Progetti di auto-sviluppo, per un grande continente pieno di risorse

Scritto da Maurizio Izzo |    Marzo 2008    |    Pag.

Giornalista e regista televisivo.

Da anni segue il mondo della cooperazione, realizzando documentari sulla cooperazione internazionale e sulle attività della Fondazione Onlus “Un cuore si scioglie”.

Per Unicoop Firenze cura la trasmissione televisiva settimanale Informacoop.

La passione per la cucina (figlio e padre di cuochi) è diventata anche un lavoro con la direzione di Gola Gioconda, storica pubblicazione sulla cultura del cibo.

Responsabile comunicazione di Sicrea, azienda impegnata nell’organizzazione di eventi e nella comunicazione.

Vive in Mugello e scende a valle in treno sulla Faentina, ma se può sta lassù.

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«La mano che riceve sta sempre sotto quella che dà». È un proverbio africano e ricorda a noi distratti occidentali che quell'immenso continente chiamato Africa ha, e non da ora, una sua storia, una sua cultura e una sua dignità. Cinquantaquattro stati in cui vivono oltre 800 milioni di persone, il secondo continente per estensione e popolazione (dopo l'Asia), oggi l'Africa fa ancora i conti con la disastrosa eredità del periodo coloniale ma chiede anche a noi di fare i conti con la nostra cattiva coscienza e i nostri stereotipi. L'Africa paese lontano e primitivo, l'Africa da aiutare perché povera, l'Africa da avvicinare, l'Africa da conquistare alla religione, al consumismo, alla cultura.
Dagli scrittori africani, dagli intellettuali, oggi viene un invito preciso: guardate a noi, ai nostri popoli in maniera diversa, più partecipe, oppure non capirete e non ci sarete utili.

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Uno stesso futuro

Jean Leonard Touadi è un giornalista originario del Congo Brazzaville, vive in Italia da anni dove fa il docente universitario e l'assessore al Comune di Roma. Un suo saggio, "L'Africa in pista", è diventato una specie di guida per chi vuole capire cosa è cambiato e cosa deve cambiare tra noi e l'Africa. «Gli amici sinceri degli africani - scrive Touadi - sono coloro che accettano di cambiare con noi e non di cambiarci, che accettano di mettersi a fianco e non davanti a noi». Una riflessione africana offerta anche a chi si occupa di cooperazione perché aiuti l'Africa guardandola dal di dentro. Perché "cooperare è aiutare i territori e le comunità a riscoprire le risorse endogene, la fiducia in se stessi, la prospettiva di una ripresa in mano del proprio destino". Un destino tra l'altro che ci avvicina più di quanto non pensiamo. La vicinanza del vecchio continente all'Africa non è solo geografica, come ci ricordano ogni giorno gli sbarchi di disperati sulle nostre coste, la vicinanza è data anche da un destino comune che solo i miopi possono non vedere. Ce lo ricorda con grande chiarezza uno scrittore senegalese, Cheikh Hamidou Kane, quando dice che "non abbiamo avuto lo stesso passato ma avremo rigorosamente lo stesso avvenire". Un avvenire e un futuro fatto di scambi commerciali (basti pensare che già oggi l'Africa rappresenta il 40% delle esportazioni europee) ma anche di comuni battaglie della conoscenza, del rispetto dell'ambiente, della salute. Fosse solo per questo, per il solito egoismo e cinismo che contraddistingue le politiche dei grandi, converrebbe pensare al futuro dell'Africa con un altro sguardo.

Vincere la povertà
Uno dei più consolidati stereotipi è che la povertà dei paesi africani è invincibile. Niente di più falso ma certo molti dei modelli che abbiamo visto applicare in questi anni sembrano fatti apposta per accreditare questa tesi. Mentre l'Africa paga gli interessi sul debito con cifre che da sole basterebbero ad arginare la diffusione dell'Aids e della malaria, le imprese europee si fanno ricche grazie a politiche protezioniste. In Nigeria costa meno comprare la carne tedesca che quella locale e in Ghana il pomodoro costa cinque volte di più di quello importato dall'Italia. È la politica che tutela le grandi imprese del nord affossando i piccoli produttori del sud, è la politica che produce la miseria. Eppure basterebbe sposare una semplice teoria: per sconfiggere la povertà bisogna creare ricchezza, e per farlo bisogna che le immense risorse naturali africane inizino ad essere trasformate in prodotti finiti direttamente in Africa. Creare una ricchezza che resta sul posto e produce altra ricchezza. Se proprio vogliamo fare qualcosa per l'Africa, se proprio crediamo di avere un ruolo da giocare nel destino di questo continente è quello di aiutarlo a far da sé, di smettere di "guardare il cielo degli aiuti" e rivolgersi alla terra da coltivare. È quello che sta alla base del progetto che ha permesso ad oltre trecento famiglie del Burkina Faso di coltivare i fagiolini e curarne ogni fase della catena produttiva fino alla spedizione.
Ma è anche a questo che servono le scuole, che assieme alle comunità e ai partner locali sono state aperte in Camerun e in Burkina. Anche l'istruzione è una terra da coltivare e l'Africa lo deve fare per rendersi sempre più indipendente non solo dai paesi occidentali ma anche dalle sue classi dirigenti corrotte e inefficienti. Il futuro del continente passa anche attraverso una nuova generazione di cittadini consapevoli dei propri diritti e delle proprie possibilità.

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Giovani in prima linea
Nello scorso mese di febbraio, per il secondo anno consecutivo, un gruppo di studenti toscani è stato in Africa per vedere da vicino come si realizza un progetto di cooperazione internazionale e quali effetti ha sulle popolazioni. È lo spirito che ha animato Unicoop Firenze e il Ministero della Pubblica Istruzione quando hanno promosso il progetto "Noi con gli altri". Quei ragazzi sono fortunati, non solo perché hanno visitato luoghi, in Camerun e in Burkina Faso, dove difficilmente un turista si avventurerebbe ma soprattutto perché sono testimoni diretti del tentativo di costruire un rapporto con quelle comunità ispirato a principi di collaborazione. Non c'erano "mani che danno e mani che ricevono" ma solo mani da stringere, come si fa tra amici.