Scritto da Francesco Giannoni |    Luglio 2006    |    Pag.

Fiorentino da una vita, anche se con sangue maremmano e lombardo, laureato in lettere, è sposato con due figli. Si occupa di editoria dal 1991, prima come dipendente di una nota casa editrice della sua città, ora come fotografo e articolista free-lance. Collabora a riviste quali Informatore, Toscana Oggi, Calabria7, e a importanti case editrici.

Sembra impossibile che un santo abbia scelto come riparo e luogo di preghiera una pianta il cui legno, duro e facile ad imbarcarsi e a spaccarsi, non sembra essere così utile per l'uomo. O forse proprio per questo: quel che è negletto e disprezzato dai più, viene preferito dai giusti. Guglielmo, nobile e devoto guerriero, dopo un pellegrinaggio in Terrasanta sbarcò sulla costa tirrenica a Luni, recandosi poi in Maremma, dove si stabilì su una collinetta vicino a Buriano, fra Castiglione della Pescaia e Vetulonia. Qui c'era una sughera già allora grande e antica e dotata di una cavità, che divenne il romitorio del pio uomo. Vicino alla pianta sgorgava una polla d'acqua fresca e pura, dove venivano a fare scorta le fanciulle di Buriano. Un giorno Guglielmo aiutò le giovani a caricare muli e asini di barili pieni d'acqua. Sebbene li sistemasse a testa in giù, l'acqua non si spargeva per terra. Cominciò così la fama di santità di Guglielmo.
Anche l'albero fu considerato "santo", tant'è vero che per secoli i bambini di Buriano non nascevano sotto i cavoli come dappertutto ma sotto la sughera di Guglielmo, almeno fino al 1964, quando è morta ed è stata abbattuta.

In piedi, viva, vegeta e rigogliosa, è invece la sughera del Giardino dei Semplici a Firenze. Non è l'esemplare più antico di questo orto botanico, voluto da Cosimo I nel 1545. Fu messa a dimora da Ottaviano Targioni Tozzetti nel 1805. L'anno scorso, così, è stato festeggiato il duecentesimo genetliaco della pianta e una gru ha accompagnato tanti visitatori per un'aerea passeggiata tra i suoi rami. Questo magnifico esemplare ha potuto raggiungere le sue eccezionali dimensioni (un'altezza di 30 metri, una circonferenza di più di 4 e una chioma che proietta un'ombra di ben 430 metri quadrati) perché nessuno si è mai sognato di toccarne la corteccia come, invece, succede a tante altre sughere più sfortunate.

Comunque, la più grande delle sughere toscane, con quasi 5 metri di circonferenza alla base del tronco, sembra quella della Fattoria Zingali a Londa. Più "modesti" gli esemplari di Monticiano e del parco di Migliarino e San Rossore, con delle circonferenze rispettivamente di 3,60 e 2,40 metri.



LA SCHEDA
Famosa per la corteccia

La sughera (Quercus suber) è un albero che raggiunge di norma i 15-20 metri di altezza; è contraddistinta da un tronco contorto e da una chioma dai rami irregolari a formare un'ampia corona. Le foglie, di consistenza coriacea, hanno una coloritura verde scura, lucida nella parte superiore, grigiastra in quella inferiore. Fiorisce nel periodo che va da aprile a maggio. Il frutto è una ghianda (o meglio achenio) dalla forma ovale e allungata, protetta fino a circa metà da una cupola emisferica squamosa. L'areale della sughera, che predilige zone calde e aride, va dall'Africa minore e dalla penisola iberica fino alla Dalmazia. In Italia è abbondante in Sardegna e sulle coste tirreniche dalla Toscana in giù.

Di largo impiego in questa specie è la corteccia, il sughero: staccato dal tronco della pianta ogni 7-14 anni, serve per la fabbricazione di tappi e come materiale isolante, nell'industria dell'abbigliamento e per fabbricare componenti di strumenti musicali.