Esile, lunga ed elegante, è la statuetta più famosa fra quelle che arrivano da un lontano passato

Scritto da Riccardo Gatteschi |    Gennaio 2006    |    Pag.

giornalista e scrittore. Ha iniziato nel 1968 come cronista a Nazione Sera. Ha collaborato, nel corso dei decenni, a molti quotidiani, periodici, riviste. Ha pubblicato il primo libro nel 1971: "Toscana in festa". Sono seguiti alcuni volumi scritti a quattro mani con l'amico Piero Pieroni: "Vento del Nord, vento del Sud" (1972), "Indiani maledetti Indiani" (1973), "Ad ovest della legge" (1975), "Pirati all'arrembaggio" (1977). Ha curato alcune voci delle enciclopedie "Toscana, paese per paese" (1980) e "Costumi e tradizioni popolari" (1995). In anni più recenti ha pubblicato: "Con la croce o con la spada" (1990), "Baccio da Montelupo" (1995), "Donne di Toscana" (1996), Raffaello da Montelupo" (1998), "Feste per un anno" (2000), "Diavoli, santi e bonagente" (2002), "Un uomo contro" (2003). Ha tre passioni confessabili: viaggiare, conoscere la Toscana, guidare la motocicletta. Collabora all'Informatore dell'Unicoop dal 1995.

È vero, di statuette simili ne esistono altre, sistemate in vari musei e collezioni di antichità etrusche sparse per l'Italia centrale. Per fare un solo esempio, a Veio si può ammirare una scultura analoga, però al femminile. Altre si trovano nel museo di Villa Giulia a Roma, ad Arezzo, e al Louvre di Parigi c'è la famosa "Divinità di Nemi".
Ma l'interesse maggiore è focalizzato su quella conservata nel Museo Guarnacci di Volterra, perché possiede alcune caratteristiche che la rendono unica nel panorama, piuttosto ricco, della scultura votiva in bronzo del III - II secolo a.C. È universalmente conosciuta come "Ombra della Sera", e nome più appropriato non si poteva trovare. Perché quella figura maschile nuda, allungata in maniera esagerata in tutto il corpo - mentre per la testa il suo creatore ha rispettato le giuste proporzioni - non può suscitare altra reazione nell'osservatore se non quella di immaginare un uomo che, posto di fronte al sole al tramonto, allunga a dismisura la sua ombra.

L'Ombra della sera
Ed è per la sua forma così particolare
se, nel corso del tempo, sono nate alcune leggende a permeare di un alone di mistero il suo ritrovamento. La più accreditata racconta di un archeologo francese che, in giro nel territorio volterrano, fu investito da un improvviso temporale che lo costrinse a trovare riparo nella casa di un agricoltore. Il quale, con squisita cortesia, invitò l'ospite a riscaldarsi al fuoco del caminetto. Ma quale fu la sorpresa dell'archeologo quando si accorse che il padrone di casa (si trattava forse di un "tombarolo", figura non rara nella campagna del volterrano?) stava attizzando la legna sul fuoco con un'esile e lunga verga metallica che poi risultò essere la non ancora famosa statuetta di matrice etrusca!

La realtà dei fatti documentabili è ovviamente diversa, anche se niente sappiamo circa le circostanze della sua ricomparsa alla luce del sole. Una prima notizia si ha nel 1737, quando lo studioso fiorentino Anton Francesco Gori compilò un catalogo dei ritrovamenti etruschi durante le campagne di scavo in territorio volterrano. Nel suo scritto affermò che il bronzetto (di cui eseguì anche un disegno) era custodito a Firenze, nella Casa Buonarroti; un museo, allora come adesso, che annovera non solo opere e cimeli appartenuti al grande Michelangelo, ma anche reperti di antichità raccolte da un suo discendente, Filippo.
Qualche decennio più tardi fu il prelato, archeologo e collezionista Mario Guarnacci ad occuparsi della statuetta. In qualche modo - non è dato sapere se tramite l'acquisto o grazie a uno scambio - ne entrò in possesso e da quel momento fa parte del ricchissimo Museo di Volterra.

Venendo ad anni più recenti, sembra non esserci alcun dubbio sul fatto che lo scultore svizzero Alberto Giacometti si sia ispirato al bronzetto volterrano quando, nel 1948, creò la sua "Donna in piedi". Se le due statue sono sorprendentemente simili nello stile e nella forma, tanto da suscitare una medesima emozione - pur nella consapevolezza che i due artisti hanno operato a circa ventitre secoli di distanza uno dall'altro - l'unica e sostanziale differenza fra le due sculture sta nelle dimensioni: mentre l'"Ombra della Sera" misura 57 centimetri d'altezza, quella dello scultore svizzero può essere considerata superiore al naturale, con i suoi 182 centimetri.

Un'altra leggenda ha per protagonista l'"imaginifico" Gabriele d'Annunzio, che risiedette in più occasioni a Volterra dove ambientò il romanzo "Forse che sì, forse che no": sembra che sia stato proprio lui a coniare quell'epiteto - così efficace - di "Ombra della Sera". Nessuno saprà mai con certezza se quest'ipotesi corrisponde alla verità. Resta il fatto che d'Annunzio fu un sincero ammiratore della città toscana che descrisse - con altrettanta efficacia - come la "città del vento e del macigno".



LA CITTA'
Tutta etrusca

Volterra conserva ricche vestigia etrusche, forse più di ogni altra città della Tuscia. A cominciare dalle imponenti mura di cinta che risalgono al IV secolo a.C. (di cui rimangono alcuni tratti) e che dimostrano come la città di quel periodo fosse quasi cinque volte più grande di quella medievale. L'acropoli - nella parte più alta dell'attuale centro abitato - ha restituito il perimetro di due templi di età ellenistica. Scendendo nella parte più bassa, ad occidente si apre la Porta all'Arco su cui sono inserite tre teste in pietra, forse raffiguranti altrettante divinità.
Dalla parte opposta, attraversata la medievale Porta Fiorentina, si raggiunge Porta Diana, risalente al III secolo a.C., oltre la quale si estende la Necropoli del Portone. Sul versante settentrionale si apre il drammatico spettacolo delle Balze, un'amplissima voragine causata dai continui smottamenti che hanno ingoiato e sommerso le necropoli più antiche. Nel centro storico, all'interno del Palazzo Desideri-Tangassi, ha sede il Museo Guarnacci, uno dei più importanti d'Italia. Oltre alla filiforme statuetta dell'Ombra della Sera, conserva circa seicento urne cinerarie in alabastro, in pietra e in terracotta. Altri reperti di grande fascino sono la stele di Avile Tite, il cratere a calice di Montebrandoni, l'ampio frammento di un affresco in stile pompeiano forse di mano di maestranze greche.


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ARCHEOLOGIA VIVA
Romani in Val d'Elsa

A San Gimignano, in località Torraccia di Chiusi, un'équipe di studenti dell'Università cattolica di Louvain (Belgio) affiancata da volontari locali, in particolare dai membri dell'Associazione archeologica sangimignanese, ha cominciato le indagini per comprendere la natura di un antico insediamento presente nel territorio della città delle torri. L'importanza delle vestigia ancora da dissotterrare ha alimentato la speranza di approfondire le conoscenze storiche della terra di San Gimignano e dell'alta Val d'Elsa per il periodo della piena e tarda romanità (I-V sec. d.C.). I dati raccolti nella prima campagna di scavo, che è appena terminata, fanno ben sperare.

In tutta l'area oggetto delle ricerche è notevole la quantità di tessere di mosaico in pasta vitrea multicolore. Anche la varietà dei marmi è sorprendente: dai bianchi e grigi più comuni, provenienti da Luni (l'antica città ai piedi delle Alpi Apuane), alle brecce d'estrazione senese, fino a frammenti in porfido e serpentino di chiara origine egiziana.

Le recenti scoperte costituiscono il primo passo per indagare l'importante fase romana nel territorio della Val d'Elsa, un comprensorio che faceva parte dell'antica Regio VII Etruria (secondo la suddivisione amministrativa della penisola voluta da Augusto), in un'area di raccordo lungo la via Clodia (la strada che da Roma arrivava a Lucca e da qui, oltre l'Appennino, nella Gallia Cisalpina) fra l'entroterra volterrano e il mare. A tale scopo la missione italo-belga sta collaborando con l'Università di Firenze, cui sarà affidata l'indagine sull'estensione dell'insediamento di Torraccia mediante un sistema di rilevamento georadar.

L'articolo è pubblicato sul numero di gennaio/febbraio della rivista «Archeologia Viva», edita da Giunti