Dai girasoli oli di semi e carburanti vegetali

Scritto da Letizia Coppetti |    Luglio 1998    |    Pag.

Giornalista Fiorentina, laureata in lingue e letterature straniere, ha lavorato per tredici anni alla redazione di Firenze dell'Agenzia Ansa, occupandosi sia di cronaca nera che di bianca. Collabora dal 1990 con l'Informatore e dal giugno 2001 a dicembre 2002 si è occupata dei contenuti del sito di Unicoop Firenze. E' stata anche direttore del periodico Celiachia Notizie, house organ dell'Associazione Italiana Celiachia. E' stata coordinatore redazionale dell'Informatore fino al giugno 2006, la rivista dedicata ai soci.

La Toscana in giallo
Interminabili distese di splendidi fiori gialli, che nel susseguirsi delle ore si aprono, distendono le loro corolle, si muovono alla ricerca del sole e alla sera si chiudono. Sono i girasoli, di cui sono pieni i campi in estate e che anche il viaggiatore più distratto non può fare a meno di notare nelle campagne toscane. Uno scenario che si può trovare sempre più frequentemente, visto che la Toscana risulta la regione maggior produttrice di girasoli, grazie soprattutto ad alcuni incentivi economici concessi dalla Comunità europea agli agricoltori. Una produzione quindi non strettamente legata alle tradizioni colturali della Toscana, da sempre interessate soprattutto da frumento, vite e olivo. I girasoli potrebbero però presto scomparire dalle colline e pianure toscane, o perlomeno ridursi notevolmente, in quanto il nuovo programma europeo di riforma della Politica agricola comunitaria, Agenda 2000, prevede una forte diminuzione dell'aiuto economico per questa ed altri tipi di colture.
La coltivazione del girasole nella nostra regione è iniziata nella provincia di Grosseto. La Maremma, con le sue distese soleggiate, è infatti una terra adatta a questo tipo di coltivazione, che necessita di terreni non particolarmente fertili, ma di campi pianeggianti o al massimo in mezza collina. Dal grossetano i girasoli si sono estesi anche alle altre province e anno dopo anno hanno macchiato sempre più di giallo la campagna toscana. «Agli inizi degli anni '80 - spiega Francesco Bargagna dell'Arsia - il girasole veniva coltivato su una superficie di 12 mila ettari e la sua produzione era di 21 mila tonnellate l'anno. Nel '94 la superficie era quasi quadruplicata (40 mila ettari), e la produzione superava le 80 mila tonnellate».
In realtà il consumo di oli di semi è rimasto pressoché costante negli anni, ma il girasole - insieme alla colza - viene utilizzato anche per impieghi non alimentari, ad esempio per la produzione di carburanti vegetali (bio-diesel) e per l'industria chimica e farmaceutica. Il bio-diesel serve non solo per l'autotrazione (in una miscela al 20 per cento con gasolio) ma anche per il riscaldamento. Il rendimento energetico del carburante vegetale, come fa notare il rapporto annuale dell'assessorato regionale all'agricoltura, è infatti pari a quello del gasolio, ma il bio-diesel è un prodotto più ecologico, in quanto non contiene zolfo né componenti di natura aromatica dannosi alla salute. Inoltre presenta una maggiore biodegradabilità, dovuta all'origine organica.
Perché allora non andiamo tutti 'a girasole'? Probabilmente ci costerebbe meno andare in taxi. Infatti da un ettaro di girasoli si ottengono mediamente una trentina di quintali di semi (da un minimo di 15 a un massimo di 40, a seconda del tipo di terreno) da cui le industrie di trasformazione ricavano a loro volta circa 42 chili di olio a quintale. Ogni quintale di semi viene pagato oggi intorno alle 35 mila lire. Quindi gli agricoltori ne ricavano poco più di un milione ad ettaro, a cui però va aggiunto 1,2 milioni grazie al contributo europeo. La spesa media di coltivazione è invece normalmente inferiore al milione di lire. Quindi, fino a quando la Ue garantirà questi incentivi, la produzione di girasole rappresenterà per gli agricoltori una forma di guadagno non altissimo ma comunque certo, visto anche che le quote di coltivazione di questa pianta non sono esaurite, come avviene invece per il grano duro. Agenda 2000 però, diminuendo del 20 per cento gli incentivi, rivoluzionerà il panorama agricolo toscano, che forse si rivolgerà ad altri tipi di produzione.

Meno grano più semi
Come è cambiata la campagna toscana
Un contadino della fine dell'800 o dell'inizio del secolo non riconoscerebbe certo più le sue terre al giorno d'oggi. Non sono cambiati solo i macchinari e le tecniche, ma i tipi di colture utilizzate. Il set-aside (la messa a riposo dei terreni) può mutare la produzione di intere aziende per periodi che vanno dai cinque fino ai venti anni. La produzione tradizionale toscana (vite, olivo, frumento e bovini) è oggi stata raggiunta nel suo insieme dal solo settore orto-florovivaistico, che rappresenta il 36 per cento di quello che viene venduto dalle 150 mila aziende agricole toscane. In particolare sono crollate le superfici coltivate a frumento, sia duro che tenero (in soli quattro anni, dal '90 al '94, si è passati da 200 mila ettari a 142 mila), anche se l'aumento della resa per ettaro ha mantenuto la produzione a livelli discreti. La superficie agricola toscana è di oltre 17 mila metri quadrati. Di questi, la vite rappresenta l'8 per cento, l'olivo il 10 per cento, il florovivaismo il 7. Le coltivazioni erbacee (frumento, orzo, granturco e le piante industriali, tra cui le più importanti sono girasole, barbabietola da zucchero e tabacco) coprono il 30 per cento della superficie. Il 40 per cento, infine, è rappresentato da boschi. All'aumento delle oleaginose (girasole, colza, soia) è corrisposta la diminuzione del tabacco e della vite (quest'ultima viene coltivata oggi su una superficie di oltre 70 mila ettari). L'olivo non ha invece diminuito la sua presenza, e viene coltivato su 94 mila ettari.