I problemi della parte esterna dell'occhio trattate con il laser. L'esperienza a Le Scotte di Siena

Scritto da Alma Valente |    Ottobre 2006    |    Pag.

Giornalista Nata a Roma.

Dopo la laurea in Filosofia ha insegnato per due anni. Successivamente ha lavorato presso l'Ufficio Stampa della Presidenza dei Gruppi Parlamentari della Camera dei Deputati, collaborando in particolare con Giorgio Napolitano.

Trasferitasi a Firenze, ha iniziato a scrivere l'Informatore, con articoli inerenti la di medicina.

Dal '97 ha cominciato a fare televisione: prima come inviata per la trasmissione Informacoop e poi curando una rubrica dedicata alla salute all'interno di Liberetà (trasmissione dello Spi-CGIL).

"Luce dei miei occhi" è una delle massime espressioni d'amore che possiamo rivolgere all'oggetto del nostro affetto, perché proprio attraverso la luce che entra dentro l'occhio si manifesta la natura stessa di questo organo di senso. Talvolta, però, ci sono dei piccoli o grandi problemi che impediscono a questo bene prezioso di svolgere la propria funzione. E allora? L'individuo rischia di cadere nel buio, con conseguenze importanti sia fisiche che psicologiche. Per fortuna oggi la scienza ha fatto passi da gigante e gli oculisti hanno a disposizione tecnologie d'avanguardia per far tornare a vedere chi era piombato o si era avvicinato alle tenebre. Grazie al professor Aldo Caporossi, direttore della Clinica Oculistica dell'Università di Siena presso il Policlinico Le Scotte, cercheremo di passare in rassegna le principali cause di disturbi visivi del cosiddetto "segmento anteriore", cioè di quella parte dell'occhio che corrisponde al sistema che forma l'immagine (l'equivalente dell'obbiettivo di una macchina fotografica), e delle nuove tecniche chirurgiche che abbiamo a disposizione per risolverli.

Luce opaca
Cataratta

Cominciamo con il problema della cataratta, una patologia degenerativa del cristallino, la lente che mette a fuoco l'immagine sul tessuto sensibile alla luce, cioè la retina. La malattia è quasi sempre un'espressione dell'invecchiamento dell'organismo, anche se esistono altre rare condizioni che possono determinare una patologia della lente in età più precoce. La cura della cataratta è sicuramente chirurgica, anche se in passato la tecnica operatoria era complessa ed invasiva. Si trattava infatti di praticare un'incisione ampia sulla superficie dell'occhio, in modo da rimuovere il cristallino opacizzato e sostituirlo con una lente rigida. L'ampia incisione sull'occhio causava un astigmatismo importante, che rendeva difficile un buon recupero dell'acuità visiva dopo l'intervento. Inoltre la complessità dell'intervento richiedeva tempi operatori e di degenza lunghi.
Da anni ha preso campo la tecnica di facoemulsificazione: si può praticare con un taglio di soli 2 millimetri, senza alterare quindi la forma della cornea (causa di difetti di vista quali l'astigmatismo) e ridurre ulteriormente il rischio di infezione post-operatoria. Con la facoemulsificazione si "polverizza" il cristallino opacizzato con una punta che vibra 40.000 volte al secondo, i residui vengono aspirati ed infine viene inserita una lentina ripiegabile, che viene distesa all'interno della camera anteriore, utilizzando la stessa microincisione sull'occhio.
Le lenti intraoculari hanno subito un notevole sviluppo in questi anni, attraverso il miglioramento della loro biocompatibilità e della qualità visiva. Esistono infatti cristallini particolari che hanno la possibilità di ridurre la aberrazioni ottiche per ottenere una visione simile a quella di quando il paziente era bambino, oppure altri che possono correggere la presbiopia (consentendo la visione a fuoco sia da lontano che da vicino), anche se non tutti i pazienti sono idonei a questi impianti.
L'intervento viene eseguito in anestesia locale: dura meno di mezz'ora, il paziente è ricoverato in regime di day hospital o ambulatoriamente e dopo un'ora già comincia a riacquistare la vista, senza avere la complicanza dell'astigmatismo post-operatorio. Dopo un mese circa dall'intervento si prescrivono gli occhiali adatti, se necessario, e la visione è perfetta.

Cornea degenerata
Una malattia meno frequente che interessa il segmento anteriore è il cheratocono, che è una rara patologia oculare degenerativa non infiammatoria a carico della cornea, caratterizzata da un progressivo assottigliamento della parte centrale e paracentrale del tessuto e da uno sfiancamento conico del profilo corneale, che inducono l'insorgenza di astigmatismo miopico irregolare. È più frequente nella razza bianca e nei paesi occidentali, con un'incidenza stimata intorno a 1 caso ogni 2 mila abitanti. Per quanto concerne l'evoluzione, il cheratocono insorge generalmente durante la pubertà e progredisce fino alla terza-quarta decade di vita, per poi autolimitarsi per effetto di modificazioni correlate con l'età. Nel 95% dei casi la malattia è bilaterale ed asimmetrica e si può diagnosticare abbastanza precocemente rispetto al passato, alla luce delle recenti acquisizioni diagnostiche strumentali.
Il cheratocono è la prima causa di trapianto di cornea o cheratoplastica in Italia. Chiaramente non tutti i pazienti affetti da questa patologia necessitano di questa soluzione, perché la decisione riguardo al trattamento dipende dallo stadio evolutivo della malattia e dal quadro clinico complessivo: acuità visiva e correggibilità ottica dell'astigmatismo secondario, trasparenza corneale, tollerabilità alle lenti a contatto. La cheratoplastica è un intervento chirurgico che mira a correggere gli effetti del cheratocono mediante la sostituzione della cornea patologica con quella sana di un donatore. La sostituzione completa della cornea (cheratoplastica perforante) viene eseguita con successo da molti anni, garantendo un ottimo recupero funzionale e una durata nel tempo del risultato ottenuto.
Ha come maggiore complicanza la possibile insorgenza di una reazione di rigetto che diventa particolarmente temibile se coinvolge lo strato più interno della cornea, l'endotelio. Con un'adeguata terapia, però, si ottiene la regressione del quadro clinico, se invece è ignorata o sottovalutata può portare alla perdita della trasparenza e alla necessità di dover eseguire un nuovo intervento. Per le forme meno avanzate di cheratocono sono essenzialmente due le procedure che oggi vengono proposte ed eseguite, l'introduzione internamente al tessuto corneale di anelli di materiale plastico (INTACS) e il cross-linking del collagene.

A Siena i primi
Negli ultimi due anni (dal 2004) per la prima volta in Italia è stata introdotta nell'Università di Siena l'applicazione della metodica sperimentale del "cross-linking del collagene corneale mediante riboflavina ultravioletto A" per la cura del cheratocono evolutivo e delle patologie corneali "ectasiche" da parte del gruppo di ricerca diretto dal professor Caporossi. Lo studio ha avuto inizio attraverso il progetto di ricerca "Siena eye cross project 2004", approvato dal Comitato etico dell'Università di Siena e registrato presso l'Osservatorio nazionale del ministero della Salute. La Società oftalmologica italiana ha conferito allo studio "Siena eye cross" il premio come "Migliore ricerca italiana in oftalmologia per l'anno 2004". Questo preludio ha condotto alla promozione del primo studio multicentrico nazionale che coinvolge alcuni dei maggiori centri universitari italiani: Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, Università degli Studi di Bari, Università degli Studi di Firenze, Università di L'Aquila, Università Federico II di Napoli e l'Istituto Clinico Humanitas di Milano. Il professor Caporossi è responsabile scientifico e coordinatore nazionale del progetto.
L'aspetto più positivo di questo studio resta comunque correlato al pieno raggiungimento dell'obiettivo primario del cross-linking, ovvero l'arresto o il rallentamento della progressione del cheratocono, specialmente nei pazienti più giovani (tra i 14 e i 25 anni); il miglioramento della performance visiva si registra nel 65% dei pazienti trattati. Questo risultato può consentire di allontanare nel tempo, o di eliminare, la necessità di ricorrere a cheratoplastica. La ricerca scientifica si conferma così l'unico strumento capace di migliorare significativamente la qualità della vita dei pazienti.

L'esperto
Aldo Caporossi, direttore della Clinica Oculistica dell'Università di Siena presso il Policlinico Le Scotte