Le difficoltà dell'architettura a Firenze

Lunga vita agli architetti
Firenze sembra ricordarsi degli architetti solo come testimoni di una buona volontà o di certe buone intenzioni, più legate all'immagine che non alla costruzione.
Sembra che l'architettura non riesca a ritrovarsi nel Novecento a Firenze (in particolare negli ultimi decenni), come se le si frapponessero insormontabili difficoltà, derivanti soprattutto da una scuola timorosa, concentrata più sulla storia delle discipline che sull'operatività, una scuola che ha dato validi contributi alla storia e alle scienze, ma molto scarsi alla progettazione architettonica urbana. E' stata portata avanti l'ambigua ideologia della qualità diffusa, che ha prodotto la bruttezza; un'ideologia della manutenzione, del restauro, della timida sostituzione, della fine dello sviluppo per approdare alle spiagge dell'utopia.
C'è poi una classe imprenditoriale, senza coraggio e fantasia, che sa inseguire i profitti sicuri della rendita di posizione, scoraggiata a investire nell'architettura per i rischi e le incertezze del quadro normativo, la mancanza di un interlocutore stabile e un diffuso clima di ostilità all'architettura. Si fanno i conti con una classe politica senza stabilità, che non vede mai coincidere i tempi della politica con quelli più lunghi dell'architettura. Infine la comunicazione, carente in questa città per tutto quel che riguarda l'architettura. Da anni raccolgo testardamente (e masochisticamente) gli articoli sull'architettura, nei quali i termini più usati sono: massiccia cementificazione, congestione, inasprimento dei problemi del traffico.
Eppure Firenze (e la sua scuola) ha prodotto straordinari talenti d'architetti anche negli ultimi quarant'anni (e non c'è bisogno di citare sempre e solo il centenario Michelucci, che tra l'altro era, come me, pistoiese). Basta pensare all'architettura radicale nata a Firenze negli anni '60; o ai movimenti d'avanguardia della seconda metà del Novecento, con i gruppi 'Archizoom' (Branzi, Corretti, Deganello, Morozzi, Dario e Lucia Bartolini) e 'Superstudio' (Natalini, Toraldo di Francia, Frassinelli, Roberto e Alessandro Magris).
Tutti questi architetti hanno costruito poco a Firenze, costretti a trovarsi uno spazio in discipline affini (design, interni, comunicazione) o in regioni lontane. Una guida all'architettura costruita a Firenze, nell'ultimo decennio del secolo, si esaurisce rapidamente: il polo universitario di Sesto (Barbagli), il centro commerciale di Botta e il centro servizi di Aldo Rossi; Santa Verdiana di Maestro, la pensilina di Toraldo, il Museo dell'Opera del Duomo (Palterer e Zangheri), il centro commerciale 'I Gigli', il Museo dell'Opificio delle Pietre Dure e il Polo universitario di Novoli (in costruzione) dei 'Natalini architetti'.
Ora sta a noi trovare i rimedi alle difficoltà, o meglio, sta a quelli che hanno meno di sessant'anni, perché sono gli unici che hanno la speranza di veder realizzato qualcuno dei loro progetti e di poter imparare, da queste realizzazioni, qualcosa che gli permetterà di costruire sempre meglio, sperando di arrivare all'età di Michelucci. Perché in questa città la possibilità di veder realizzata un'opera richiede di raggiungere in buona salute la soglia del secolo.

Adolfo Natalini
Pistoiese, si laurea in architettura a Firenze nel 1966, anno in cui fonda Superstudio, celebre gruppo di avanguardia attivo per venti anni, fino al 1986. Dal 1979 lavora nelle città d'arte d'Italia, Germania e Olanda. Nel 1991 inizia a lavorare con Fabrizio Natalini (omonimo ma non parente, come dicono le biografie) nello studio fiorentino del Salviatino, sotto il nome di 'Natalini architetti'.
Professore ordinario alla facoltà di Architettura dell'Università di Firenze, è membro onorario dell'Associazione degli architetti tedeschi.