Scritto da Umberto Mannucci |    Aprile 2000    |    Pag.

Le ciminiere di Prato
Fu lo zio Virgilio che mi fece innamorare delle ciminiere. Lo fece con facilità data la sua affascinante competenza in materia di caldaie e ciminiere, ma anche per la comunicativa e l'entusiasmo che possedeva.
Era stato fuochista fin da giovane: prima sulla piccola locomotiva a vapore della linea provvisoria che affiancava il percorso della Direttissima - allora in costruzione -, poi alla caldaia di una tintoria di tessuti e, al tempo di questi fatti, alla "Cornovaglia" del lanificio di Casarsa.
Fu proprio lì che nel '36 fu protagonista di un episodio che fece scalpore. Il direttore voleva celebrare la proclamazione dell'Impero con l'esposizione del tricolore sulla ciminiera della fabbrica, che era una delle più alte di Prato. Ma nessuno se la sentiva di salire fin lassù scalando uno dopo l'altro gli scalini di tondino di ferro fermati fra mattone e mattone all'esterno della ciminiera. Poteva essere solo lo zio Virgilio ad affrontare un rischio così grande! La ciminiera non poteva tradirlo. Tutti i giorni erano in confidenza: il loro rapporto era fatto di occhiate in cielo e mormorii da parte di lui e di sbuffate di fumo da parte di lei. Lo zio Virgilio mi diceva che un buon fuochista interroga spesso la ciminiera perché dal tipo di fumo che butta fuori si capisce se la caldaia respira bene. Il fumo - diceva lui - deve essere poco, bianco e leggero, quasi celestino. Deve salire, deve aver voglia di raggiungere i cirri invece di puntare in basso. E aggiungeva che lui era in grado di valutare la capacità dei fuochisti delle fabbriche di Prato osservando il fumo delle rispettive ciminiere.
Tornando alla bandiera, lo zio disse al direttore che era pronto a portarla in cima appena il vento cessava e dopo il raffreddamento dei mattoni. Quando fu il momento giusto si legò stretta la bandiera alla vita e cominciò la scalata. Fu facile salire i primi cinquanta scalini, poi cominciarono le difficoltà. La ciminiera a quell'altezza cominciava a vibrare. Salendo, l'aria gli fischiava più fastidiosa nelle orecchie. La fatica si faceva sentire e avvertiva ora chiaramente che la ciminiera oscillava. "Sta'bona, sta'bona, 'un fare scherzi...", le diceva mentre si sforzava di non guardare in basso.
La cima si avvicinava lentamente, troppo lentamente. A un certo punto sentì con la mano che uno scalino cedeva un po', ed ebbe paura. Si fermò a prender fiato e passò la fronte sul braccio per asciugarsi il sudore freddo.
Si fece forza, cercando di non pensare, e dopo un ultimo sforzo arrivò. Si mise a cavalcioni sul muretto del bordo e abbracciò il parafulmini, chiuse gli occhi e si riposò.
La ciminiera ora oscillava di più, ma si sentì rassicurato e legò la bandiera all'asta come era previsto. Prima di scendere se la volle godere, la sua ciminiera, nel punto più alto e più lontano dalla terra. Guardò giù attraverso il foro del camino che sembrava misterioso e senza fine, le accarezzò il bordo della cimasa e la baciò, bagnandola con la poca saliva che gli restava in bocca.
La discesa fu lenta ma più sicura, anche se le braccia e le gambe gli facevano male per lo sforzo fatto, e quando mise piede a terra si sedette a lungo con la testa sulle ginocchia e con la schiena appoggiata alla base della ciminiera. Con lo zio andavo spesso a guardare le ciminiere da Bellavista. Si potevano vedere tutte di lassù e ormai sapevo distinguerle con il nome della fabbrica a cui appartenevano. D'estate i pennacchi di fumo salivano in alto e restavano compatti, quasi fermi nel cielo pigro e assolato. D'inverno la tramontana ruzzava fra le ciminiere e i fumi, appena uscivano dalle bocche, venivano afferrati dal vento, strappati via e sfilacciati fra le nuvole scure. Una volta venne una bella nevicata che mise sui tetti della città una spessa distesa bianca, dalla quale si vedevano spuntare solo le ciminiere. Su quello strato bianco e compatto il rosso dei loro mattoni risaltava vivace e allegro; sembravano candeline accese su una torta di compleanno. Ce lo godemmo a lungo, io e lo zio, quell'insolito spettacolo.
L'ultima volta che andai a far visita allo zi' Virgilio gli dissi, cercando di nascondere la commozione, che appena si fosse rimesso in forze saremmo andati a Bellavista a guardare le ciminiere. Lui mi osservò affettuosamente, poi, con un filo di voce e una scrollatina di testa mi disse: un di' bischerate!