Italia in questo settore sono pochi. I più importanti sono quello di Firenze - l’Ibimet, l’Istituto di biometeorologia - che raccoglie 250 persone, e, a Bologna, l’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima.

Ma qual è la differenza fra meteorologo e climatologo? «Operativamente chi fa il meteorologo fa anche il climatologo, e viceversa – spiega Maracchi –. Entrambi sono studiosi che conoscono i fenomeni meteorologici, i processi climatici e sono in grado di utilizzare la modellistica matematica e gli strumenti informatici. C’è però una differenza fra i due scienziati: il primo esamina le condizioni del tempo e dei processi fisici che avvengono nell’atmosfera, il secondo studia le condizioni ricorrenti del tempo in un certo luogo e in un certo periodo». Esemplificando, se affermiamo che la temperatura media di Firenze nel mese di settembre è 24° facciamo della climatologia, se invece diciamo che domani a mezzogiorno la temperatura sarà 24° siamo nell’ambito della meteorologia.

Fino ad una quindicina di anni fa la scienza base della climatologia era la statistica, quella della meteorologia era invece la fisica dell’atmosfera. Oggi queste due discipline tendono a convergere e si parla anche di “climatologia dinamica”, cioè dello studio dei processi su grandissima scala, quelli che riguardano gli oceani, i poli, l’equatore, con dimensioni spaziali e temporali molto importanti.

Tra pubblico e privato

Per quanto riguarda gli sbocchi professionali, dato che ormai tutte le regioni si sono dotate di un servizio meteorologico, il lavoro è prevalentemente nell’ambito delle istituzioni pubbliche e quindi presso le Arpa, le Agenzie regionali di protezione ambientale. In Toscana c’è anche il LaMMa (Laboratorio di monitoraggio e modellistica ambientale), un consorzio formato da Cnr, Regione Toscana e Fondazione per il clima e la sostenibilità, che raccoglie una cinquantina di persone fra tecnici e ricercatori. Le sue funzioni prevalenti sono le previsioni meteo e quelle stagionali, però il laboratorio opera anche nel campo della cartografia digitale, della geologia, dell’osservazione della terra dal satellite usato in meteorologia e in altre applicazioni.

Dato che le previsioni meteo hanno acquisito un interesse generale, altre possibilità di impiego sono presso tv, radio, giornali, che richiedono l’esperto capace di prestare questo tipo di servizio.

Ma questi scienziati non si occupano solo di previsioni meteo e di clima. Se questo è cambiato, e lo sostiene il 95% dei meteorologi e climatologi, la causa, secondo Maracchi, è da ricercarsi nel modello economico degli ultimi quattro secoli che ha provocato il riscaldamento dei mari e dell’atmosfera con conseguenze anche disastrose. Basti pensare che l’Italia negli ultimi 15 anni ha speso 4 miliardi di euro l’anno per ovviare a fenomeni atmosferici estremi, come le piogge dello scorso luglio in Piemonte.

I problemi derivano essenzialmente dall’enorme impiego di energia, raddoppiato rispetto agli anni ’70; uno dei settori che ne consuma di più è quello dei trasporti (aumentati in Italia e in Europa del 200%!) che causa inquinamento ed effetto serra.

 

C’è pecora e pecora

Questo modello economico va rivisto: “quella del mercato non può essere l’unica legge” che, inoltre, provoca crisi internazionali come l’attuale. Che fare? Il gruppo guidato da Maracchi ha un progetto, “Tessile e sostenibilità”, il cui scopo è il ritorno all’uso della lana italiana: «quasi nessuno sa che i nostri dieci milioni di pecore servono solo per il formaggio; la loro lana finisce in discarica» e l’Italia importa lane australiane, neozelandesi e cinesi considerate migliori.

«Noi abbiamo fatto tessuti con la lana di pecore delle Colline Metallifere e con quella della razza appenninica, basandoci sullo stesso principio sostenuto da Coop per l’alimentazione: il chilometro zero». I vestiti sono già in vendita presso alcuni negozi. Nell’ambito del progetto “Tessile e sostenibilità” si sperimenta anche l’uso di antiche fibre per realizzare vestiti: ginestra, canapa e ortica. Di quest’ultima non vengono ovviamente usate le foglie (che, sfiorate, provocano la fastidiosa sensazione di bruciore) ma, appunto, le fibre. Per quanto riguarda la canapa, è interessante sapere che fino a 60 anni fa ogni famiglia contadina aveva un pezzo di terra coltivato a canapa, o a lino nel nord Italia, per farsi i vestiti.

Bisogna valorizzare il mercato che guarda al nostro territorio. Per due motivi: scongiurare la disoccupazione dei tessitori italiani, salvandone la millenaria esperienza, ed evitare costosi e inquinanti viaggi di migliaia di chilometri per prodotti che non sempre valgono (ricordate il latte cinese a settembre?).

Dovremmo, inoltre, usare il meccanismo dell’“esternalità”, applicare ai prodotti che vengono da lontano anche i costi ambientali che paghiamo in termini di salute e di fisco (l’Arpat che fa i controlli ambientali non lavora gratis: la paghiamo con le tasse). Tali costi andrebbero ridistribuiti sui prodotti stranieri che, alla fine, costerebbero forse più di quelli locali. E questa «non è autarchia ma solo la ricerca di un maggior equilibrio nei commerci per la protezione del pianeta terra».


L’intervistato: Giampiero Maracchi direttore dell’Istituto di biometeorologia del Cnr e ordinario di Agrometeorologia e climatologia all’Università di Firenze

Ibimet: via Gianni Caproni 8, Firenze, tel. 0553033711; LaMMa: via Madonna del Piano 10, Sesto Fiorentino, tel. 055448301, info@lamma.rete.toscana.it


Foto di Francesco Giannoni


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