L’importanza di Pietro Leopoldo nella storia della nostra regione. Abolì l’inquisizione e la pena di morte

Scritto da Pier Francesco Listri |    Novembre 2015    |    Pag.

Giornalista e scrittore Caporedattore per oltre un ventennio del quotidiano "La Nazione", è stato collaboratore del "Ponte" e de "L'Espresso". Profondo conoscitore della storia fiorentina e toscana, alla quale ha dedicato numerosi volumi. Ha curato a lungo i problemi della scuola, redigendo manuali e fondando le riviste "Tuttoscuola" e "Palomar". Ha diretto a Firenze l'emittente televisiva Rete A, al suo attivo ha anche una collaborazione trentennale con la RAI.

Toscana

Quest’anno, dal 30 novembre a febbraio, la “Festa della Toscana” sarà dedicata alle riforme del granduca Pietro Leopoldo che resse il Granducato dal 1765 al 1790. Curiosamente la Toscana ha serbato una memoria immeritatamente scarsa a questa figura la cui importanza nella storia di Firenze e della Toscana è decisiva, forse superiore per la qualità dei progressi da lui realizzati a figure invece familiarissime come il grande Lorenzo il Magnifico.

Figlio di Maria Teresa d’Austria e fratello di Giuseppe, dunque la famiglia a capo del grande impero austriaco, Pietro Leopoldo ebbe sedici fratelli e sorelle e fu padre di sedici figli, nel 1790 alla morte del fratello Giuseppe ritornò sul trono dell’Impero dove rimase due soli anni; infatti morì quarantacinquenne.

Moderno e innovatore

Arrivò a Firenze nel 1765 appena diciottenne, senza conoscere una parola di italiano, posto dagli eventi internazionali, sul trono granducale della Toscana. Fu un uomo equilibrato ma di genio e intuì molti aspetti dell’imminente modernità. Egli tentò di “redimere” i toscani armati di grande e concreta razionalità ma di pessimismo storico. Ai suoi occhi - e lo scrisse - i toscani si divertivano troppo ed erano poco autenticamente religiosi; inoltre non abituati alla moderna visione dei poteri statuali che egli praticò con una intelligenza anticipatrice, con la collaborazione di eccezionali figure come Pompeo Neri e Francesco Maria Gianni.

Diversamente dai Medici preferì la campagna alla città e rinnovò la Toscana con grandi iniziative periferiche. Non fu un letterato eppure ci ha lasciato una serie di Relazioni di straordinaria importanza, antepose l’“utile” all’“estetico” e preferì il “buono” al “bello”.

Ma ciò che conta furono soprattutto le sue riforme nate dopo una serie costante di viaggi compiuti non per diletto ma per conoscere i bisogni del suo dominio.

Nel tempo libero si ritirava al suo bancone di chimico, che oggi si trova al Museo di storia della scienza, a fare esperimenti.

Pietro Leopoldo fu il potere che ragiona e badò alla coralità e al benessere collettivo. Fu lui per esempio che promosse la costruzione di quelle che poi saranno le caratteristiche superstiti case coloniche, vere macchine dell’utile. Sotto il suo venticinquennale governo la Toscana non conobbe un solo conflitto. D’altra parte invece egli abolì l’inquisizione, abolì i pesanti privilegi della nobiltà e del clero e abolì anche la pena di morte.

Di carattere, non si privò di piaceri anche illegittimi non mancando, sebbene felicemente sposato con Maria Luisa, infanta di Spagna, di amicizie femminili. La più importante e duratura fu quella con Livia Raimondi, popolana romana e ballerina.

Una grande opera riformistica

Le sue riforme furono imponenti: introdusse nell’economia toscana la pratica liberistica sulla base delle coeve idee fisiocratiche e grazie all’appoggio dell’Accademia dei georgofili. Riteneva che bisognasse tornare alla terra dando libertà a chi la lavorava. Divise la Maremma in due provincie, progettò - grazie a Leonardo Ximenes - grandi opere idrauliche indispensabili all’irrigazione. Liberò e favorì le esportazioni, esentò dalle tasse i grani. Alla fine il suo sogno di radicare una proprietà contadina fu in parte sconfitto dalla forza dei proprietari terrieri.

Quanto all’artigianato, chiamò in Toscana tecnici stranieri e, suo grande merito, abolì le Arti, facendo nascere le Camere di commercio.

Nonostante fosse un principe assoluto, promosse il decentramento, affidando ai Municipi l’autonomia delle nomine e delle spese, creando cioè le autonomie comunali.

Fu grande l’opera di Pietro Leopoldo anche nella politica in generale; propose, ma non riuscì ad attuare una Costituzione politica che per la prima volta istituiva una co-reggenza fra sovrano e liberi cittadini. Incoraggiò i concreti e recenti “naturalisti toscani”, si interessò di geologia e di clima.

Nella sfera religiosa sostenne le riforme del vescovo Scipione De’ Ricci improntate a un severo giansenismo, cercò di eliminare l’ignoranza del basso clero e la rilassatezza degli alti prelati, soppresse i privilegi anacronistici compresi quelli della nobiltà.

Dopo venticinque anni di regno lasciò Firenze e la Toscana per salire, per un ultimo biennio, sul trono asburgico. Lui partito, la nobiltà e le classi dominanti ripresero di nuovo il sopravvento e gli stessi toscani, ingenerosi, smisero di ammirare chi non aveva voluto lusingare i loro antichi vizi.

Il Granduca Pietro Leopoldo: “No alla pena di morte” – 3’ 16’’ – 01.12.2014