Museo Paleontologico di Montevarchi

Scritto da Iacopo Cassigoli |    Marzo 2002    |    Pag.

Giornalista

Molto tempo fa il Valdarno superiore era una savana calda e umida, dove vivevano giganteschi elefanti e ferocissime tigri dai lunghi denti a sciabola. Nel suo invaso si raccoglievano le acque di un grande lago, che si estendeva da Rignano ad Arezzo. Si tratta di un'epoca ormai remota, distante da noi milioni di anni. Le 'reliquie' geologiche di quel mondo lontanissimo sono raccolte nel Museo paleontologico dell'Accademia Valdarnese del Poggio a Montevarchi.
L'elefante valdarnese
Il Valdarno Superiore costituisce infatti uno tra i più ricchi giacimenti fossili del pianeta, che negli ultimi due secoli ha restituito agli studiosi le ossa sedimentate di varie specie di mammiferi, esistiti in queste zone almeno fino a 3 milioni di anni fa. Alla fine dello scorso ottobre, in una cava presso Bucine, c'è stato un nuovo ritrovamento. Sono affiorati i resti fossilizzati di un elefante vissuto circa un milione di anni prima (vale a dire durante il Pleistocene medio). Ora lo scheletro del proboscidato è ricoverato presso l'Università di Firenze, dove è sottoposto a quei processi di pulitura e consolidamento che ne consentiranno lo studio e l'esibizione.
Il reperto, inventariato dal Museo di storia naturale di Firenze, sarà esposto a Montevarchi, ricomposto nella posizione in cui è stato trovato. Vicino alle ossa c'erano dei manufatti litici, ovvero delle selci, con molta probabilità armi da caccia, che testimonierebbero una 'interferenza' - ancora da chiarire - avvenuta tra l'uomo e l'animale. Questo fossile è successivo all'Elephas Meridionalis, l'imponente scheletro di elefante maschio esposto nella Galleria del Museo di Montevarchi, indubbiamente il 'pezzo' più celebre dell'antica collezione. Esso fu scoperto e recuperato nel 1897 vicino a Terranuova Bracciolini. Questo elefante del Pleistocene, le cui dimensioni sovrastano quasi del doppio quelle dell'elefante africano, era assai diffuso in tutto il Valdarno superiore. Da vivo è stato calcolato che potesse raggiungere un peso vicino ai 200 quintali, superando addirittura i 4 metri di altezza al garrese. Le sue ricurve zanne di avorio sono lunghissime, circa 3 metri, con un diametro di oltre 20 centimetri.
Nelle vetrine di questo Museo ottocentesco sono esposti numerosi reperti, sia animali che vegetali. L'originario allestimento 'positivista' costituisce per la sua integrità un raro documento del gusto dell'epoca. Ci sono noci e pigne fossili, foglie di alloro, fico, quercia, insomma di alberi e piante diffusi allora come oggi.
Tra i fossili animali più interessanti osserviamo i denti di un tapiro e le relative impronte lasciate su un pezzo di lignite. E ancora molari di elefanti, crani di rinoceronti e bisonti, resti di ippopotami, istrici e iene, delle quali vediamo pure gli escrementi fossilizzati. Il reperto più importante è tuttavia il cranio del 'tipo' di cane, o lupo che dir si voglia, il fossile su cui il paleontologo Forsyt Major di Glasgow (vissuto nel XIX secolo) individuò e istituì tale specie.

Fossili accademici
La raccolta di fossili nasce e si sviluppa all'interno dell'Accademia Valdarnese del Poggio, un cenacolo di studiosi e intellettuali illuministi, costituitosi a Figline nel 1805 durante il Regno d'Etruria, quando era reggente Maria Luisa di Borbone. Sede dell'Accademia fu l'ex convento dei Minori francescani di quella cittadina, dove nel 1809 trovarono la prima collocazione i nuclei originari sia della Biblioteca che della collezione di fossili. Quest'ultima venne addirittura riordinata da George Cuvier, il naturalista francese fondatore della moderna paleontologia, autore di numerosi e importanti studi sui fossili del Valdarno (come attesta la lapide marmorea oggi nel Museo di Montevarchi).
L'elefante valdarnese
Con la caduta del governo francese e la conseguente Restaurazione, l'Accademia venne sfrattata dalla sede di Figline e il suo patrimonio rischiò la dispersione, fin tanto che nel 1818 il Sodalizio riuscì a ricostituirsi a Montevarchi. Nel 1821 un contratto stipulato con il Comune concedeva all'Accademia una parte del soppresso convento di San Ludovico. Pochi anni dopo, nel 1829, la collezione dei fossili veniva finalmente aperta al pubblico, e il Museo assieme alla Biblioteca adempiva così ufficialmente la sua funzione sociale e didattica in seno alla comunità. Nel 1835 iniziarono ad essere stampate le 'Memorie Valdarnesi', la rivista di cultura letteraria e scientifica dell'Accademia, che ancora oggi viene pubblicata. Tra i nomi più celebri della cultura italiana che arricchirono l'albo accademico dei soci troviamo Alessandro Manzoni, Pietro Selvatico, Niccolò Tommaseo, Giosuè Carducci e Quintino Sella. La Biblioteca custodisce oltre 20.000 volumi antichi, tra i quali ci sono preziosi manoscritti, come un 'Decamerone' del XV secolo. Ma il suo valore è altresì dovuto alla rarità del bellissimo salone, che ha mantenuto gli originali arredi in legno ottocenteschi.

Il Museo paleontologico e la Biblioteca dell'Accademia valdarnese del Poggio di Montevarchi si trovano in via Poggio Bracciolini 38.
Orario di apertura 9-12/16-18; domenica e festivi, 10-12; chiuso il lunedì.
Per informazioni, tel. 055981227.

Montevarchi
Era un mercato
Fin dai tempi antichi il territorio di Montevarchi ha occupato una posizione strategica, all'incrocio di strade che collegavano Arezzo, Firenze e Siena. In origine era un castello, appartenuto ai Bourbon del Monte, costruito su quel colle dove sorse poi il Convento dei Cappuccini.
Se i ritrovamenti ceramici avvenuti nel vicino complesso della Ginestra attestano che la zona era sicuramente abitata già prima dell'anno Mille, ulteriori ritrovamenti sul colle dei Cappuccini farebbero individuare nei Romani i primi abitanti del luogo.
La città attuale, in valle, sorse e si sviluppò, e non poteva essere diversamente, come mercatale: vicino al castello ed allo 'spedale della Ginestra', importante luogo di sosta dei pellegrini in viaggio per Roma.
A partire dalla fine del Settecento le lavorazioni artigianali si trasformano in 'industriali': è di questo periodo la nascita del primo cappellificio. Nell'800 è la lavorazione della seta ad avere la massima espansione seguita nel '900 dai saponifici.
Attualmente è molto sviluppata la lavorazione della pelle con produzione di scarpe e borse di qualità, legata anche all'industria dell'alta moda. (Dal sito web del Comune)