Scritto da Matilde Jonas |    Aprile 2003    |    Pag.

Giornalista Fiorentina, laureata in pedagogia con indirizzo psicologico, vive a Vejano (Viterbo), in piena Tuscia. Collaboratrice di numerose riviste letterarie, di quotidiani e mensili, a cui alterna l'attività di ufficio stampa per manifestazioni artistiche, ha anche pubblicato libri di poesie e narrativa (La lunga notte dei nove sentieri, Ed. Quaderni di Hellas; Tra silenzio e parole, Nardini Editore; Venerdì, MCS). Per la collana 900 di Mondadori/De Agostini ha curato le prefazioni di autori del Novecento. Direttore responsabile fino al giugno 1995 del mensile della Newton Periodici Firenze ieri, oggi, domani, ha progettato e realizzato il mensile Firenze Toscana, per il gruppo editoriale Olimpia, di cui ha assunto anche la direzione.

Le terre ardenti
Costoni di roccia che, spogliato all'improvviso il rigoglio della macchia mediterranea, sprofondano ripidi e nudi in un mare incredibilmente azzurro, o a proteggere i facili approdi di minuscole insenature. Lo specchio d'acqua dei porti, di giorno animati dall'esuberanza meridionale, a notte moltiplica il gioco di luci della riva e riflette la magica apparizione di una luna - spesso al suo sorgere estivo rossa e inusitatamente grande - ancora in grado di destare meraviglia. Rompono il verde susseguirsi delle colline aspre cicatrici che assottigliano il tessuto della terra, fino a svelarne l'intimo ribollire: terra antica, ma in continua trasformazione, che respira zolfo e si impasta col fuoco, dove la natura ha la mano pesante e sempre l'ultima parola.

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I vulcani di Pozzuoli

L'attività vulcanica che ha plasmato il territorio circostante al golfo di Pozzuoli e che tra il 29 e il 30 settembre del 1538 ha fatto sorgere dal nulla il Monte Nuovo - oggi ospite dell'omonima Oasi naturalistica (tel. 0818041462) - doveva essere ancora molto evidente nell'VIII a.C., tale da indurre i primi coloni Greci approdati in quei luoghi a definirli "phlegràios", ovvero ardenti. Dei circa quaranta crateri presenti nei Campi Flegrei, quattro dei quali divenuti laghi, l'unico attivo rimane il Vulcano della Solfatara, epicentro di quel fenomeno di bradisismo - il ciclico innalzarsi e abbassarsi del suolo - che ha da sempre condizionato le sorti del territorio. A vedersi è una brulla piana biancastra che affonda per un perimetro di 2 km in un fitto di querce e di acacie, punteggiato di tende da campeggio, l'unico concepito in un cratere. Al centro il fango ribolle a 140°; ovunque fumarole e mofete, dove si agita la sabbia e si sprigionano colonne di fumo a propagarsi da una bocca all'altra in una eco stupefacente di vapori (orario: 8,30-16,30, euro 4,60, tel. 0815262341).
Qui vive una numerosa colonia di rare alghe termofile, un insetto che appartiene ad una nuova specie collembola, e si possono rintracciare gli altrettanto rari cristalli rossi di solfuro di arsenico (il realgar).

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Tra Oriente e Occidente

La potente colonia greca di Cuma, con i suoi sbocchi sul mare - Miseno e Baia - e il suo emporio Dicearchia (l'attuale Pozzuoli), tra il VII e il V secolo a.C. arrivò a controllare tutta la fascia costiera campana e gli scambi commerciali con Grecia e Oriente. Conquistata dai Romani nel 334 a.C., la città perse il suo ruolo egemone a favore di Pozzuoli (la romana Puteoli, da piccoli pozzi), che divenne il principale porto commerciale romano, uno dei primi del Mediterraneo. Se la presenza della Sibilla Cumana consentì alla città di sopravvivere a lungo come luogo sacro, trasformata in covo di predoni in seguito all'incursione dei Saraceni del 915, venne rasa al suolo dai Napoletani nel 1207. Dell'antico splendore oggi quindi non resta che qualche brandello delle mura dell'acropoli, il tempio di Apollo e il mitico, grandioso Antro della Sibilla d'impronta cretese-micenea.

L'Antro della Sibilla
Che l'antro di una delle Sibille - le sacerdotesse di Apollo capaci di leggere il futuro - si trovasse a Cuma lo testimoniava l'Eneide. La sua ricerca fu per anni il chiodo fisso degli archeologi, convinti di averlo scoperto ogniqualvolta emergevano strutture ipogee. Solo nel 1932, presso la porta dell'acropoli, venne alla luce la stanza oracolare, dove si dice che la Sibilla scrivesse i vaticini su una foglia, trasportata dal vento lungo i 131 metri del dromos a sezione trapezoidale, corrispondente alla descrizione virgiliana: una struttura alta 5 metri, scavata nella roccia, che incute soggezione conservando inalterata l'antica aurea di mistero (info: tel. 0818543060).

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La più amata dai Romani

Prevalentemente di matrice romana i resti delle imponenti opere edilizie che connotano il territorio, a partire da quell'Arco Felice, alto 20 metri e largo 6, viadotto a facilitare il transito della via Domiziana. Compresa l'importanza strategica della zona, i Romani la trasformarono in uno dei principali nodi nevralgici dell'Impero. Se venne incentivato il ruolo commerciale di Pozzuoli, Miseno diventò stazione della potente flotta navale del Tirreno, con la sua scuola militare e il colossale arsenale, realizzato nel lago Averno, che quel canale ideato da Agrippa nel 37 a.C. collegava al mare transitando dal Lago Lucrino.
Grazie alle sue acque portentose, Baia divenne il più imponente e rinomato impianto termale dell'antichità, e non ci fu vip romano che in epoca repubblicana rinunciasse alla "seconda casa" nei Campi Flegrei. Nulla rimane di questa edilizia civile, compresa la faraonica villa di Cesare, poi di Nerone, inghiottita dal Castello del viceré Pedro di Toledo, oggi sede del Museo Archeologico (orario: 9-un'ora prima del tramonto. Chiuso il lunedì, tel. 0815233797). Ma l'anfiteatro Flavio, il grande Macellum-Tempio di Serapide annesso all'area portuale di Pozzuoli, la Piscina Mirabile, le Cento Camerelle di Bacoli, o le strutture sommerse del Porto Giulio (visibile su prenotazione dal fondo trasparente di un battello, tel. 0815265780) bastano a dare l'idea della grandiosità raggiunta in quest'area, prima che i problemi relativi al bradisismo inducessero i Romani ad abbandonarla, consegnandola ad un secolare silenzio. Silenzio rotto solo dai viaggiatori del Grand Tour, o da chi confidava nelle cure termali per un recupero della salute.

Da Omero a Virgilio
Il sapore di mistero che permea questa terra deve molto alla mitologia. Nel lago di Averno - fatale agli uccelli che lo sorvolavano per le esalazioni di anidride carbonica - è riconoscibile quella via d'accesso per l'Ade, che nell'Odissea Omero fece percorrere a Ulisse, e Virgilio ad Enea nell'Eneide. Se i Greci erano certi che i brontolii vulcanici fossero le proteste dei Giganti imprigionati da Ercole nei crateri dopo aver perso la battaglia contro Zeus, i Romani erano sicuri che nella Solfatara vivesse Vulcano, dio del fuoco. Anche i nomi dei luoghi rievocano antichi eroi: Baia da Bajos, timoniere di Ulisse, Miseno il suo compagno, quello che Virgilio trasformerà successivamente nel trombettiere di Enea.

Il santuario
Nel nome di San Gennaro
Si era nel 305, in pieno periodo di persecuzioni. San Gennaro, vescovo di Benevento, era andato a Pozzuoli per chiedere di graziare sei cristiani condannati a morte. Risultato: ad essere esposti alle fiere nell'Anfiteatro Flavio furono in sette. Pare però che le belve, invece di fare il loro mestiere, si inginocchiassero ai piedi dei martiri. Per nulla impressionati, i Romani compirono l'opera decapitandoli presso la Solfatara. In memoria, sul posto, sorse già nel VI secolo un Santuario, luogo di devozione e pellegrinaggio.

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I Campi Flegrei si raggiungono via A1, quindi uscita 11 (Agnano) della tangenziale di Napoli, direzione Pozzuoli.