Scritto da Miriam Serni Casalini |    Marzo 2000    |    Pag.

L'incubo dei piselli
C'era la guerra, quella della mia giovinezza. C'era la tessera. Disagi, privazioni, paure.
Il pane della tessera non ci bastava, razioni giornaliere di 150 grammi a testa impastato con ogni sorta di cereali, anche vecce, meno che col grano. Una schifezza.
Così mia madre aveva fatto una specie di contratto con un fornaio di Greve che ogni martedì e venerdì ci mandava due filoni da un chilo, che un compiacente autista della Sita ritirava e ci consegnava. Era pane bianco a mercato nero. Non troppo bianco il pane, non troppo nero il mercato, ché il fornaio non praticava prezzi esosi.
Avevo io il compito di andare in via Maso Finiguerra, dove era il garage della Sita, a ritirare il pacco all'arrivo. C'era il rischio che le guardie dell'Annona mi fermassero per perquisire la borsa. Le pene erano severe, ma nelle mie lunghe scarpinate dal garage a casa nessuno mi fermò mai.
Il pane così era assicurato ma il companatico era sempre scarso e poco vario. Finché non arrivarono a casa una diecina di chili di piselli secchi. La novità fu apprezzatissima. La nonna, visto il successo del legume, ne cuoceva per la minestra, per la pietanza e anche per la colazione. Una specie di "porrige", una purea verde condita con un "c" di olio.
Ma piselli secchi oggi, piselli secchi domani, ne fummo saturi e nauseati. Non volevamo più saperne di pallini verdi, ma la nonna non intendeva eliminare tanta grazia di Dio. Prima che c'entrasse il tonchio si dovevano finire.
Tra noi ragazzi studiavamo come far fuori l'odiato legume. Il Giornalino di Giamburrasca ci suggeriva l'idea del petrolio, ma il sabotaggio sarebbe stato troppo evidente. Aspettavamo l'occasione.
Il pavimento di casa nostra, che un tempo era stato decorato alla veneziana, ormai consunto e sbrecciato lasciava scoperti in parte i sottostanti mattoni. Un brutto pavimento né di cotto né decorato, che mia madre, ogni tanto, trattava con segatura e olio rosso da pavimenti, nella discutibile illusione di renderlo più bello.
Una mattina, mentre il "maquillage" era in corso, la nonna mi mandò a prendere i piselli nel ripostiglio, forse sollecitata da una nostra menzognera richiesta. I piselli secchi erano contenuti in uno di quei bei vasi di coccio smaltato di bianco che si usavano per le conserve di pomodoro, quelle fatte in casa.
Era l'occasione che tanto aspettavamo. Afferro il vaso, passo vicino allo strato di segatura e olio rosso, inciampo maldestramente, il vaso mi sfugge di mano, cade per terra e si rompe. I piselli affogati nell'insana mistura sono irrecuperabili. Che disgrazia! Peccato per il vaso.