Scritto da Miriam Serni Casalini |    Aprile 2001    |    Pag.

L'insonnia
Rimaste vedove, sia la signora Argia madre della sposa, che la signora Zina madre dello sposo, si ritrovarono a vivere sotto lo stesso tetto nella casa dei figli, con tanti nipoti: tre maschi e tre femmine. Dodici persone in tutto contando doverosamente le due serve, ormai di famiglia anche loro.
Nella grande popolata casa le giornate trascorrevano laboriose, allegre e ben organizzate. La convivenza educata e rispettosa ma rigorosa, quasi militaresca, che' "... dove non c'è regola non ci stan frati", amava dire il signor Ettore, "pater familiae", direttore di una famosa casa editrice.
Le due anziane vedove passavano molto del loro tempo nelle rispettive camere da letto, pregando, leggendo, sferruzzando maglioni per i nipoti. I loro rapporti erano molto cortesi e formali, le signore si stimavano, conversavano, si davano educatamente del "lei".
Eppure, un punto di velato attrito c'era... Era nata tra loro come una specie di gara a chi soffrisse di più, sia fisicamente che moralmente.
E' ben vero che a quei tempi era d'uopo soffrire, le vedove in specie, sicché ognuna ambiva alla palma del martirio e per meritarla inalberavano dolori, in un continuo sopravanarsi l'un l'altra.
"Che terribile mal di testa... Io ho una nausea che mi chiude lo stomaco... La cervicale mi tortura... Ho un senso d'angoscia che mi toglie il sonno... A chi lo dice? Stanotte non ho chiuso occhio!... E io? Che nottata ... Quando è passato il carro del lattaio mi ero appena appalugata. Che vuole? Il fracasso delle ruote e delle stagne ha messo in fuga quel po' di sonno... Lasci dire a me che ho contato tutti i rintocchi della Badia ...".
Quella del non dormire era diventata una vera competizione, l'Olimpiade dell'insonnia.
In famiglia gli adulti scuotevano il capo con rassegnata indulgenza, i giovani ne ridevano dandosi occhiate d'intesa.
Carlo, il maggiore dei ragazzi, frequentava la facoltà di medicina a Bologna e rientrava a casa ogni dieci-quindici giorni a seconda degli impegni accademici. I fratelli gli davano scherzosamente del "dottore", mentre per le nonne "dottore" lo era già, e così lo chiamavano tra loro con soddisfatto orgoglio.
Una mattina la signora Zina incontra in corridoio la consuocera e, sorniona, tra l'affermativo e il dubitativo le fa:
"Stanotte è tornato il dottore?!".
"Il dottore? No".
"Io credo di sì".
"Impossibile. L'avrei sentito. Sono sempre stata sveglia, purtroppo!".
"Si vede di no, signora mia. Io, che ero ben desta, l'ho sentito, eccome!".
"Ma che dice...?". La Zina afferra per un braccio l'Argia e la pilota con garbata fermezza verso la camera di Carlo. Spalanca trionfante la porta. "O la guardi!". Annichilita la signora Argia vede il nipote che dorme nel suo letto. Il corpo del reato. Non sopporta l'onta di essere stata sorpresa in flagrante tra le braccia di Morfeo e a difesa del suo onore insonne, caparbiamente desolata, esclama: "Se non l'ho sentito... Allora vuol dire che ero svenuta!".