La gioia delle donne di essere visibili e poter essere sicure nello spazio pubblico

Scritto da Elena Granata |    Marzo 2016    |    Pag. 3

Ricercatrice e docente in Tecnica e pianificazione urbanistica, Politecnico di Milano

…"Il corpo (delle donne), nella sua accezione più profonda, appare uno dei temi irrisolti del nostro tempo” ...

Otto marzo

Ci accorgiamo delle cose importanti, delle nostre libertà, delle nostre conquiste, quando rischiano di venire a mancare. Come camminare sole nello spazio pubblico, anche di notte, sentirci sicure mentre prendiamo un mezzo pubblico, attardarci a parlare per strada con le amiche, prendere la parola in pubblico nel rispetto di chi ci ascolta.

Per questo siamo stati così colpiti dai fatti di Colonia e di Monaco, dove nella notte di San Silvestro i corpi delle giovani donne sono diventati, improvvisamente, oggetto di attenzione e sopruso, e l’integrità dei corpi minacciata da mani importune, sguardi torbidi, parole indecenti.

Quale cortocircuito atavico e tribale ha potuto suscitare questo attacco al corpo delle donne nello spazio pubblico? Possiamo pensare alla bellezza delle città europee, alla cultura, alle arti e alle scienze, senza pensare a quella che Claude Habib chiama la “visibilità del femminile e più precisamente una visibilità felice, una gioia di essere visibili” nello spazio pubblico?

È difficile. Eppure sappiamo che ci sono interi Paesi e città e paesaggi dai quali le donne sono state cancellate. Confinate ad abitare gli interni delle case entro una dimensione privata del vivere (e privato ci suggerisce un’idea di privazione).

Per questo, di fronte ai fatti di Colonia, lo scrittore algerino Kamel Daoud scrive: «l’Occidente reagisce perché è stata toccata “l’essenza” stessa della sua modernità - laddove l’aggressore non ha visto altro che un divertimento».

Il corpo (delle donne), nella sua accezione più profonda, appare uno dei temi irrisolti del nostro tempo. Il corpo, la sua esposizione in pubblico, il femminile, il sesso nelle sue espressioni sono il punto debole e contraddittorio delle grandi tradizioni religiose, da sempre. L’ambizione di controllare, mortificare, addomesticare il corpo porta con sé una dimensione di violenza e di frustrazione che ci deve interrogare.

Non è solo l’Islam, che pure oggi appare poco attrezzato a porre pubblicamente la questione della dignità e della libertà del corpo femminile, ma sono tutte le grandi tradizioni religiose a dover fare i conti con un’atavica avversione per la femminilità. Se papa Francesco ormai da tempo afferma che allattare i bambini in chiesa è un diritto delle donne e dei bambini, abitatori di chiese vive e non luogo di ferventi privi di esigenze corporali, comprendiamo che la strada è ancora molto lunga.

Le donne sono corpi vivi, in carne e ossa, che stupiscono e suscitano mistero, seducono e inquietano, abitano il mondo e il suo spazio pubblico, prendono la parola e giocano. Un mondo abitato da queste donne è un mondo migliore anche per gli uomini.