Il libro, uscito pochi mesi prima della scomparsa dello scrittore fiorentino, è un inno alla vita. Presto un film documentario

Scritto da Silvia Gigli |    Ottobre 2004    |    Pag.

Giornalista E' nata e vive a Firenze ma è per metà senese. Ha iniziato a frequentare il mondo del giornalismo giovanissima, collaborando con quotidiani come La Città, Paese Sera e numerosi mensili toscani. Ha lavorato al quotidiano Mattina, allegato toscano dell'Unità, fino al '99, poi al Corriere di Firenze, infine caposervizio delle pagine dell'Unità in Toscana. Scrive sull'Informatore dal 1990.

L'ultimo giro
Alla fine non voleva più scrivere.
Nemmeno vergare la propria firma. «Al suo posto, se serve, lascerò le impronte digitali» diceva Tiziano Terzani, con quel suo tono burbero che non ammetteva repliche.
Anam, il senza nome, era forse il solo appellativo che amava portare con sé negli ultimi giorni di vita. Se l'era cucito addosso nel periodo trascorso in un Ashram indiano, quando per affrontare la sua malattia, il cancro, non aveva trovato altra soluzione che la meditazione.

Quando Tiziano Terzani se n'è andato, il 28 luglio scorso, la moglie, Angela Staude, ha scritto un breve comunicato nel quale annunciava che il giornalista era morto o meglio, come amava dire lui stesso, "aveva lasciato il proprio corpo". Una formula magica per dire che non si muore davvero, una frase mutuata dalla filosofia indiana nella quale, dopo anni di viaggi in ogni angolo del pianeta, Terzani aveva infine trovato un approdo di pace.
In un'ultima intervista registrata due mesi prima di morire, e che presto diventerà un film documentario firmato dal regista milanese Mario Zanot, Terzani parlava della sua malattia, con la quale conviveva ormai da molti anni.
Le sue parole sono malinconiche e rassicuranti al tempo stesso: «La malattia e la morte fanno parte della vita. Combatterle è un modo stupido di affrontare le cose. Combattere è un verbo atroce. Con i miei tumori ho imparato a convivere, sono miei amici, ce ne andremo insieme».

Un punto di vista estremo che in qualche modo emerge anche dal suo ultimo libro, "Un altro giro di giostra" (Longanesi & c.), che il giornalista e scrittore fiorentino aveva dato alle stampe pochi mesi prima di morire.
Nel romanzo Terzani racconta la sua malattia e le diverse strade percorse per estirparla e poi per imparare ad accettarla.
Le ultime righe, scritte nel suo piccolo eremo sull'Himalaya, sono la summa di una filosofia di vita, ottenuta attraverso un lungo e difficile viaggio: «Vivo ora, qui, con la sensazione che l'universo è straordinario, che niente ci succede per caso e che la vita è una continua scoperta. E io sono particolarmente fortunato perché, ora più che mai, ogni giorno è davvero un altro giro di giostra».

In Palazzo Vecchio, Folco, suo figlio, ha raccontato gli ultimi mesi di Tiziano, la sua ricerca, attraverso la meditazione, di un senso alla vita che aveva vissuto, e le sue ultime parole, bellissime, un invito accorato alla comprensione e alla pace fra gli uomini.