Un antico metodo di coltivazione, oggi in disuso. Ma in Chianti lo si può ancora trovare

Scritto da Càrola Ciotti |    Settembre 2005    |    Pag.

Fotografa. Collabora dal 1994 con l'Informatore, soprattutto realizzando immagini, ma ultimamente anche scrivendo testi. Ha iniziato a fotografare nel 1979 dedicandosi da subito allo sviluppo e alla stampa delle proprie immagini in bianco e nero. Nel 1987, dopo alcuni anni di collaborazione con professionisti, apre un proprio studio. Portata alla ritrattistica e alla moda, non trascura il reportage e la fotografia naturalistica. In varie esposizioni ha presentato il frutto di una ricerca sul corpo e sul volto femminile.
Ha partecipato come fotografa ufficiale al festival "France Cinéma". Sue fotografie sono apparse su libri, cataloghi e riviste.

La vite sull'albero
I vigneti che siamo abituati a vedere
nelle nostre campagne sono finalizzati ad ottenere un massimo rendimento di uve, da destinare più che altro all'enorme produzione di vino che il mercato richiede. Il viticoltore deve necessariamente ricavare quantità che consentano di mantenere in attivo la propria azienda.
Però da qualche parte ancora resistono piccole vigne coltivate in modo diverso e potrebbe capitare di vederne, girando in campagna. Stiamo parlando della "vigna maritata" o "vigneto a chioppi" che si distingueva dall'odierno "vigneto specializzato" perché le viti erano sostenute non da pali di ferro o castagno, ma da tutori vivi, cioè alberi, generalmente aceri (detti, appunto, chioppi) o frassini, sui rami dei quali i tralci della vite si arrampicavano. Queste specie, in particolare, si "sposano" perfettamente con la vite perché non hanno un gran vigore vegetativo e sopportano bene le potature.

Dalla seconda metà dell'Ottocento questo era l'unico metodo di coltivazione utilizzato. Per impiantare il vigneto si dovevano scavare a mano le fosse, vere e proprie trincee profonde un metro e larghe altrettanto. La vegetazione si sviluppava contemporaneamente, sia sulla vite che sui rami dell'albero, e i grappoli si disponevano ad ombrello su tutta la chioma, maturando ad un'altezza di 2-3 metri da terra. Tra un albero e l'altro si disponevano delle canne, in modo tale che i tralci si allungavano, formando i filari. Quest'uva, crescendo ad una tale altezza, prendeva molto sole, si asciugava rapidamente dalle guazze notturne o dalla pioggia ed era perfettamente arieggiata: condizioni ideali per ricavare un prodotto di qualità.
Recenti studi, inoltre, hanno dimostrato che l'acero è un potente depuratore d'aria naturale, essendo in grado di purificare cinquanta volte il volume del suo fogliame: chissà se i nostri nonni, quando lo scelsero per lo scopo, avevano intuito questa importante caratteristica.

È interessante, pure, notare come allora si utilizzasse la vigna non solo per produrre uva ma anche per coltivare erba medica, mais o grano (la cosiddetta coltivazione promiscua). Addirittura tra i larghi filari, vicini alla casa colonica, si teneva l'orto. Certo, quando c'era da potare e vendemmiare eran dolori! Tutto il lavoro andava eseguito con le scale e richiedeva quantità di tempo molto superiori a quelle odierne; ogni anno, poi, era necessario potare sia la vite sia l'albero in maniera tale da mantenere un rapporto armonico tra il fogliame delle due piante. Ai giorni d'oggi solo i più anziani tra i nostri contadini sarebbero in grado di compiere una potatura di questo tipo.
Si ricavavano da ogni ettaro circa 20-25 quintali di uve, e se consideriamo che ai giorni nostri la resa, a parità di superficie, è circa tre volte tanto, si comprendono facilmente i motivi per i quali quest'antica tecnica sia stata oramai abbandonata.

A BARBERINO VAL D'ELSA
Mille aceri per tremila viti

In un angolo del Chianti, a Barberino Val d'Elsa, un'azienda agrituristica ancora mantiene attivo un bel vigneto con i metodi di una volta.

Quelli de "La Spinosa", produttori di vino e ortaggi con metodi biologici, hanno "ereditato" un terreno di due ettari, su cui nei primi anni del 1940 fu impiantato un vigneto con circa 1000 aceri e 3000 viti. Occorsero, allora, ben tre anni di lavoro per realizzarlo.
Molti dei vitigni presenti su quel terreno sono uve originarie toscane, oramai pressoché scomparse, dai nomi singolari: "palle di gatto", "prugnolino", "foglia tonda" o "marugà".

Quando gli attuali proprietari acquistarono il podere non se la sentirono di spiantare le vecchie viti, e decisero di mantenere vivo quel patrimonio genetico di cui si sentivano, in qualche modo, responsabili.
Grazie a Gesuino, un anziano contadino della zona, Danilo Presezzi, il tecnico dell'azienda, ha imparato come potare e seguire tutte le fasi della crescita dell'uva, e oggi è in grado lui stesso di insegnare ad altri come si eseguono le varie operazioni.