Percorsi affascinanti e misteriosi nella roccia di tufo

Scritto da Riccardo Gatteschi |    Luglio 2006    |    Pag.

giornalista e scrittore. Ha iniziato nel 1968 come cronista a Nazione Sera. Ha collaborato, nel corso dei decenni, a molti quotidiani, periodici, riviste. Ha pubblicato il primo libro nel 1971: "Toscana in festa". Sono seguiti alcuni volumi scritti a quattro mani con l'amico Piero Pieroni: "Vento del Nord, vento del Sud" (1972), "Indiani maledetti Indiani" (1973), "Ad ovest della legge" (1975), "Pirati all'arrembaggio" (1977). Ha curato alcune voci delle enciclopedie "Toscana, paese per paese" (1980) e "Costumi e tradizioni popolari" (1995). In anni più recenti ha pubblicato: "Con la croce o con la spada" (1990), "Baccio da Montelupo" (1995), "Donne di Toscana" (1996), Raffaello da Montelupo" (1998), "Feste per un anno" (2000), "Diavoli, santi e bonagente" (2002), "Un uomo contro" (2003). Ha tre passioni confessabili: viaggiare, conoscere la Toscana, guidare la motocicletta. Collabora all'Informatore dell'Unicoop dal 1995.

Le vie cave di Sovana 3
Fino al 1843 praticamente non se ne sapeva nulla.
Quelle profonde e anguste fenditure nel tufo che squarciano qua e là il territorio di Sovana (ma anche quello di Sorano e Pitigliano), erano considerate fenomeni naturali creati dal millenario scorrere delle acque piovane. Poi arrivò il viaggiatore, studioso e pittore James Ainsley a inoculare il dubbio che invece fossero opera dell'uomo. Adesso esiste la certezza che quelle pareti a strapiombo, che in alcuni casi penetrano nelle viscere della terra per venticinque o trenta metri e proseguono con un andamento sinuoso anche per tre-quattrocento metri, sono il frutto dello scalpello e del piccone etrusco. Troppi sono ormai i segni e le prove a dimostrazione inequivocabile dell'epoca e della paternità di quelle opere ciclopiche.

Adesso però un altro interrogativo si è affacciato. Un interrogativo al quale nessuno è riuscito finora a dare una risposta del tutto convincente. Perché furono costruiti quei colossali passaggi? Si è parlato di canali per il convogliamento delle acque; si è ritenuto che si trattasse di strade per collegare scomparsi centri abitati; si è sostenuto che fossero segrete vie di fuga per consentire ad ipotetici assediati di sfuggire alla cattura. Ma qual è davvero la ragione ultima della loro esistenza? Perché ognuna delle ipotesi sopra menzionate lascia l'amaro sapore del dubbio; nessuna di quelle risposte è davvero convincente. Infatti, ci si domanda, che senso ha creare scoli idrici profondi trenta metri? A quale recondita logica poteva rispondere la costruzione di strade talvolta talmente strette da consentire il passaggio di una sola persona alla volta? E che cosa dire delle vie di fuga? Se potevano essere utili a chi premeva scappare, ugualmente potevano essere utilizzate da chi intendeva invadere. Dunque, nessuna di queste risposte può dirsi soddisfacente.

Le vie cave di Sovana 1
Oggi una nuova teoria affascina gli studiosi,
i ricercatori, gli archeologi: la loro creazione sarebbe da mettere in rapporto con la religiosità etrusca; in altre parole si tratterebbe d'itinerari sacri, legati ai riti funebri e al culto dei morti; pratiche, com'è noto, molto seguite nella società dei nostri antichi predecessori.
Si è notato altresì che moltissimi di questi percorsi nel tufo - ne sono segnalati circa cinquanta - si trovano in prossimità di necropoli o comunque poco distanti da tombe o sepolcri isolati. Ecco dunque affacciarsi l'ipotesi che avessero in qualche modo la funzione di avvicinare il defunto al mondo infernale (dal latino infernus, "che si trova sotto"), di accompagnarlo in un primo percorso verso l'ignoto, verso l'aldilà senza più ritorno. Del resto si è posto l'accento anche sul fatto che la maggior parte delle tombe presenti nella zona di Sovana sono precedute dal dromos, cioè da un corridoio che porta all'interno del sepolcro vero e proprio, e si è concluso con questo assioma: "come il dromos conduce alla tomba, così la via cava porta alla necropoli".

In realtà c'è molto ancora da studiare, da scoprire, anche da capire. Per il momento non resta che inoltrarsi in questi angusti e tortuosi corridoi (alcuni sono tutelati, curati e protetti, altri sono abbandonati e nascosti dalla fitta vegetazione; tutti comunque sono parte integrante del parco archeologico "Città del tufo") e lasciarsi conquistare dal fascino arcano, dalle misteriose suggestioni, dallo stupore reverenziale, dall'incanto mistico che l'ambiente suggerisce ed evoca. Gli stessi stati d'animo dovevano provarli i primi cristiani entrati in contatto con questa realtà così enigmatica, se anche loro hanno sentito il bisogno di catturare e quasi di impossessarsi del loro sconosciuto simbolismo, operando sulle pareti lavori di intaglio con immagini sacre, graffiti di carattere religioso e costellando il territorio circostante di tutta una serie di romitori, eremi, cappelle, oratori...
Percorrere, ad esempio, la via cava denominata di San Sebastiano può essere un'esperienza difficilmente ripetibile. Al primo entrare, forse, non si ha la sensazione di quello che ci aspetta in seguito. Le pareti, all'ingresso già alte una ventina di metri e separate una dall'altra da circa due metri, vanno ad alzarsi e a restringersi man mano che ci si inoltra, tanto che in alcuni punti lo spazio consente il passaggio di una sola persona, e se guardi in alto ti accorgi che la vegetazione ai due lati ha creato una sorta di tettoia vegetale che solo a tratti lascia penetrare i taglienti raggi del sole. Ovunque si notano i colpi degli utensili usati per spaccare la non dura roccia tufacea e qua e là - ma sempre molto in alto - si intravedono piccoli incavi, graffiti, simboli fallici e di anatomia femminile e su in alto, quasi alla fine del percorso, un minuscolo eremo protocristiano composto di due vani.

Le vie cave di Sovana 2
Ma le domande si accavallano:
esistono nel mondo altri luoghi simili? Si ha notizia di culture che praticassero uguali rituali? Per quanto se ne sa, non esiste niente di simile nell'Europa occidentale. È provata invece la presenza di corridoi funerari nei territori della civiltà minoico-micenea risalente alla bassa età del Bronzo (1600-1000 a.C.): nelle isole di Creta e Cipro, in Asia Minore, nel Peloponneso.
Si tratta in ogni caso di luoghi che hanno sempre suscitato sensazioni di stupore, meraviglia, timore, forse anche di angoscia, e può essere ancora oggi valida la frase che George Dennis scrisse nel 1845: "nessun sovanese si avventura nella Cava di San Sebastiano senza farsi il segno della croce...".

Per saperne di più:
Giovanni Feo, Le vie cave etrusche, Laurum editrice (tel. 0564616220), euro 9,30
Parco archeologico Città del tufo, tel. 0564614074



ARCHEOLOGIA VIVA
In vacanza a scavare

La rivista Archeologia Viva propone per questa estate due esperienze di scavi a terra in Sardegna e in Sicilia e lezioni di archeologia e scienze subacquee ad Ustica. Gli scavi archeologici in Sardegna si svolgono dal 10 al 24 luglio e dal 24 luglio al 7 agosto, ed interessano il Santuario federale nuragico di Santa Vittoria (XII-VII sec. a.C.), a 4 km dal centro abitato di Serri (Ca).

Lo scavo in Sicilia è in programma dal 4 al 15 settembre e riguarda l'area della necropoli paleocristiana di Agrigento. Ai partecipanti vengono riconosciuti tre crediti formativi universitari.

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Info: Archeologia Viva, tel. 0555062303, programma completo su www.archeologiaviva.it oppure sul numero di luglio/agosto della rivista.