Angela Staude, compagna di vita di Terzani, racconta la difficile ma bellissima eredità spirituale lasciata dal giornalista e scrittore fiorentino

Essere definita una scrittrice non le piace. «Sono solo due diari con i miei appunti - si schermisce -. Scrivere è tutta un’altra cosa». Ma se quei diari sono il racconto di uno spaccato di vita in Asia accanto ad un uomo fuori dal comune allora la questione cambia, eccome.

Lei è Angela Staude, fiorentina di genitori tedeschi - la tradisce una r leggermente più marcata - ma cittadina del mondo per scelta e per amore. Suo padre era un architetto, sua madre una pittrice. Aveva solo 18 anni quando a casa di un’amica, in Borgo Santo Spirito, incontrò un giovane uomo «straordinariamente bello nell’aspetto e nell’animo» che avrebbe cambiato tutta la sua vita. Quell’uomo era Tiziano Terzani.

Angela adesso vive a Firenze nella casa che comprarono insieme a Bellosguardo quasi 35 anni fa. Il cotto e le travi a vista si sposano alla perfezione con i mobili, le statue e i tanti oggetti portati da Hong Kong, da Singapore, dalla Cina. Alle pareti foto più o meno recenti di lei e Tiziano, dei figli - Folco e “la” Saskia -, dei nipotini. «Vede quello? – dice indicando un quadro dai colori tenui dove si intuiscono le quattro stagioni –. L’ha dipinto Tiziano, è il paesaggio che vedeva dalla finestra della sua casa sull’Himalaya, dove è riuscito ad accettare l’idea di essere malato e di dover morire».

Sono passati più di quattro anni dal giorno in cui «Tiziano ha lasciato il suo corpo», ma la popolarità del giornalista e scrittore fiorentino continua a crescere: i suoi libri sono stati ristampati, il sito a lui dedicato (www.tizianoterzani.com) conta oltre 20mila iscritti e Angela viaggia per tutta l’Italia a portare la sua testimonianza in conferenze e dibattiti sempre molto affollati.

Si aspettava un fenomeno del genere?
«No, nella maniera più assoluta. Tiziano scherzando mi diceva sempre: “Quando non ci sarò più sarò ricordato da qualche vecchietto, qualcuno della mia generazione, che forse leggerà i miei libri”. E invece adesso lo cercano soprattutto i giovani. La malattia lo ha fatto conoscere e lo ha avvicinato alla gente molto più dei suoi reportage».

Come avrebbe vissuto questo successo?
«Con immenso piacere, ma non sarebbe rimasto qui a farsi intervistare, soprattutto in televisione. Non era il suo genere. Sarebbe ripartito, come ha fatto dopo “Lettere contro la guerra”. Ha presentato il libro nelle scuole, in carcere, e non nelle librerie come voleva l’editore. Dopo un mese è scappato, è tornato sull’Himalaya. Sentiva la pressione della popolarità, e non era ancora niente rispetto a quello che è successo dopo».

Che uomo era Tiziano?
Bello, ma non vanitoso: seduceva con la sua intensità, si sentiva che con un uomo così la vita non poteva essere noiosa. Metteva soggezione, e lo voleva, per essere padrone delle sue decisioni senza farsi influenzare da nessuno. Aveva degli ideali ma non era un idealista, anzi, era un uomo incredibilmente concreto, molto attento ai problemi pratici - lo stipendio, la pensione -, forse perché veniva da una famiglia meravigliosa ma povera.

Come sono stati i vostri quasi cinquant’anni di vita insieme?
Era tutto quello che volevo. Lavoravo come interprete – avevo studiato a Monaco per questo – ma non avevo grandi progetti. Poi è arrivato lui e mi ha proposto un’altra vita. Negli anni ’70 nasceva il femminismo e molte donne mi dipingevano come una “vittima”. Ma io non ho seguito Tiziano per il mondo solo perché ero innamorata: l’amore da solo non sarebbe bastato.

Spesso però lui non c’era… Come viveva la sua assenza?
Mancava da casa mediamente dieci giorni al mese, il che non è molto se ci pensa bene. E poi per me era essenziale stare da sola: i miei diari, ad esempio, li ho scritti quando lui non c’era. Tiziano aveva un temperamento molto difficile, la sua presenza riusciva a riempire una casa intera. Era come una spugna, assorbiva emozioni e tensioni, e per ricaricarsi aveva bisogno di andare via. Il nostro rapporto ha funzionato proprio per questo alternarsi di presenza-assenza.

I figli vi hanno mai rinfacciato di non avere avuto un’infanzia normale?
Folco ha avuto momenti difficili, soprattutto quando vivevamo in Cina. Ma guardandosi indietro hanno capito l’importanza di quella formazione: contando sulle proprie forze si può affrontare la vita e farcela, qualunque cosa succeda.

Negli anni delle inchieste, dei reportage, ha mai temuto per la sua vita?
Può sembrare strano ma non ricordo di essere mai stata in ansia, nonostante le comunicazioni non fossero certo quelle di oggi: altro che cellulare, non c’era nemmeno il fax, l’unico mezzo a volte era il telegramma. Credo molto al destino e i fatti mi hanno dato ragione. Tiziano ha attraversato guerre ed epidemie, senza un graffio o un raffreddore: è andato a morire all’Orsigna, sull’Appennino pistoiese, di una malattia di cui muoiono in tanti.

A proposito della malattia: come l’avete affrontata?
All’inizio, lo può immaginare, è stato un trauma: un uomo come lui, così vitale, che scopre di avere il cancro a soli 57 anni… Poi però si è chiesto: “Perché mi sono ammalato?” e ha cercato la risposta dentro di sé, assumendosi la responsabilità di questa malattia, facendola sua e non vivendola come un fulmine a ciel sereno. E qui ha dato il meglio di sé. È riuscito a parlare con semplicità e umanità, arrivando dritto al cuore della gente.

Ma poi è partito per l’Himalaya, da solo…
Io però ero a Delhi: andavo spesso a trovarlo, e lui mi scriveva quasi tutti i giorni. È vero, è il periodo in cui siamo stati separati più a lungo: aveva bisogno di concentrazione per scrivere il suo libro (Un altro giro di giostra, ndr). Ma io ero sollevata perché lui sapeva esattamente cosa voleva fare. Aveva trovato il modo di aiutarsi da solo: cosa potevo volere di più?

Folco dice che lei e suo marito eravate come il sole e l’ombra, una cosa unica. Come è cambiata la sua vita da quando lui non c’è più?
Ho dovuto imparare ad uscire dall’ombra, e non è stato facile. Ma lo sento come un dovere morale nei confronti di tutta quella gente che ha trovato nell’ultimo Tiziano un punto di riferimento. Adesso tocca a me proseguire.

LA VITA
Dall’Asia all’Orsigna

Tiziano Terzani nasce a Firenze nel 1938. Dopo il liceo si laurea in legge alla Normale di Pisa.

Impiegato alla Olivetti per cinque anni, decide di cambiare vita e dopo il praticantato di giornalista a “Il Giorno” accetta di diventare corrispondente dall’Asia per il settimanale tedesco Der Spiegel («non fu una scelta facile, perché doveva scrivere in una lingua che non era la sua – ricorda la moglie Angela – ma era l’unico modo per andare in Asia»).

La famiglia lo segue: il figlio Folco ha due anni e mezzo, Saskia nemmeno un anno. Resteranno in Asia per più di trent’anni: Singapore, Hong Kong, Cina (da dove Terzani sarà espulso per “attività controrivoluzionaria”), Giappone, Thailandia, India.

Tra i suoi libri, editi in Italia da Longanesi, ricordiamo “La porta proibita” (1985), “Buonanotte signor Lenin” (1992), “Un indovino mi disse” (1995) e “In Asia” (1998).

Con la fine degli anni ’90 inizia una nuova fase della vita di Tiziano Terzani. Ritiratosi dal giornalismo, scopre di essere malato di tumore.

Nel 2002, in seguito agli attentati alle Torri gemelle e all’inizio della guerra in Afghanistan, scrive le sue “Lettere contro la guerra”, il libro che lo farà diventare un’icona del movimento pacifista. In “Un altro giro di giostra” (2004) racconta la difficile esperienza della malattia.

Terzani muore il 28 luglio 2004 nella sua gompa, la casetta in stile tibetano fatta costruire all’Orsigna. Un anno e mezzo dopo, nel marzo 2006, esce, postumo, “La fine è il mio inizio”, trascrizione di un lungo dialogo con il figlio Folco negli ultimi mesi di vita. Inizia così un nuovo viaggio nel cuore di milioni di lettori.


IL PREMIO
Firenze per la pace

A Tiziano Terzani sono intitolati prestigiosi premi letterari. A Firenze l’associazione “Un Tempio per la pace” – nata nel 1996 da un progetto degli studenti di architettura del professor Marco Romoli del liceo artistico Leon Battista Alberti – gli ha dedicato il “Premio Letterario Firenze per le culture di pace”.

«Siamo alla terza edizione e la partecipazione a questo premio sta crescendo – dice Angela Staude, che ne è la presidente -. Ci sono ricordi di guerra di anziani, storie recenti di immigrati ed emigranti. A mandarci i loro scritti sono uomini e donne di tutte le età, italiani e stranieri, che scrivono piccoli racconti ispirati soprattutto all’assenza di pace, testimoniando con spaccati di vita quotidiana quanto invece la pace sia una necessità».

La premiazione di questa terza edizione (la seconda dedicata a Terzani) si terrà domenica 21 dicembre, alle ore 17, in Palazzo Vecchio, nel Salone de’ Cinquecento, alla presenza di Angela Staude e del presidente del Consiglio comunale di Firenze Eros Cruccolini, con i saluti dell’assessore regionale Massimo Toschi e del presidente della Provincia di Firenze Matteo Renzi.

Info: tel. 0552476004-2268690, dalle 9 alle 13; www.untempioperlapace.it

 

I libri

Angela Staude ha scritto “Giorni cinesi” e “Giorni giapponesi”, ed. Longanesi, ultima ristampa anno 2006


L’unico vero maestro non è in nessuna capanna, né in nessuna caverna di ghiaccio sull’Himalaya. È dentro di noi


Nelle foto, a partire dall'alto:

  • Tiziano e Angela Terzani (Foto di G. Borgese)
  • La famiglia Terzani in Cina, 1982 (Foto archivio Terzani)
  • Tiziano e Angela Terzani con i quadri del Partito Comunista, Cina, inverno 1982 (Foto archivio Terzani)

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