La produzione di shopper nel Mugello

Scritto da Laura D'Ettole |    Luglio 1997    |    Pag.

Giornalista. Specializzata in argomenti di carattere socioeconomico, dal 1997 al 2015 ha collaborato anche con l'ufficio stampa di Unicoop Firenze. Ha lavorato per il settimanale economico ToscanAffari, Il Sole 24Ore Centro Nord e il Corriere Fiorentino.
La sua carriera come giornalista è iniziata nell'89 sulle pagine del Sole 24 Ore, ed ha al suo attivo numerose collaborazioni con quotidiani ed emittenti televisive, per le quali ha realizzato trasmissioni di carattere divulgativo legate ai Centri per l'impiego, su temi come la formazione e l'orientamento professionale.
Laureata in filosofia, ha un lungo percorso come ricercatrice nel campo della sociologia applicata, che l'ha portata nel '92 a collaborare per quattro anni al progetto Unicef "Il bambino urbano".

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Lavoro dalla plastica
Può darsi che sia una banalità, ma guidare un'azienda è davvero una grande soddisfazione». Parola di Luigi Belli, presidente della cooperativa di produzione lavoro 'Industria Plastica Toscana' di Scarperia, nata nel 1994 dalle ceneri di un colosso europeo del polietilene: la 'International Plastics Italiana'. La Ipt produce shopper e film termoretraibile, ossia sacchetti di plastica e pellicole per confezionare i cibi. Sembra nulla, ma per ottenerli vengono usati impianti alti ben 14 metri, del costo di oltre 3 miliardi.
La storia della Ipt è un po' quella della plastica e del suo formidabile accerchiamento della nostra esistenza. E' la storia di un'azienda che da piccola diventa la più grande d'Italia e una delle maggiori in Europa, si ammala di 'gigantismo', passa di mano in mano, collassa e muore per poi rinascere come cooperativa di ex dipendenti.
Era il 1966 quando la neonata Pastucol (l'antenata della Ipt) iniziò a produrre sacchetti di plastica. Era poco più di un'azienda artigiana, ma si trovò davanti un mercato in sviluppo davvero insperato. Tant'è che ben presto cominciò a ricevere pressanti attenzioni nientedimeno che dalla Mobil Chemical. Sì, proprio lei, una delle 'Sette sorelle' ricche e americane, che produceva resine e voleva anche trasformarle, e che si era resa conto del grande potenziale di crescita del mercato europeo. Fu presto fatto. La Mobil acquistò la Pastucol e partì lancia in resta alla conquista dell'Europa. Lo volle fare da par suo, con progetti grandiosi. Nacquero così ben tre stabilimenti (uno a Cesenatico e due a Scarperia) e furono assunti quasi 500 dipendenti. Una cosa non da poco in un settore in cui la dimensione media, all'epoca, non oltrepassava i 100 addetti. Forse un po' troppo. Tant'è che il grande colosso comincia a sfaldarsi. All'inizio degli anni ë80 la Mobil perde, insieme a parecchi miliardi, la speranza di accaparrarsi una buona fetta del mercato europeo e nel 1983 decide di vendere. La finanziaria che l'acquista procede con una cura da cavallo. Chiude lo stabilimento di Cesenatico, blocca le assunzioni, riduce le dimensioni e fa nuovi investimenti. Va avanti per una decina d'anni e si accaparra clienti di tutto rilievo: Superal, Sidis, Gs, Sma e tutta la Francia con Stoc, Leclerc e Intermarché, solo per citarne alcuni. Ma le cose continuano a non funzionare. Ancora troppo grande? Forse. Sta di fatto che nel 1994 si ha il tracollo. L'80% dei 210 dipendenti va in cassa integrazione e l'azienda finisce in concordato preventivo. Ed è qui che comincia la storia della Ipt.
Alcuni dipendenti e membri del consiglio di fabbrica lanciano l'idea di costituirsi in cooperativa per rilevare l'azienda. Viene coinvolta Promolavoro (l'agenzia fiorentina per l'occupazione, nata dall'incontro di enti pubblici, associazioni di categoria e sindacati per favorire la formazione di nuova imprenditorialità) per mettere a punto un progetto di fattibilità. Intanto la Lega delle cooperative e il sindacato cominciano gli incontri con la proprietà. Non passano molti mesi e il 20 dicembre del ë94, poco prima di Natale, la novella cooperativa inizia l'attività con 20 soci, uno stabilimento in affitto e un capitale sociale di poco inferiore al mezzo miliardo. Ci vuole coraggio, capacità di rischiare e determinazione. Lo studio di Promolavoro rivela non solo che la Ipt era pur sempre troppo grande per il settore, ma anche che conviene cambiare al più presto il mix dei prodotti. Tutti quegli shopper infatti ormai non funzionano più in un mercato pieno di concorrenza asiatica. E allora l'assortimento viene rivisto: più film termoretraibile e meno sacchetti. Poi clienti affidabili e niente intermediari. Il ridimensionamento ormai è cosa fatta: resta soltanto da 'rimpicciolire' anche il nome. E così da 'International' la cooperativa diventa più semplicemente 'Toscana'. A distanza di tre anni l'Ipt misura già i suoi successi. Circa 17 miliardi di fatturato, 60 dipendenti, impianti riscattati dal leasing e conti in attivo. «Potrebbe essere un messaggio da lanciare ad altri lavoratori nelle nostre stesse condizioni - sostiene Belli senza trionfalismi -. Di non abbandonarsi alla mobilità, ma di accettare la sfida della gestione aziendale». Non c'è che dire: una bella scommessa davvero.

Tutto, o quasi, sul polietilene
Una delle fasi del processo per produrre la benzina dal petrolio è quella denominata 'cracking', cioè della rottura delle catene con molti atomi di carbonio. In questa fase si genera anche, come sottoprodotto, l'etilene, una molecola composta da 2 atomi di carbonio e da 4 di idrogeno. Nel 1933 si scoprì che, polimerizzandolo, cioè facendo 'legare' molte molecole di etilene le une con le altre in lunghe catene, si otteneva una polvere bianca, che fu chiamata polietilene. Nel 1954 il professor Ziegler riuscì ad ottenere il polietilene a pressioni e temperature molto più basse delle precedenti e dette così il via alla possibilità di produrre su larga scala questo materiale.
Il polietilene, che alle industrie viene fornito in forma di palline trasparenti di circa 3 millimetri di diametro, è oggi la materia plastica di più larga diffusione, grazie al suo basso costo, alla facilità di lavorazione, alla trasparenza e all'inerzia chimica. Quest'ultimo aspetto è anche un difetto, per cui la plastica abbandonata nell'ambiente o nelle discariche rimane tale per secoli. Da qui le campagne contro gli shopper che alla fine degli anni ë80 hanno mobilitato cittadini ed enti locali. Campagne che hanno avuto il merito di porre l'attenzione sul problema del riutilizzo rispetto all'usa e getta e del riciclaggio delle plastiche.
Oggi molte aziende che utilizzano il polietilene sono attrezzate non solo per recuperare i loro scarti di lavorazione ma anche per riciclare scarti acquistati da produttori o frutto delle raccolte differenziate. Il prodotto così ottenuto viene poi utilizzato per produrre i sacchi per la nettezza. Inoltre bruciando il polietilene libera anidride carbonica ed acqua, quindi si presta bene ad un recupero energetico.