Quando è utile rinnovare il patrimonio arboreo

Scritto da Cecilia Morandi |    Ottobre 2017    |    Pag. 10, 11

Da bambina voleva fare la giornalista, dopo la laurea in lettere a indirizzo storico, il sogno si avvera.

Giornalista professionista, spazia dalla televisione alla carta stampata, dalla produzione di documentari alla cura editoriale.

Collabora con emittenti locali (Rtv38) e nazionali (Tmc2-Videomusic, Raiuno, La7), occupandosi per programmi televisivi di argomenti vari, dall'attualità alla moda, dai viaggi all'alimentazione.

Docente a contratto dell'Università di Firenze, dall'anno accademico 2012-13 insegna agli studenti del Laboratorio di televisione e media digitali del corso di laurea magistrale in Teorie della comunicazione.

verde a Firenze

Foto WA.SA.

Ambiente

Proteste, dimostrazioni, a volte minacce e insulti. Il taglio di alberi in città suscita spesso reazioni forti nella popolazione, con polemiche che imperversano per mesi sui social network. E ciò accade anche se sono previsti nuovi impianti, come a Firenze, dove saranno abbattuti 282 alberi ma ne saranno piantati più di 800. Da cosa dipende questo atteggiamento, quasi religioso? «Sono spesso reazioni ambivalenti, da una parte le crociate per non tagliare, dall’altra disinteresse o addirittura il desiderio indiscriminato di abbattere, in proprietà private ad esempio, per evitare rischi futuri o richieste di danni. Certamente un’educazione più approfondita della popolazione potrebbe aiutare a conoscere le reali condizioni di vita degli alberi in città», spiega Fabio Salbitano, docente di Ecologia del paesaggio e selvicoltura all’Università di Firenze.


Come vivono realmente gli alberi nelle città?

«La vita di un albero in città si accorcia di circa un terzo, rispetto a un ambiente extraurbano: un primo problema riguarda le superfici impermeabili che non permettono alle radici né di ossigenarsi, né di fare rifornimento d’acqua. La temperatura più alta, provocata da gas di scarico, condizionatori d’estate e riscaldamento d’inverno, costringe la pianta a un maggior dispendio energetico per ricreare condizioni che le permettano di sopravvivere. Anche le potature, necessarie per evitare la caduta di rami, sono un trauma per l’albero, che quindi si ammala e accorcia la sua aspettativa di vita».


Si assiste spesso a potature drastiche ed esteticamente sgradevoli, le cosiddette “capitozzature di grossi rami”. Sono anche dannose per le piante?

«Ci sono credenze errate, ad esempio che la potatura faccia ringiovanire l’albero; in realtà l’albero capitozzato subisce un trauma, ogni taglio è una ferita da cicatrizzare, che aumenta le possibilità di ammalarsi. La capitozzatura arriva dal mondo contadino, dove veniva usata per gli alberi da frutto, la cui durata di vita è nettamente inferiore. È sbagliato applicare ad alberi che vivono in città, che vogliamo che durino anche cento anni, metodi usati in altri contesti. Anche le potature vanno fatte con le giuste competenze».


Molti alberi hanno davvero più di cento anni e caratterizzano le città anche dal punto di vista paesaggistico…

«Nelle città europee vediamo spesso viali alberati di platani. Questa pianta è il simbolo della rivoluzione francese, Napoleone durante il suo impero ne favorì la diffusione con la costruzione nei territori da lui conquistati di viali ombreggiati proprio da platani, che in tanti casi sopravvivono ancora oggi. Quest’usanza è proseguita per tutto l’Ottocento, quando in Italia si cominciarono a piantare anche i pini domestici ai margini delle strade. Ai tempi però non erano asfaltate e gli apparati radicali, che sono molto superficiali, potevano espandersi liberamente. Oggi invece le radici dei pini provocano danni alle sedi stradali e comportano rischi per gli automobilisti. Per altri tipi di alberi i problemi sono talvolta causati da malattie: proprio i platani sono stati colpiti dal cancro colorato, che li sta rendendo più deboli e pericolosi. Gli alberi malati infatti possono cadere, provocando danni a persone e cose».


Quali sono i criteri per la scelta dei nuovi alberi nelle città?

«È necessaria una progettazione attenta da parte di esperti qualificati e in Italia siamo ai massimi livelli, tanto che all’estero la comunità scientifica segue con attenzione i nostri studi. Quando si piantano nuovi alberi in città dobbiamo tenere presenti i cambiamenti climatici con l’innalzamento delle temperature, le caratteristiche allergogeniche di alcune piante e le nuove conoscenze che abbiamo acquisito rispetto ai comportamenti degli alberi, che in alcuni casi emettono composti organici volatili che attivano l’ozono. Dobbiamo preferire quelle specie che possano facilitare la vita nelle città, a noi e agli stessi alberi».


Come saranno allora le foreste urbane del futuro?

«In molti casi sono state studiate varianti genetiche della stessa specie che meglio si adattano alle condizioni attuali, come per il platano, il cipresso e l’olmo. Si eviterà di piantare alberi che producono pollini in quantità elevate come i pioppi, mentre si vedranno più bagolari, peri da fiore, frassini ossifilli. Dal punto di vista architettonico e paesaggistico si sentirà anche l’influenza del mondo vivaistico ornamentale che in Toscana vanta un distretto di rilevanza mondiale».


L’intervistato: 

Fabio Salbitano, docente di Ecologia del paesaggio e selvicoltura all’Università di Firenze



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