La tradizione della terracotta invetriata a Pescia

Scritto da Giancarlo Fioretti |    Marzo 2003    |    Pag.

Giornalista

le lunette dei Della Robbia
La Toscana, terra di mille campanili, può vantare all'ombra dei medesimi una miriade di produzioni artistiche del tutto singolari, che fanno della nostra regione un autentico laboratorio a cielo aperto. Soffermando la nostra attenzione sull'usanza di apporre immagini sacre sulle facciate delle abitazioni, si può notare che, mentre a Pistoia si è affermata la tecnica di costruire una nicchia per collocarvi una piccola statua del Cristo o della Madonna, nella vicina Valdinievole (ed in modo particolare a Pescia) tali immagini sono in tutto simili alle "lunette" di terracotta di scuola robbiana. Vale a dire dai colori intensi e brillanti, nonché poste senza bisogno di nicchia sul luogo desiderato.

Tale differenza nel modo di esprimere la propria religiosità affonda le sue radici nel diverso passato storico, politico ed artistico che ha interessato da un lato la città di Pistoia, dall'altro l'importante cittadina di Pescia.
Mentre infatti Pistoia cercò sin dal Medioevo di difendere la propria autonomia da Firenze alleandosi sia con Lucca sia con Pisa, Pescia rimase sempre e comunque vicina alla città dell'Arno, subendone quindi una forte influenza artistica e culturale. Giorgio Vasari, illustrando per Cosimo I il soffitto del Salone dei Cinquecento a Palazzo Vecchio, affrescò le testuali parole: "Piscia oppidum adeo fidele". E tale fedeltà andava intesa non solo in senso politico. Pescia infatti ricavò da Firenze un notevole influsso nelle arti plastiche, in modo specifico per la produzione delle immagini in terracotta.

Per meglio comprendere questo aspetto, occorre fare un balzo indietro nel tempo, spostando cioè la nostra attenzione sulla Firenze della metà del 1400. Erano anni in cui la produzione ed il fervore artistico stavano toccando apici difficilmente raggiungibili da qualsiasi altra civiltà al mondo. Le varie strade e viuzze del centro storico pullulavano di botteghe dei vari maestri d'arte del tempo. Così Benedetto da Maiano aveva il suo atelier in via dei Servi, mentre il Ghiberti aveva ubicato il suo luogo di lavoro in Borgo Allegri. Michelozzo se ne stava in via Larga, ben distante da Donatello che, dalla gran mole di commesse che aveva, era "costretto" a tenere aperte sia la bottega di Santa Maria del Fiore che quella di Piazza degli Adimari. Luca della Robbia invece aveva il suo laboratorio nella centralissima via Guelfa.

A differenza degli altri artisti, Luca della Robbia era esperto non solo nella lavorazione della ceramica e della terracotta, ma anche dell'arte vetraria. E proprio da questa abilità dell'artista fiorentino nacque il segreto della bellezza e della resistenza delle terrecotte robbiane. Luca della Robbia sperimentò infatti per primo nel mondo occidentale la tecnica dell'invetriatura, consistente nel cospargere le sculture in terracotta, una volta dipinte, con uno speciale smalto lucido. L'uso dell'invetriatura non fu tuttavia un'invenzione originale dell'artista: già diffusa presso le antiche civiltà orientali, l'invetriatura fu introdotta in Europa dagli arabi. Molto gradite all'aristocrazia pesciatina di inizio Cinquecento, le opere robbiane iniziarono così a trovare larga diffusione a Pescia, sia presso i palazzi gentilizi sia presso le varie chiese che in quel periodo venivano edificate. L'opera robbiana più famosa del comprensorio pesciatino va senz'altro individuata nell'altare della Chiesa dei Cavalieri del Tau, ordine laico ospedaliero che nella vicina Altopascio assunse fra il Cinque ed il Seicento un'importanza grandiosa.

Terminata l'esistenza terrena dei Della Robbia, il loro modo di produrre terracotta non andò fortunatamente perduto. Pescia era infatti divenuta una ricca città industriale (le cartiere poste sui monti intorno al borgo erano per l'epoca avveniristiche) ed anche l'artigianato, sulla scia di quello fiorentino, aveva assunto una certa importanza. Favorita dalla presenza di numerose cave di argilla presenti nella zona, la produzione della terracotta invetriata toccò il suo acme già nel 1600. Nei secoli successivi, artigiani pesciatini contribuirono a proseguire questa tradizione, sino ad un'inattesa decadenza avvenuta alla metà del 1800. Mentre infatti altre città toscane famose per la produzione della ceramica e della terracotta (come Sesto Fiorentino o Montelupo) riuscirono a far decollare queste tradizioni da un punto di vista industriale, Pescia non trovò le risorse economiche necessarie per affrontare un simile passaggio. Fu così che questa tradizione corse il serio pericolo di scomparire. Solo nell'ultimo ventennio il risorgere di alcuni laboratori ha dato nuova linfa alla scuola pesciatina, che traendo origine degli insegnamenti robbiani si è però resa autonoma sia da un punto di vista stilistico che decorativo.