Scritto da Miriam Serni Casalini |    Ottobre 2001    |    Pag.

L'averla è un uccello,
La Velia
un passeraceo dal becco lungo e robusto, caccia insetti e piccoli roditori che infilza in ogni tipo di spini per mangiarseli in santa pace, inforchettati. Per questo suo uso di infilzare le prede, l'accompagna da sempre una brutta nomea di crudeltà.
Da noi, l'averla è la "velia", e per indicare una bambina, una ragazza o una donna dal caratterino velenoso, si dice: "che velia ch'è quella!".
La velia era una "bigallina", come dire una "nocentina", un'orfana insomma, figlia di nessuno.
Nello stato d'anime della parrocchia, nel dettaglio delle quattordici "bocche" della famiglia dei mezzadri Cerchiai, era così qualificata: Evelina del Bigallo, garzona. Evelina, Velina, Velia.
La presero dall'orfanotrofio piccina di forse sei anni.
Non parlò mai, ma non era né sorda né muta.
Crebbe servizievole nelle faccende di casa e dei campi. Badava alle pecore mentre sferruzzava infinite solette di lana e cotone, o intrecciava lunghissime strisce di paglia che ammatassava in cintola al fianco destro, fermate con una grossa spilla da balia, mentre a sinistra, nel grembiule a mo' di sacchetto, aveva i fili di paglia.
In famiglia c'erano tre spose in età feconda, così di bambini ce ne furono sempre in abbondanza. Le sue cure più care erano tutte per loro. Li cullava, li svezzava imboccandoli di pappa con l'olio, li sorvegliava nei loro primi passi, da vicino e da lontano. Li addormentava e li consolava con incomprensibili nenie, quasi canti. Li chiamava con curiosi gutturali vocalizzi, quasi parole. Anzi, più d'uno dei vicini diceva di averla sentita parlare. Solo con i bambini, naturalmente.
Era buona la Velia, malgrado il soprannome. Rozza e scontrosa, sgraziata nell'aspetto, bruna, dai lineamenti forti e con un sentore di baffi sopra le labbra carnose.
Nondimeno, alla sua maggiore età, la Velia fece gola a qualcuno, o meglio fecero gola quei tre soldi di "dote" che venivano assegnati al momento delle nozze di ogni bambina che avesse "toccato il Bigallo".
«Il pane se lo guadagna, le faccende le fa, se sta zitta, meglio», pensò Maso di Zere, e la sposò. Non cambiò mica la vita della Velia da sposata, ma ebbe un bambino, suo. Tutto suo. E con lui parlò, solo con lui, naturalmente.