I padri costituenti usarono “la bilancia dell’orafo” nel linguaggio della Costituzione della Repubblica

Scritto da Federigo Bambi |    Giugno 2016    |    Pag. 11

Redattore della rivista dell'Accademia della Crusca «Studi di lessicografia italiana», Professore associato di Storia del diritto medievale e moderno, Dipartimento di scienze giuridiche dell'Università di Firenze.

Accademia della Crusca

È tempo di anniversari. Sessant’anni or sono entrava in funzione la Corte costituzionale; dieci anni prima con l’elezione dell’Assemblea costituente s’erano avviati i lavori di redazione della Costituzione repubblicana, che si conclusero con l’approvazione di un testo che è preso a modello di come dovrebbe essere scritta una legge per la chiarezza, l’efficacia di sintesi e la comprensibilità.

Non avvenne per caso. Fu il frutto di una scelta precisa, che portò Piero Calamandrei, in un celebre discorso pronunciato in assemblea il 4 marzo 1947, a coniare il motto “Chiarezza nella Costituzione”.

Ma l’idea era propria di tutti i costituenti: una Costituzione nata dal popolo, come quella che si stava scrivendo, doveva poter essere capita senza sforzo da tutti i destinatari. Anche per questo fu stabilito che il testo provvisorio uscito dalla Commissione dei Settantacinque (che sarebbe stato discusso in assemblea plenaria dal marzo al dicembre del 1947) fosse sottoposto a una revisione linguistica da parte di un letterato, Pietro Pancrazi. Poi, ancora a Pancrazi, al costituente Concetto Marchesi e ad Antonio Baldini, fu affidato il compito di rivedere il testo definitivo, poco prima dell’approvazione finale del 22 dicembre 1947.

Il contributo dei letterati non fu però decisivo: molte proposte di modifica furono respinte dai costituenti, e non a torto. Come quella di sostituire nel secondo comma dell’art. 3 (“È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli […]”), che introduce il principio dell’uguaglianza sostanziale, compito con ufficio: troppo aulica questa parola e troppo lontana dal parlare comune.

In realtà le caratteristiche testuali della Costituzione repubblicana si devono in particolare alle precise scelte dei costituenti, alla loro specifica sensibilità politica, che fu anche culturale e linguistica, alla capacità - affinata seduta dopo seduta, discussione dopo discussione - di tenere “tra le mani una bilancia per pesare le parole, una bilancia la quale ha una sensibilità che è ancora maggiore di quella dell’orafo” (Gustavo Ghidini, nella seduta dell’8 marzo 1947).

Le cose oggi son cambiate e si vive in tempi di paradossi. Il primo paradosso è che la Costituzione, un testo costruito con il lavoro “artigiano” dei costituenti, sia mostrato come modello di applicazione ante litteram dei modernissimi manuali di redazione dei testi legislativi. E sono proprio i linguisti a dircelo. Periodi brevi, frase principale che precede le subordinate (poche), assenza di incisi e di rimandi, indicativo presente con valore prescrittivo, raro uso del congiuntivo e del gerundio: ecco il vademecum del perfetto scrittore di testi normativi secondo i manuali. Sono tutte caratteristiche proprie della Costituzione; e – purtroppo – in negativo delle leggi di oggi, e delle più recenti modifiche costituzionali che spezzano l’equilibrio e l’asciuttezza del testo originario.

Il secondo paradosso è che le leggi oggi siano spesso scritte in modo oscuro e incomprensibile, nonostante i manuali, le tecniche di redazione e i programmi elettronici d’elaborazione.

Potrà dipendere dalla maggiore complessità della realtà da regolare, oppure dalla minore capacità del legislatore, rispetto al costituente, di trovare le parole giuste e chiare per esprimere il compromesso che spesso sta dietro alle leggi; potrà essere legato a una minore competenza linguistica della classe dirigente, causata anche dal decadimento delle scuole. Oppure può tutto derivare da un errore nostro di percezione: siamo spesso portati a idealizzare lo stato di cose del passato e denigrare la condizione dell’oggi.

Sia quel che sia, se i tempi sono certamente diversi, e se anche la tempra non è più la stessa, forse una strada da percorrere può davvero essere quella di affinare nei giuristi le competenze linguistiche, come spesso si ripete. La piena conoscenza della lingua è sempre più necessaria, soprattutto al legislatore.

Firenze Gavinana / Arrivano le nostre

“Quando gli uomini chiesero aiuto alle donne”: questo il titolo per un pomeriggio dedicato al 2 giugno 1946, il 70° anniversario dell’assemblea costituente.

L’incontro è organizzato dalla sezione soci Firenze Sud Est, con la collaborazione del Quartiere 3, Commissione Politiche Culturali, e dell’associazione E20-Eccezionali Eventi.

Durante l’incontro, accompagnato da letture, immagini, musiche e filmati, verranno affrontati i seguenti temi: 
“Quando la guerra ha raggiunto le donne”, “2 giugno 1946: le donne votano!”, “21 con(tro) 54”, “Le donne della Costituente: storia, storie ed altre storie”.

I relatori saranno il dottor Paolo Marini, la dottoressa Daniela Cappelli.
 Giovedì 9 giugno ore 17, sala soci Marina Trambusti, Centro*Gavinana, via Erbosa, Firenze; ingresso libero.

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