Pregi e difetti di uno degli elettrodomestici più diffusi nelle case italiane

Scritto da Monica Galli |    Maggio 2017    |    Pag. 17

Esperta in scienze dell'alimentazione e merceologia alimentare Lavora nella formazione professionale di cuochi, pasticceri e camerieri-barman. Nel 2000, insieme ad Alessandra Pesciullesi, ha costituito uno studio associato che si occupa della divulgazione di informazioni sull'alimentazione e la merceologia alimentare, tenendo corsi per il Comune di Firenze e per alcuni quartieri cittadini. In quest'ambito nasce anche la collaborazione con l'Informatore.

Economia domestica

La prima lavastoviglie è stata inventata alla fine dell’‘800 da una signora americana: si trattava di un'apparecchiatura che irrorava le stoviglie con getti di acqua azionati da delle pompe manuali. Oggi, nonostante richieda disponibilità di spazio, è diffusa in quasi tutte le case ed è, visto l'ottimo grado di igiene che fornisce a stoviglie e attrezzature, uno strumento obbligatorio in ristoranti ed altre attività commerciali dove si utilizzano alimenti. Diversamente da quel che si pensa, per le famiglie la lavastoviglie è molto più vantaggiosa rispetto al lavaggio manuale, per i consumi di acqua e di energia, ma anche per il tempo risparmiato. Resta però ancora da migliorare l'impatto che quest’attrezzatura ha sull'ambiente per l'inquinamento dovuto ai detergenti e al difficile smaltimento dell'apparecchio.


A cosa serve il sale?

Nella lavastoviglie è sempre presente un decalcificatore dell'acqua che viene regolato al momento dell'installazione sulla base della durezza dell'acqua di casa nostra. Un'acqua troppo dura potrebbe lasciare brutti aloni sulle stoviglie, ma soprattutto abbassa la capacità di azione dei detergenti. Il sale che viene aggiunto serve per “ricaricare” il decalcificatore. Quello specifico per lavastoviglie è sale puro, cioè contiene soltanto cloruro di sodio. Nel sale grosso raffinato, comunemente usato in cucina, che ha un costo decisamente più basso, c'è una frazione pari allo 0,1% di altri sali (potassio, iodio, magnesio). Questa piccola quantità di sali non è comunque sufficiente per modificare la funzionalità della lavastoviglie.


Caratteristiche dei detersivi

I detersivi per lavastoviglie sono decisamente più aggressivi rispetto a quelli per il lavaggio manuale, dove oltre al detergente si usano spugnette e spazzole che agiscono meccanicamente sullo sporco. Non devono entrare in contatto con gli occhi e le mucose e sulle confezioni sono riportati i simboli di rischio. Pasticche, polveri o liquidi hanno formulazioni simili, si tratta di miscele molto alcaline più efficaci contro lo sporco organico, ricco di grasso, rispetto alle molecole acide. L'azione di disgregazione dello sporco è svolta da sostanze definite tensioattivi non ionici ai quali, per ridurre la formazione di schiume, si aggiungono molecole siliconiche che purtroppo sono poco biodegradabili. Sono necessari anche degli sbiancanti che servono per togliere le macchie di tè, caffè o di altri alimenti colorati. Gli sbiancanti usati sono a base di ossigeno, come per esempio il percarbonato di sodio. Molti agiscono se le temperature di lavaggio sono sopra gli 80°C, dunque per permettere lavaggi a temperature inferiori si aggiunge un “attivatore”, la tetra-acetil-etilendiammina (Taed), che rende efficaci gli sbiancanti anche a temperature di 30°C. Dagli studi pubblicati si legge però che questa sostanza non è molto stabile, quindi se ci sembra che il nostro detergente abbia perso di efficacia alle basse temperature, forse è perché gli sbiancanti non sono più attivi.

Ormai in tutti i prodotti sono sempre presenti anche gli enzimi. Ne esistono molti tipi: alcuni efficaci per la rimozione dello sporco proteico (come tracce di uova e sangue), altri validi contro le incrostazioni amidacee (pasta, mais), altri ancora agiscono sul grasso o su certi addensanti usati nell’industria alimentare per i gelati e alcuni prodotti dolciari. Dal punto di vista ecologico non vi sono controindicazioni al loro uso, inoltre, facilitando l'azione di detergenza, permettono di utilizzare meno tensioattivi e di fare lavaggi più brevi. Un altro gruppo di molecole che entrano nella composizione sono gli antirideponenti. Sono necessari perché lo sporco staccato non si depositi di nuovo sulle stoviglie. Fra questi ci sono sia polimeri acrilici che, pur non essendo tossici, hanno dei tempi di biodegradazione piuttosto lenta, sia la carbossimetilcellulosa, che invece è facilmente biodegradabile e figura anche nell'elenco degli additivi alimentari come emulsionante e addensante.


Cosa non va in lavastoviglie?

Quasi tutto ormai trova posto in lavastoviglie, devono però restare fuori le porcellane decorate perché gli smalti possono danneggiarsi con le alte temperature così come alcune rifiniture metalliche. Anche il vetro, e soprattutto il vetro soffiato e il cristallo, non amano molto la lavastoviglie e tendono, nel tempo, a presentare aloni iridescenti e patine opache dovute ai detergenti alcalini. Per quanto riguarda i metalli non ci sono controindicazioni per l'acciaio inox ma il rame e l'alluminio tendono a ossidarsi. Per alcune plastiche il problema invece è legato alle alte temperature: in questo caso basta utilizzare lavaggi fra i 45 e 50°C.


Normativa

Consumi in etichetta

Dal 2011 è entrata in vigore una normativa europea che stabilisce una etichettatura per informare sui consumi di energia e di acqua e sul rumore emesso. Le classi energetiche in vendita oggi sono solo A, A+, A++, A+++. La classe energetica A, che è quella che consuma di più, costa circa 59 euro di consumi elettrici all'anno per 180 lavaggi a ciclo lungo per carichi di dodici coperti. I consumi di acqua sono ormai decisamente bassi: in media circa 15 litri (nelle macchine più efficienti, con alcuni programmi, si può scendere fino a 7 litri) contro i 40-60 di un lavaggio manuale.



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