Scritto da Miriam Serni Casalini |    Giugno 2000    |    Pag.

La "nonna Ida" era un'esperta
L'erba della paura
guaritrice con la medicina dei semplici. Non era mia nonna, ma tutti la chiamavamo così oppure "la Pentolaia", dal mestiere di suo marito ambulante per la campagna con un carretto carico di pentole, tegami e stoviglie, trainato da una pigra ciuchina, "la Gila".
La nonna Ida non aveva niente di stregonesco. Era una bella vecchia dal viso rugoso aperto e rassicurante, incorniciato da bianchi capelli gonfi e ravviati. Conosceva bene ogni erba officinale: camomilla, malva, gramigna, sambuco, semi di lino, panterreni, finocchio selvatico, tiglio e tutto quanto riempie oggi le erboristerie tornate tanto di moda.
Ogni malattia aveva il suo santo protettore, ogni cura era accompagnata da preghiere a Gesù, Giuseppe e Maria e al santo specifico. L'invocazione era sempre in rima. Rime infantili accomodate alla meglio, ma sempre ripetitive, adatte a sollecitare armonia mnemonica.
Alcuni rimedi della nonna Ida sono stati praticati anche su di me, e non solo quando ero bambina. Ricordo una volta, avrò avuto otto anni. Ero in campagna dalla zia Ester, sorella del nonno Ottavio. Stavo a giocherellare nel campo, quando una grossa serpe strisciò veloce tra i miei piedi. Spaventata, feci un salto all'indietro e caddi.
"Scappa! Scappa! Glié un regolo di quegli co' gl'urecchi e che soffia! - gridò il ragazzo del contadino -. Scappa! ".
Io già fuggivo urlando senza bisogno di sproni, finché finii bianca e molle come di bambagia tra le braccia della zia Ester.
"Pora mimmina, t'ha auto paura eh? Vieni, bevi un po' d'acqua...! Siedi sotto la pergola, tu se' tutt'un tremito...".
Ma lo spavento era stato grosso. Pare che la notte mi agitassi nel sonno in continuazione. "Quella cittina la va lavata con l'erba della paura", sentenziò la zia. Fu chiamata la nonna Ida, che preparò un pentolone di decotto con quella famosa erba della paura (gli erboristi la chiamano siderite). Fui spogliata e messa ritta in un catinone. La nonna Ida, in mancanza di una spugna, bagnava una pezza nel tiepido decotto e me la passava e ripassava grondante a doccia dalle spalle alle braccia, su tutto il corpo, dalle cosce alle caviglie, sempre dall'alto in basso.
"Guarda. Guarda come si rappiglia! Eh, l'ha auto una paura accaso! C'era da fagli veni' le convursioni! Bagna! Bagna!", e giù mistura finché il pentolone fu vuoto. Ricordo che il liquido scuro ai miei piedi nel catino era davvero fioccoso e diventava di una consistenza quasi gelatinosa. Chissà perché, mi chiedevo. Pare che l'accagliarsi sia proporzionale allo spavento subito.
La nonna Ida fece un ampio segno di croce su di me, spaziando dalla testa ai piedi, con un crocefissino che portava sempre con sé nella tasca del grembiule insieme alla corona del rosario, recitò una rima baciata che purtroppo non ricordo e: "Vai, ora tu se' a posto".
Poi, rivolta alla zia Ester: "Oggi tienla giù co' i' mangiare e stasera dagli un po' di manna e senna. Una purghettina leggera leggera, che la liberi da tutte le bili". Una persona saggia e simpatica. Rivedo le sue mani solfeggianti che "cuciono" orzaioli, che segnano foruncoli, ragadi, resipole, che massaggiano pancini a "incantar" bachi e penso che proprio nelle mani forti avesse un qualche inconsapevole potere terapeutico.
Era sempre affaccendata a raccogliere erbe, a fare unguenti e decotti. Il medico condotto, quando c'era, parlava difficile, metteva soggezione alla povera gente, le medicine che ordinava erano costose e lui stesso andava ben ricompensato. Invece la nonna Ida era una di loro, parlava come loro, usava piante che anche loro conoscevano come le avevano conosciute i loro nonni e inoltre per lei bastavano modesti compensi in natura.
Insomma, con lei ci si intendeva meglio. Poi, alle brutte... si chiamava il dottore.