Da soli o in gruppo, anche con i videogiochi. Ma sempre in piena libertà, senza un obiettivo da raggiungere. Il parere del pedagogista Aldo Fortunati

Scritto da Bruno Santini |    Giugno 2005    |    Pag.

Attore e giornalista. Attore teatrale (con esperienze al fianco di S. Randone, E. M. Salerno, A. Asti...), cinematografico (in film di Pieraccioni, Monicelli, Panariello, Vanzina...) e televisivo (in fiction come 'La squadra', 'Carabinieri 2", "Vivere", "Questa casa non è un albergo"...). Giornalista dal 1990, è anche speaker ed autore radiofonico. E' il conduttore del programma televisivo "InformaCoop".

Le regole del gioco
Martino è una giovane scimmia
che abita in un'isola del Giappone. I suoi compagni coetanei puliscono i rami di una certa pianta di tutte le foglie, se li mettono in bocca bagnandoli di saliva, li infilano in un termitaio e quindi una volta ritirati fuori si mangiano quelli che sono diventati dei bocconi golosi. Martino no, questo non lo fa! Gli studiosi che hanno il compito di osservare questa comunità di scimmie antropomorfe si chiedono il perché... E alla fine scoprono che Martino ha perso i genitori nel primo anno di vita. Nella situazione di tranquillità e di protezione gli altri piccoli giocano liberamente nell'ambiente, e quindi entrano in contatto con le piante, guardano gli insetti e hanno questa possibilità di approccio esplorativo e libero (potremmo già cominciare a dire di gioco!) con il mondo che li circonda. Martino che non ha i genitori deve invece stare attento che non venga un predatore.

L'episodio, inserito da Jerome Bruner nell'introduzione di un'antologia sul gioco da lui stesso curata, ci viene segnalato da Aldo Fortunati, che attualmente dirige il settore delle Attività di ricerca, formazione e documentazione all'Istituto degli Innocenti di Firenze.
«Può sembrare un paradosso - ci spiega - partire dal comportamento animale, per quanto di una specie molto vicina all'uomo, per illustrare le caratteristiche peculiari del gioco, che è una delle attività più tipicamente umane. Il gioco è tale se non è condizionato dall'esterno né è orientato verso uno scopo. E' un'attività che deve offrire gratificazione in sé e non perché è finalizzata alla realizzazione di un obiettivo».

«L'ingrediente fondamentale - puntualizza Fortunati - è rappresentato da un contesto di sicurezza, tranquillità e libertà da condizionamenti e da obiettivi esterni. Si può giocare se si sta bene e se lo si fa non per raggiungere un risultato ma perché è la stessa attività che è gratificante. Quando pensiamo alle prime attività ludiche di un bambino piccolo, pensiamo al piacere che ha questi a succhiare il ciuccio, il proprio dito o a toccare un oggetto che gli dà una sensazione gradevole, che gli consente di sperimentare le potenzialità percettive incontrando le cose che lo circondano... Il gioco è uno strumento per la sperimentazione da parte del bambino. Occorre che il bambino abbia la possibilità di metterci qualcosa di personale e non diventi lui stesso uno strumento del gioco. Quando un bambino viene sottomesso al gioco questo perde la sua potenzialità, e il piccolo si diverte anche di meno».

Partecipare al gioco del bambino? Come?
«L'adulto può essere un elemento che favorisce l'espressione delle potenzialità dei bambini ponendoli all'interno di situazioni interessanti, nelle quali possono esprimere il proprio contributo personale - ci risponde Fortunati, che è anche vicepresidente del Gruppo nazionale di studio nidi di infanzia -. Ma può anche avere un atteggiamento negativo quando, impadronendosi del gioco, fa diventare il bambino una semplice pedina. Fondamentale quindi entrare nel gioco, farne parte, ma con le regole del bambino. Giocare, per certi versi, può essere più utile ai grandi che ai bambini. Gli adulti sono meno consueti al gioco perché la dimensione ludica spesso si perde nel percorso della crescita; l'attività di lavoro, infatti, essendo motivata da uno scopo esterno, essendo orientata ad un obiettivo esterno, difficilmente ha una dimensione ludica».

Come ci dobbiamo rapportare con i nostri figli e nipoti: è giusto farli vincere?
«L'adulto che gioca con un bambino in un'attività nella quale evidentemente lo sovrasta non condivide un gioco interessante. Mi pare ragionevole che un "grande", misurandosi con un bambino di 4/5 anni, se giocano a correre insieme, rallenti la sua corsa. Interessante sarebbe gareggiare per poi far risaltare la vittoria del bambino che sa benissimo che l'adulto correrebbe più velocemente e quindi sta al gioco finendo per voler vincere ed essere contento di farlo. Peraltro una moderata dose di frustrazione (come, per esempio, imporre a un bambino di aspettare un po' prima di ottenere il risultato atteso), comunque, se viene all'interno di un contesto relazionale affettivamente connotato, è molto importante per la crescita dei bambini. I bambini troppo gratificati sono poi gli adolescenti che si perdono in un bicchier d'acqua».

Come scegliere i compagni di giochi? Meglio tra coetanei?
«Noi siamo abituati a pensare che i ragazzi debbano stare insieme per il fatto di avere la stessa età, soprattutto nel primo periodo di vita... Ma questo non vuol dire affatto trovarsi nella stessa condizione di potenzialità, né dal punto di vista cognitivo, né motorio, né relazionale, né linguistico. Direi, questo sì, che sia importante, per bambini nei primi 3/5 anni di vita, incontrarsi in piccoli gruppi. Il fatto che ci siano differenze, anche indipendenti dall'età, è un elemento di confronto molto importante per lo sviluppo. L'importante è che queste differenze non siano casuali o semplicemente occasionali».

La valenza del gioco di gruppo e del gioco individuale è diversa?
«Molto importante è che in un contesto educativo, come un asilo nido, una scuola dell'infanzia, un centro gioco, ci sia sempre la possibilità per il bambino di appartarsi. Ovviamente, per quanto riguarda il gioco individuale, ciò che è più evidenziato è il rapporto con il mondo degli oggetti, mentre nella situazione di gioco condivisa c'è anche il confronto tra i ruoli e la dimensione della relazione».

C'è un tempo per il gioco?
«Il grosso impoverimento che sconta la specie umana è quello di perdere la consuetudine al gioco col crescere dell'età: nel passaggio dalla formazione di base della persona, allo studio e infine al mondo del lavoro. Sarei molto cauto quindi nel dire "smetti di giocare e studia!" pensando che lo studio possa in qualche modo avere una funzione sostitutiva di un'attività inutile. Bisogna far capire ai ragazzi che gioco e studio sono due elementi complementari della loro esistenza. Piuttosto è quando si cresce che dovrebbe valere il contrario: ogni tanto bisognerebbe smettere di fare "cose serie" per avere degli spazi di gioco».

C'è chi condanna l'evoluzione del giocattolo rimpiangendo la vecchia bambola o i soldatini, oramai sempre più spesso soppiantati dagli avveniristici videogame. Bisogna davvero diffidare di questi ultimi?
«Non demonizziamo i videogiochi, perché fanno parte della realtà - suggerisce Fortunati -. Sarei nettamente contrario ad un atteggiamento di preclusione del rapporto tra i bambini e questo tipo di giochi. L'importante è che i videogame non siano l'unico elemento di attrattiva e di occupazione dei bambini. Sarebbe interessante che i bambini avessero anche attività non determinate da giochi troppo strutturati e troppo invadenti, e che il gioco non fosse una dimensione alternativa alla relazione!».

GIOCARE IN OSPEDALE
Il dottore sono io!

Il bambino riesce a giocare in situazioni molto estreme. Abbiamo ancora negli occhi il protagonista del film di Roberto Benigni "La vita è bella", che esorcizza la realtà del lager nazista costruendo per suo figlio una giocosa messa in scena. Come si comporta il bambino nei confronti del gioco quando si trova in un ambito ospedaliero?
«La malattia - ci spiega Nicolò Muciaccia, responsabile della ludoteca dell'ospedale pediatrico Meyer per conto della cooperativa sociale Arca - porta a reazioni di regressione: i bambini tendono a fare giochi che appartengono a periodi precedenti della loro vita. La regressione inoltre esalta il legame bambino-mamma: un legame difensivo, che esclude il mondo esterno che, nell'esperienza di malattia del bambino, è un mondo aggressivo. Entrambi quindi tendono a questa situazione d'isolamento. E' una cosa funzionale e positiva in una prima fase della malattia ma diventa pericolosa, stabilizzandosi, se si tratta di malattie lunghe. Il gioco può essere quindi utile perché può mettere il bambino in comunicazione con altri bambini che vivono o hanno vissuto la stessa esperienza».

Come aiutate i piccoli pazienti?
«Il gioco simbolico o di drammatizzazione, in situazioni come quelle di malattia, viene utilizzato per cercare di affrontare ed elaborare i conflitti che il bambino ha dentro.
Un gioco classico è quello del "dottore", dove il bambino diventa il dottore e il pupazzo diventa il paziente. Questo gli permette non solo di sfogare l'aggressività ma di capire anche il ruolo dell'altro, in questo caso il dottore, all'interno di una determinata esperienza».

Muciaccia insieme ad uno dei personaggi della rassegna "I mostri selvaggi" di Sendak, aperta fino al 20 giugno all'ospedale pediatrico Meyer