Intervista all'onorevole Paola Manzini

liberalizzazione o protezione

Di Antonella Fantò

La commissione Industria della Camera ascolterà tutti gli interessati, a cominciare dalle associazioni che si occupano del commercio dei beni di largo consumo. E, si augura Paola Manzini, onorevole della sinistra democratica relatrice del provvedimento, la Camera potrà licenziare la riforma della distribuzione entro la fine di quest'anno.
La riforma cambierà la vita dei cittadini: la domenica, ad esempio, potranno fare la spesa che non sono riusciti a fare durante la settimana, perché i supermercati resteranno aperti a turno. «Oltre alle deroghe per il mese di dicembre e a quelle per i giorni a ridosso delle festività, i commercianti avranno a disposizione altre otto domeniche all'anno per vendere», spiega l'onorevole Manzini. Non avranno problemi neanche coloro che escono tardi dal lavoro perché il commerciante potrà tenere le serrande aperte fino alle 22, e non solo nei mesi estivi. Eppoi ci saranno i drugstore, negozi particolari aperti tutta la notte.

Una vera e propria rivoluzione che apre però un problema di non facile risoluzione: quello dei costi. Come può un piccolo esercente mantenere simili orari? E soprattutto è possibile per un giovane, senza molti soldi a disposizione, avviare un'attività potendo contare solo su una gran voglia di fare? «Si apriranno anche altri spazi, diversi da quelli classici della distribuzione di beni di largo consumo - replica Paola Manzini -. Si tratta di individuare spazi di mercato che possono essere coperti anche da piccole imprese».
Con la relazione di Paola Manzini è partito l'esame delle varie proposte per la riforma della legge 426 del 1971, che regola appunto il commercio. «Ci siamo trovati nella necessità di armonizzare le nostre regole con i tempi cambiati da una parte e con le realtà degli altri paesi dall'altra. In genere, negli altri paesi - sostiene la relatrice - non esistono particolari vincoli all'apertura dei negozi, in pratica non ci sono regole che determinano le superfici di base alle quali si vincolano le licenze». Nel nostro paese invece si era andati a una rigida programmazione dell'offerta, meccanismo che è risultato inefficace. Tanto è vero che sono state fatte parziali deroghe, prima con la legge 121 e poi con il decreto ministeriale 375 del 1988. «Abbiamo una disciplina che non ha riscontro negli altri paesi europei - continua l'onorevole Manzini -. Altrove adottano strumenti che variano da caso a caso. In Germania si usano strumenti collegati alla pianificazione urbanistica, in Francia legati a piani differenziati delle amministrazioni locali. Non esiste altrove una predeterminazione del fabbisogno della superficie di vendita».

Il Parlamento è di fronte a diverse strade possibili. La prima è la liberalizzazione francese, senza vincoli alle autorizzazioni se non quelli che derivano dalle discipline di carattere urbanistico, sanitario o edilizio. Anche lì però funzionano i filtri delle amministrazioni periferiche. Un'altra strada è quella di fare una disciplina che imponga forti vincoli all'accesso, ma questo vorrebbe dire brutalmente difendere chi c'è già sul mercato e scoraggiare i giovani dall'entrare nel sistema dei servizi o del commercio.
Tra questi due poli esisterebbe una via italiana. «Non dovrebbe essere né una strada di pura liberalizzazione né una normativa di tutela con una revisione della 426. Quali sono gli obbiettivi? Primo, decentrare molto su Regioni e Comuni, con una legge quadro snella che lasci agli enti locali le effettive scelte dal punto di vista della distribuzione. Secondo, la definizione degli interessi generali da tutelare, come quelli dei consumatori, oppure quelli storico artistici o le necessità di un ambiente sano».