Castel San Niccolò, Strada, Borgo alla Collina, Campaldino e Romena

Scritto da Riccardo Gatteschi |    Ottobre 2007    |    Pag.

giornalista e scrittore. Ha iniziato nel 1968 come cronista a Nazione Sera. Ha collaborato, nel corso dei decenni, a molti quotidiani, periodici, riviste. Ha pubblicato il primo libro nel 1971: "Toscana in festa". Sono seguiti alcuni volumi scritti a quattro mani con l'amico Piero Pieroni: "Vento del Nord, vento del Sud" (1972), "Indiani maledetti Indiani" (1973), "Ad ovest della legge" (1975), "Pirati all'arrembaggio" (1977). Ha curato alcune voci delle enciclopedie "Toscana, paese per paese" (1980) e "Costumi e tradizioni popolari" (1995). In anni più recenti ha pubblicato: "Con la croce o con la spada" (1990), "Baccio da Montelupo" (1995), "Donne di Toscana" (1996), Raffaello da Montelupo" (1998), "Feste per un anno" (2000), "Diavoli, santi e bonagente" (2002), "Un uomo contro" (2003). Ha tre passioni confessabili: viaggiare, conoscere la Toscana, guidare la motocicletta. Collabora all'Informatore dell'Unicoop dal 1995.

L'itinerario è inserito in territorio casentinese, a circa metà strada fra Arezzo e Firenze. Il borgo di Castel San Niccolò è raggiungibile dalla statale 70 che collega le due città. All'altezza di Borgo alla Collina si prende la strada provinciale per Montemignaio che, in un paesaggio ora aspro e angusto, ora aperto e arioso, risale fino al Passo della Consuma.

Leggende in Casentino 1
La zampa del diavolo
È un castello nato in maniera leggendaria: nel corso dei tanti secoli della sua esistenza ha vissuto momenti ed episodi nei quali la realtà si è spesso mescolata in maniera inestricabile al favoloso. L'epoca della sua nascita è probabilmente l'VIII secolo, un periodo nel quale la Toscana - e non solo - era in mano longobarda. Su quel cucuzzolo che sovrasta la bassa valle del Solano, prima che il torrente entri nella piana di Campaldino e si unisca all'Arno, fu deciso di costruire un castello a difesa del territorio. Ma - ecco il primo episodio leggendario - mentre si tiravano su, pietra su pietra, le mura, una misteriosa forza maligna era impegnata, nottetempo, a buttar giù tutto quello che veniva fatto durante il giorno. Si dovette ricorrere all'esposizione di una reliquia di San Nicola (il lembo di una sua veste) per risolvere il problema. «... fu udito un grandissimo urlo frammisto ad un rumore immenso e orrendo e fu visto Satana in forma caprigna schiumante rabbia e sprigionante da tutto il suo essere fiamme sulfuree, scuotere furioso il macigno su cui sorge il castello. E tale fu la potenza delle fiamme e l'ira diabolica, che il macigno divenne molle come cera ed accoglie ancora l'impronta degli artigli di Satana». Nel fianco del castello che guarda la vallata, sulla viva roccia, è tuttora visibile quell'orma animalesca.
Il castello di San Niccolò divenne uno dei caposaldi strategicamente più importanti nel sistema difensivo del grande feudo dei conti Guidi, che avevano la loro residenza principale nella vicina Poppi. Di pari passo cresceva anche il borgo attorno al suo perimetro. Attualmente conta una ventina di residenti (cinque famiglie), ma si è calcolato che in pieno Medioevo avesse raggiunto i cinquecento abitanti. Sia l'abitato che il castello erano protetti da una doppia cinta muraria che comprendeva anche cinque torri (oggi una sola, quella dell'orologio, è rimasta integra). A conferma della sua progressiva rilevanza strategica sono ancora riconoscibili, nel tessuto urbano, la parrocchiale oggi trasformata in museo, la podesteria, il forno comune, le prigioni e una cappellina, detta del Crocifisso per via di un piccolo affresco - datato 1439 - che la leggenda vuole ideato da un condannato a morte: costretto a trascorrere gli ultimi giorni della sua vita nel piccolo oratorio, avrebbe creato l'opera con la mollica di pane, l'unico alimento di cui poteva disporre insieme all'acqua. Solo in un secondo tempo (e dopo che il condannato redento fu liberato), sulle tracce lasciate dall'ingegnoso artista venne creato l'affresco che tuttora è possibile ammirare.
L'ultima tappa nella storia del castello porta la data del 28 settembre 1970. Quel giorno l'attuale proprietario entrò in possesso di quel luogo, sì carico di storia, ricco di episodi eclatanti, trasudante sangue e gloria ma, al momento, ridotto a poco più che un rudere. Ebbene, Giovanni Biondi, maestro elementare di professione ma con il titolo onorifico di romantico sognatore, non si perse d'animo e profondendo ogni sua risorsa, non solo finanziaria ma anche fisica e spirituale, ha ricostruito e ridato dignità a un edificio che, grazie alla sua passione, non è andato ad allungare l'elenco del patrimonio storico-artistico finiti nell'incuria, nell'indifferenza e nell'abbandono.

Leggende in Casentino 2
Da Landino a D'Annunzio
Praticamente ai piedi di Castel San Niccolò, appena attraversato il torrente Solano, si adagia l'abitato di Strada in Casentino, sorto come centro di mercato ai lati di una antichissima strada (da cui il nome) della quale si possono osservare alcuni tratti selciati nei pressi di Caiano. Alla periferia del paese sorge la pieve di San Martino a Vado, risalente all'XI secolo, nel cui interno si conservano, fra l'altro, alcuni affreschi trecenteschi provenienti dalla chiesa parrocchiale di Castel San Niccolò.
Tornando alla statale 70 merita una sosta l'abitato di Borgo alla Collina, nel cui castello visse e morì l'umanista e scrittore Cristoforo Landino, che pubblicò, fra altri suoi lavori, un commento alla Divina Commedia illustrato da Sandro Botticelli. Alla sua morte, avvenuta nel 1498, il cadavere fu collocato in un'arca di legno all'interno della chiesa di San Donato, dove tuttora si trova. Ma, racconta una leggenda, essendo il Landino magrissimo, il suo corpo rimase intatto, come mummificato. Con il passare del tempo, gli abitanti della zona ritennero che quei resti così prodigiosamente incorrotti appartenessero ad un santo, e cominciarono a depredarlo per ricavarne reliquie da venerare nel privato della propria casa. Fu solo nel 1803 che uno studioso autorevole riconobbe e certificò che quelle spoglie appartenevano al grande umanista fiorentino. Il sarcofago che contiene le sue spoglie può essere visitato solo su richiesta.
Percorsi alcuni chilometri in direzione di Arezzo la statale entra nella piana di Campaldino, uno dei luoghi fondamentali nella storia della Toscana. Fu qui che l'11 giugno del 1289 si combatté la decisiva battaglia fra i guelfi fiorentini e i ghibellini d'Arezzo. A quella battaglia - alla quale partecipò anche Dante Alighieri - gli storici attribuiscono l'inizio dell'egemonia fiorentina sugli altri comuni della Toscana. I cultori di leggende assicurano che nella notte dell'11 giugno il terreno della battaglia sia tuttora percorso dai fantasmi dei cavalieri che rimasero uccisi.
Se si prende a questo punto la statale 310 si giunge, con una breve deviazione, a quello che un tempo era il borgo di Romena. Attualmente poco è rimasto del centro abitato, ma dalle imponenti vestigia è ancora possibile immaginare come doveva essere nel Trecento, all'epoca del suo massimo splendore. La cerchia muraria più estesa doveva contenere il villaggio con la celebre Fontebranda e un ospedale, mentre la seconda cerchia, più piccola, comprendeva il cassero, la chiesa e, tuttora in piedi, la torre delle prigioni, la torre del mastio e la porta Gioiosa, l'unica rimasta delle quattro originarie. Fu qui che i conti Guidi dettero asilo a Dante Alighieri nel primo periodo d'esilio e fu qui che, nel 1902, i conti Goretti - allora e tuttora proprietari dell'intero complesso - ospitarono Gabriele d'Annunzio ed Eleonora Duse. Si racconta che il rapporto fra i due amanti fosse alquanto burrascoso e si è tramandata la memoria di Gabriele che se ne usciva per una solitaria e notturna cavalcata completamente nudo. In un suo lavoro poetico, l'Alcyone, parla di quel soggiorno in Casentino.

Cade la sera. Nasce
la luna della Verna
cruda, rosso nimbo
di tal ch'effonde pace
senza parole dire.
Pace hanno tutti i gioghi.

Si fa più dolce il lungo
dorso del Pratomagno
come se blandimento
d'amica man l'induca a sopor lento.
Poco distante sorge la poderosa pieve romanica dedicata a San Pietro, purtroppo mutilata della facciata (rifatta in epoca recente) e delle prime due campate, distrutte dal terremoto del 1599. Ma quel che resta è sufficiente per collocarla fra gli edifici sacri più rappresentativi dello stile romanico. Di particolare interesse è un capitello della navata sinistra nel quale un'iscrizione riporta il nome del committente, il pievano Alberico, la data di costruzione, il 1152, e una precisazione: tempore famis, cioè eretta in un periodo di carestia.




Nella foto, a partira dall'alto:
Una veduta di Castel San Niccolò ed il castello di Poppi